Ora et Labora. La Regola benedettina applicata alla strategia d’impresa

In libreria

Luigi Salvatorelli, San Benedetto e l’Italia del suo tempo, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 186, Euro 16,00

Paolo G. Bianchi, Ora et Labora. La Regola benedettina applicata alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale, Xenia Edizioni, Milano 2006, pp. 154, Euro 12,00

Massimo Folador, L’organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto. Una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna, Guerini e Associati, Milano 2006, pp. 198, Euro 19,50

Ora et labora. E subito si pensa a san Benedetto. Inevitabilmente. Meccanicamente. Impropriamente. Perché questo motto non si legge in alcun punto della Regola. Eppure, come sintesi del pensiero e dell’opera del santo, funziona. Perché Benedetto, nell’ordinamento di Montecassino, l’ultima sua fondazione, alla cui direzione attende personalmente, si ispira a un canone di semplicità ed esattezza. Le ore della giornata sono scandite con meticolosità fra il “lavoro delle mani” e la preghiera. Nulla è lasciato al caso. Nessuno spazio all’ozio, “nemico dell’animo”. È la grande rivoluzione copernicana del monachesimo occidentale. Le categorie della cultura classica sono rovesciate. Non un tempo “libero da”, ma un tempo “libero per”. Non l’otium letterario, svago dalla politica e dalla guerra per l’edificazione letteraria, ma una preghiera costante, perché ogni gesto è per il monaco lode a Dio. Tutto trova il suo compimento in Lui. E lavoro e preghiera sono facce della stessa medaglia. Il lavoro non è più infamia; sporcarsi le mani nei campi diventa un altro modo, non meno efficace e dignitoso, per onorare Dio. Allora è vero, ora et labora. Il processo di rinnovamento della mentalità, oltre che della spiritualità, alto-medievale elaborato dal santo era già al centro delle preoccupazioni di Luigi Salvatorelli, quando, nel 1929, pubblicò San Bendetto e l’Italia del suo tempo. Volume fondamentale per la storia religiosa, religiosa, è ora riedito da Laterza Roma-Bari 2007, pp.186, €16,00) con postfazione di Girolamo Araldi. Riepilogando lo status quaestionis, accenna a problemi di natura filologica circa la Regola e i suoi rapporti con la cosiddetta “Regula magisti”, che ne fu l’antecedente, per poi sottolineare l’attualità del personaggio, oggi presente alla memoria collettiva soprattutto come patrono d’Europa. La nursina severitas In prospettiva biografica, all’elaborazione del modus vivendi benedettino sembra abbia concorso la nursina severitas. Il proverbiale rigore morale della terra natale del santo, Norcia, si sarebbe esteso a paradigma della nuova comunità. Sarai monaco se vivrai del lavoro delle tue mani»: rispetto al monachesimo orientale, soprattutto egiziano, da cui quello occidentale trae origine, si accentua l’implicazione con la realtà. No, quindi, allo sforzo assoluto e solitario di ascesi e di perfezionamento individuale, attraverso un distacco dalla contingenza. Sì, invece, allo scontro con il reale, nella sua interezza. Ora et labora, prega e lavora. Perché Benedetto conosce le pieghe dell’umanità. Ne conosce le debolezze. È consapevole della necessità di una guida contro le tentazioni e il traviamento.
Lui stesso ne ha fatto esperienza. Drammaticamente. Arrivato a Roma da Norcia a soli diciotto anni, vi avrebbe dovuto compiere studi giuridici. Secondo il suo primo biografo, papa Gregorio I Magno, più che del diritto fece invece esperienza dell’umanità. La corruzione e la violenza della capitale dell’antico Impero Romano lo disgustarono. Fu così che, fra il 505 e il 510, si convertì. Decise di coltivare quella spiritualità che gli proveniva da Norcia, una cittadina già profondamente cristiana in un’epoca in cui il
paganesimo era ancora quasi ovunque trionfante. In fondo, si trattava di proseguire su una strada già tracciata.
La modalità che egli scelse era però nuova. Rifiutò il mondo. Per tre anni tradizione vuole che egli sia vissuto in una spelonca, il “Sacro Speco”, nella zona di Subiaco, sulle sponde dell’Aniene. Lì sorgevano le rovine di una villa neroniana, a cui il luogo stesso doveva il nome: Sibiaco, Sublaqueum, zona di invasi artificiali e di laghetti creati per compiacere l’imperatore. Lì, fra le rovine, Benedetto scelse di coltivare la sua spiritualità e di indossare l’abito monastico, che fu dapprima la melote, una pelle di capra, a imitazione degli eremiti egiziani. Volere della Provvidenza: un tal Romano, religioso di una comunità vicina, ogni giorno, di nascosto dai confratelli, gli portava del pane. Il luogo era così disagevole, che occorreva calare quel misero cibo con una corda, adagiato in un cestello munito di sonaglio. In questo tirocinio Benedetto si temprò alle asprezze del corpo e dello spirito.
Ne scaturirono la solidità fisica e l’equilibrio morale che gli consentirono di tornare nel mondo da cui sembrava essere fuggito. Dall’eremo passò al cenobio, ripercorrendo nella sua vicenda personale il passaggio culturale che ha segnato la storia del monachesimo: prima asceti isolati, ai margini delle comunità; poi, famiglie di religiosi, capaci di lasciare un’impronta un’impronta sulla società. Da quel triennio di prove aveva appreso una lezione decisiva: l’eremitismo, se condotto all’estremo, poteva indurre l’atrofizzazione dello spirito, avulso com’era dalla societas christiana e incapace di recarle contributo. Da questa consapevolezza, anni dopo, maturò la Regola. Essa altro non è se non il mezzo con cui Benedetto viene incontro a un’umanità debole. È l’ordine buono con cui sostenerla, attraverso una serie di indicazioni, attente a tutti gli aspetti della vita: quantità e qualità del cibo e delle bevande, quantità e qualità dei capi di abbigliamento e delle calzature dei monaci, quantità delle ore di sonno e di riposo ma anche di quelle di lavoro, indicazioni circa la partecipazione ai momenti liturgici.

Il ruolo dell’abbà
Custode della Regola è l’abate. Benedetto stesso ne è il prototipo. Abate, abbà. Sarà una questione di etimologia popolare, di pura assonanza e non di effettiva derivazione linguistica, ma l’abate benedettino è proprio abbà, “padre del monastero”.
All’interno di una gerarchia, in cui, come in un alveare, la distinzione dei compiti, dal priore al cellarius, è capillare, l’abate spicca come il pilastro della comunità. È autorevolezza la sua. È carisma e non dispotismo, il suo. Egli incarna la Regola stessa. Sebbene essa non ne menzioni le competenze, si intuisce che compito dell’abate è provvedere all’attuazione di tutte le norme in cui si articola. Non si tratta di legalismo. Scopo di ogni azione è il bene della comunità e del singolo monaco. Non il bene materiale, bensì il bene dell’anima. L’abate è capo di una famiglia religiosa. Come tale, poteri e doveri in lui coincidono. Il principale freno alla sua umana fragilità è la responsabilità, per la sua collettività prima che per sé, dinnanzi a Dio. È lui che si prende cura dei monaci. È lui che li sostiene e li conforta, li critica e li punisce, secondo i casi.
Alla luce di tutto ciò si capisce anche il binomio “Benedetto, Benedetto, patrono d’Europa”. Benedetto ha rifondato la società di quel mondo, un tempo unito dalla comune appartenenza all’Impero Romano e poi squassato dai particolarismi. Ne restavano membra desiecta. Solo un fattore culturale avrebbe potuto fornire l’unità che a livello politico era stata persa. Questo elemento, su cui ricostruire pezzo per pezzo, dalla base, la società era il cristianesimo. Grazie a Benedetto e alla rete dei monasteri che, dall’Età Carolingia in poi, punteggiarono l’Europa risorse una societas, una societas Christiana.

E la regola benedettina spopola tra manager e imprenditori
Oggi, per migliorare, le aziende non possono non tener conto del capitale umano: bisogna lavorare sulle persone e indicar loro la mission

Qualcuno sostiene che di fronte all’incertezza che attraversa il vivere dell’uomo contemporaneo, simile allo smarrimento conseguente al declino dell’impero romano d’occidente, urge la necessità trovare una strada, un punto di riferimento: un altro san Benedetto, capace di promuovere forme nuove di comunità spirituale e civile e di intrapresa economica e materiale. Ora, nel generale clima di confusione affettiva e disorientamento ideale che caratterizza l’uomo e la società, un aspetto fondamentale riguarda la dimensione del lavoro: vuoi per motivazioni economiche, vuoi per ragioni culturali legate alla mancanza di senso del proprio agire lavorativo. Ebbene (riadattando una famosa espressione di papa Wojtyla a proposito di san Benedetto): è davvero possibile oggi fare in modo che il quotidiano della nostra complessa realtà lavorativo-professionale possa essere vissuto in modo eroico e che l’eroicità del desiderio di dare al lavoro “anima” e gusto possa incarnarsi nella vita di tutti i giorni? Un aiuto, concreto, ad affrontare questione ci viene da due testi di recente pubblicazione: Paolo G. Bianchi, Ora et Labora. La Regola benedettina applicata alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale e Massimo Folador, L’organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto.
Una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna.
Paolo G. Bianchi, antropologo, docente e formatore, ha ideato e realizzato in diverse abbazie italiane “Abbey Programme”: un programma formativo per manager da sperimentare nella realtà del monastero. Massimo Folador, dirigente d’azienda nonché consulente di strategia d’impresa e presidente dell’Associazione “Verso il cenobio”, ha invece condiviso in monastero, con diversi manager, appuntamenti mensili e giornate intensive di formazione. Entrambi sono studiosi e conoscitori della Regola di san Benedetto e la riflessione che svolgono muove dalla loro viva esperienza. Proprio partendo da questa ispirazione benedettina e confrontandosi con uno scenario socio-economico difficile e competitivo, essi esprimono la stessa, viva e sentita, esigenza: la necessità di un concreto “umanesimo del lavoro” che sia in grado di affrontare le impegnative sfide che ci attendono, puntando non solo sulle, necessarie, risorse materiali e tecniche, ma, soprattutto, sul “capitale umano”. Questa la tesi che gli autori formulano e condividono: le aziende, le imprese, il mondo del lavoro in generale, possono ritrovare slancio e dinamismo solo a condizione – ed è curioso che anche il linguaggio specialistico faccia uso di terminologia religiosa – di possedere una “vision” che sappia tradursi in “mission”. Ovvero, solo a condizione di identificare uno scopo,
una meta finale, che sia capace di motivare, di suscitare energia e indicare obiettivi, di incarnare valori e attivare decisioni, di influenzare comportamenti e produrre risultati.

Questione di “vision”
In questo senso, se la Regola è la “vision”, la sua applicazione alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale è la “mission”. Allora, come emerge dal Prologo di san Benedetto, il primo e fondamentale compito non è fornire l’elenco delle cose da fare, quanto indicare le ragioni ultime che le motivano. È essenziale, di conseguenza, lavorare, principalmente, sulle persone. Accompagnandole, innanzitutto, in un processo di chiarificazione di quelli che sono i valori e le motivazioni affettive e razionali che stanno alla base delle loro azioni. E, successivamente, aiutandole a confrontare ed eventualmente allineare queste caratteristiche e questi valori con la “mission” dell’impresa. Emerge così il principio metodologico sotteso a queste considerazioni: una persona, valorizzata nell’unità delle sue inclinazioni affettive e razionali, razionali, lavora di più e meglio quando ha presente lo scopo e i motivi per cui lavora. Ciò che conta non è solo che cosa fare, ma soprattutto come fare le cose: dimensione soggettiva ed esistenziale, affetti e valori, stile e personalità sono altrettanto importanti degli aspetti più strettamente economici materiali. Lavorando, operando – e nel modo di lavorare, operare – l’uomo non soltanto realizza un risultato oggettivo ed esteriore, ma, nello stesso tempo, trasforma e modifica se stesso, attraverso la valorizzazione o rimozione della forma interiore e spirituale del lavoro stesso. Sono le qualità umane, il carattere, gli atteggiamenti, in una parola, le virtù e le disposizioni (potenzialmente) “virtuose” della persona a essere determinanti nella gestione delle persone e organizzazione dei problemi di un’impresa: guidare sé e gli altri, fattori decisionali e relazionali, dinamiche della comunicazione, risoluzione dei conflitti, etc. Questa visione personalistica del lavoro, che pone l’uomo al centro della struttura aziendale non si realizza, d’altra parte, soltanto attraverso valori e virtù di tipo individuale. Si attua anche attraverso dinamismi “generativi” di tipo relazionale, che riguardano la persona nei suoi rapporti orizzontali con la comunità e verticali con chi la guida e dirige. Il metodo pedagogico e la logica sapienziale della Regola trovano, infatti, il loro centro nella comunione fraterna, vista nelle sue implicazioni spirituali, culturali e sociali. In questo modo, la comunità’- diventa il luogo in cui si sviluppano relazioni interpersonali capaci di motivare le persone a tendere verso il meglio di sé e degli altri, in vista di obiettivi obiettivi condivisi. In essa, ogni gesto è modellato secondo il criterio della comunione, ovvero della reciproca crescita e della corresponsabilità. Rispetto a queste finalità formative determinante è la figura di chi rappresenta l’autorità, l’Abate, colui che, in gergo aziendale, è il leadership. Egli, incarnando la Regola, è la “regola vivente”. All’interno dei problemi della vita quotidiana, suo compito è indicare l’ideale, in quanto criterio di giudizio e principio di direzione. Cosa penserebbe San Benedetto dell’audace accostamento tra la dimensione monastica e quella lavorativa d’impresa? Già da diversi anni, all’interno della stessa tradizione benedettina, esistono esperienze consolidate: per esempio padre Anselm Grün in Germania, nell’abbazia di Münsterschwarzach e padre Dermot Tredget in Inghilterra, nell’abbazia di Douai, tentano di collegare queste due realtà, apparentemente separate. Che questi tentativi non risultino fuori luogo sembra ricordarcelo anche un grande studioso di san Benedetto, Leo Moulin, il quale, a suo tempo, mettendosi nello stato d’animo di un uomo della nostra società, del capo di un’impresa, riconosceva come la Regola si riveli di una ricchezza e attualità sorprendenti. Certo, il tentativo di raccordare spirito benedettino e lavoro in impresa non risulta esente da rischi, da cui gli stessi autori cercano di mettere in guardia. La Regola, infatti, può essere intesa o utopisticamente o, viceversa, in termini meramente strumentali e applicativi, riducendo così, dal punto di vista della sua profondità, il significato spirituale ed etico del metodo che essa contiene. Tuttavia, le esperienze e le riflessioni emerse da queste proposte risultano stimolanti e forse se ne sente il bisogno in un tempo come il nostro segnato dalla perdita del valore autentico di vivere e lavorare. Integrare il fare con l’essere, il ruolo con la persona, l’efficienza oggettiva con la realizzazione soggettiva, l’utile e il conveniente con uno sguardo gratuito contemplativo, etico ed estetico) al mondo risulta una questione non astratta, ma per ognuno un “affare” esistenzialmente vitale e per tutti un interesse” di carattere sociale (dicesi: bene comune).

Guido Rivolta

Con il permesso dell’Editore
Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 6, Milano 23-6-2007, p. 6
http://www.ildomenicale.it