(OR) Il XXV anniversario di pontificato di G.P.II

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16 OTTOBRE 2003 Venticinquesimo anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II

Il Pontificato di un gigante della storia
Giovanni Paolo II Lettera di Dio

Nel XXV anniversario di Pontificato di Giovanni Paolo II ritornano in mente le parole con le quali il Suo Predecessore Paolo VI si presentò all’ONU il 4/10/1965: “Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata … Sì, voi ricordate: è da molto tempo che siamo in cammino e Noi portiamo con Noi una lunga storia…”. Giovanni Paolo II si è fatto egli stesso Cammino e Lettera. Il Suo Pontificato, il Suo essere Successore di Pietro un cammino concreto, visibile, senza sosta tra gli uomini e tra i popoli; un cammino nella geografia della fede, nella geografia delle situazioni, nella geografia della quotidianità, nella geografia delle sofferenze, delle illusioni, delle delusioni, delle costrizioni, delle oppressioni, delle speranze di ogni uomo, di ogni popolo, di ogni Nazione. Ha veramente inaugurato la nuova evangelizzazione con un itinerario che in venticinque anni si è caratterizzato e si caratterizza sempre più come giovanneo-paolino-petrino. Il Suo Pontificato è una Lettera: Egli si consegna alle attese e alle speranze degli uomini e dei popoli. Si consegna in nome di Cristo; e in nome di Cristo annuncia ed esige il rispetto della dignità e della libertà di ogni uomo e di ogni popolo.

L’audacia della Verità

E lo fa con audacia biblica: l’audacia della Verità. Quell’audacia della Verità che contiene la sintesi di un Magistero e di un’azione, sviluppati con alta tensione morale, alimentati da una singolare ansia pastorale, proposti e riproposti attraverso gli instancabili incontri itineranti. La centralità della Verità e l’attitudine ad annunciarla nella sua interezza costituiscono il motivo unificante dei discorsi e dei gesti che scandiscono il cammino del Papa. Se la Verità “è il Verbo di Dio vivente, come disse in una omelia nell’anniversario della Prima Guerra Mondiale, la parola del Padre attraverso il Figlio, il Verbo che si è fatto carne e si è espresso in seno al mondo, in seno alla storia dell’umanità”, essa va proclamata affrontando tutte le difficoltà, sia che vengano dagli uomini, sia che vengano dalle circostanze e dalle cose. Audacia della Verità è gridare la Verità senza indebolirla, senza oscurarla, senza offenderla, senza dimezzarla, nella convinzione che è la Verità a donare essenza alla realtà esistente e a costituire il fondamento di una storia nuova ed innovante. Audacia della Verità è coraggio di fedeltà alla Verità e di compromissione piena e totale con essa. Audacia della Verità è spalancare le porte a Cristo; è aprire brecce nei muri di pietra e nei cuori ancor più di pietra. Brecce attraverso le quali possano passare nella vicenda umana, nel farsi della storia la grande Verità di Dio sull’uomo; il tenero Vangelo della vita; lo stupendo Progetto creativo di Dio.

“Non sono io che parlo è Dio che parla”

Una breccia che possa arginare la tentazione luciferina dei nostri giorni: stravolgere il piano creativo di Dio sull’uomo e sul suo futuro ed è a proposito di queste grandi realtà che pochi anni fa in Messico il Papa esclamò: “Non sono io che parlo, è Dio che parla”. Un grido fremente, impressionante. Il grido dell’Uomo di Dio. È per la vita e per aiutare a vincere la paura che Giovanni Paolo II si è fatto Mendicante di pace. Dall’ONU alla Sardegna e alla Sicilia; dalla Lituania all’America; dal Muro di Berlino alla Nigeria; dalla Croazia a Cuba; dalla Bolivia alla Tunisia; dall’India all’Australia; dall’Europa una all’America una (le sue grandi visioni che mutano la mappa del mondo); da Czestochowa a Pompei una sola richiesta chiara, precisa, esigente: ci sia nel mondo un organismo che sia una autentica Famiglia di Nazioni. E perché non deve essere tale l’ONU? Soltanto una Famiglia delle Nazioni può garantire la pace. Ed eccolo il Mendicante davanti a noi: il “passo” lento, ma fermo. Un “passo” che conserva tutta la sicurezza dell’essere guida. L’occhio vigile, acuto, dalla straordinaria capacità di abbracciare contemporaneamente singole persone, folle, luoghi e problemi. Un occhio che fotografa e che conserva nitide le immagini nella mente e nel cuore. Un passo ed un occhio che rivelano tutta la tenerezza del Pastore. Nessuno gli è lontano, nulla gli sfugge. Le gioie, le attese, le delusioni, le situazioni di sofferenza, i drammi, le libertà ferite di ogni persona e di ogni popolo appartengono al suo cuore. Sono proprietà del suo cuore. Ed ecco che con intrepidezza di parola e di azione anche in questi ultimi mesi ha levato la propria voce con l’amore e la severità del padre in difesa dei figli offesi, non rispettati, non accolti, non riconosciuti nel loro diritto di esistere e di vivere. E di vivere nella pace e nella libertà. In questi giorni di patenti e smaccate distrazioni ai vari livelli, è l’unica voce che si leva per ricordare che l’uomo, ogni uomo, dovunque egli sia, vale più di tutto. La sola voce che in quattro parole sintetizza un’invocazione: Verità, Vita, Giustizia, Pace. La voce del Custode della dignità umana.

Quel cammino lungo la Collina delle Croci

Mendicante della pace, Custode della dignità, Timoniere della storia appare sempre più agli occhi di chi ha potuto vederlo in Lituania mentre saliva la Collina delle Croci. Un momento unico; un gesto simbolo di un Pontificato che già giganteggia nella storia. Quanto più il Papa saliva, inoltrandosi in quella fitta selva di Croci e calcando quella seminagione di fede, tanto più quel gesto appariva il simbolo di un Pontificato. Quel cammino lungo una Collina verso la quale converge e dalla quale si diparte una singolare geografia della fede; quel cammino attraverso un luogo unico al mondo per la povertà e per la ricchezza di una fede che parla il linguaggio struggente della speranza e dell’amore; quel cammino appare sempre più la sintesi di un Pontificato. Saliva, con Giovanni Paolo II, la storia da Lui incalzata e costretta a stupirsi e a stupire. Salivano gli uomini e le donne protagonisti anonimi di eventi imprevisti. Salivano i popoli e le Nazioni, crocifissi fino a qualche anno prima ed ora quasi increduli del riscatto della propria dignità. Saliva la Chiesa del silenzio che oggi si sforza di trovare le parole per sollecitare tutti a vincere la paura. Salivano la debolezza degli oppressi e la fragile potenza dei violenti. Quei violenti ateocratici sconfitti di fronte al mondo dalla fede semplice dei senza-nome e dall’audacia della Verità del Successore di Pietro. Sulla Collina delle Croci quasi si legge l’autobiografia di un Sacerdote, di un Vescovo, di un Papa. L’autobiografia di un Pontificato. L’autobiografia della Chiesa di questi venticinque anni. E sembrano confermarlo le tre stazioni compiute dal Santo Padre lungo la salita. La prima presso la grande Croce di legno piantata nel maggio 1981 a ricordo dell’attentato in Piazza San Pietro. La seconda presso una Croce di marmo bianco che farà memoria della peregrinazione di Giovanni Paolo II: una Croce sulla quale sono scolpite le famose parole “in hoc signo vinces”, le quali in quel luogo sono rivelatrici di un monito storico. Due volte, infatti, il regime ateocratico aveva fatto distruggere le Croci e due volte esse sono sorte più numerose. Ed ora sono lì, segno di Redenzione di fronte alle ideologie di ogni tipo, ai blocchi, ai sistemi caduti e non caduti. La terza stazione in cima alla Collina presso l’immagine della Madonna. Momento alto ed umile di un cammino incominciato da lontano e proiettato lontano. Proiettato verso una nuova primavera evangelica, che si fa impegno e vita in quanti ringraziano il Signore per aver donato alla Chiesa e al mondo questo Successore di Pietro. Quest’Uomo di Dio. Stupore della storia; stupore delle nuove generazioni per il cui futuro sempre tenera è la Sua carezza. La carezza di Giovanni Paolo II che dischiude orizzonti nuovi. L’orizzonte dischiuso dal pellegrinaggio giubilare sul Sinai, la Santa Montagna della Verità e della Libertà: l’orizzonte di Dio. Quest’Uomo di Dio umilmente obbliga tutti – credenti e non credenti – a sollevare il capo verso l’Alto, a ritrovare il sentiero che porta verso “vette ardite e pacificanti”, verso la vetta dell’Incontro.

Non sono riusciti a distruggere la Lettera

E continua, Giovanni Paolo II, a farsi e a consegnarsi come Lettera. La “busta” è un po’ sgualcita: in venticinque anni è stata toccata per fede e per amore da tante e tante mani. È stata toccata anche da mani omicide, il cui disegno era quello di distruggere la Lettera. Non vi riuscirono. E se la busta fu violata – e le conseguenze si vedono -, la Lettera è rimasta intatta e lucida. Dai caratteri indelebili e penetranti. È la Lettera di Dio.

Mario Agnes

(©L’Osservatore Romano – 16 Ottobre 2003)