Nuove irruzioni dello Spirito. I movimenti nella Chiesa

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Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Nuove irruzioni dello Spirito. I movimenti nella Chiesa, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2006, € 9,00

«A quei tempi [agli inizi degli anni settanta], Karl Rahner e altri usavano parlare di “inverno” nella Chiesa; in realtà pareva che, dopo la grande fioritura del Concilio, fossero subentrati gelo in luogo di primavera, affaticamento in luogo di nuovo dinamismo. […] Ma ecco, all’improvviso, qualcosa che nessuno aveva progettato. Ecco che lo Spirito Santo, per così dire, aveva chiesto di nuovo la parola. E in giovani uomini e in giovani donne risbocciava la fede, senza “se” né “ma”, senza sotterfugi né scappatoie, vissuta nella sua integralità come dono, come regalo prezioso che fa vivere. Certo non mancò chi avvertì ciò come qualcosa che veniva a disturbare dibattiti intellettualistici e progetti di costruzione di una Chiesa totalmente diversa e fatta a propria immagine. E come poteva essere altrimenti? Dove irrompe, lo Spirito Santo scombina sempre i progetti degli uomini. […] Si ebbero frizioni, di cui, in vari modi, furono responsabili ambo le parti. Si rese necessario riflettere sul come le due realtà – la nuova fioritura ecclesiale originatasi da situazioni nuove e le preesistenti strutture della vita ecclesiale, cioè parrocchia e diocesi – potessero porsi nel giusto rapporto. In larga misura si tratta, qui, di questioni prettamente pratiche, che non vanno spinte troppo in alto nei cieli del teorico. Ma d’altro canto è in gioco un fenomeno che si ripresenta periodicamente, in forme disparate, nella storia della Chiesa. Esiste la permanente forma basilare della vita ecclesiale in cui si esprime la continuità degli ordinamenti storici della Chiesa. E si hanno sempre nuove irruzioni dello Spirito Santo, che rendono sempre viva e nuova la struttura della Chiesa» (pp. 14-15).
Proprio da questa felice definizione dei movimenti ecclesiali come «nuove irruzioni dello Spirito» è tratto il titolo del presente volumetto, che in occasione dell’incontro di Papa Benedetto XVI con i movimenti nella scorsa Pentecoste riunisce un intervento e un dialogo in merito, già pubblicati separatamente, dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nell’Introduzione (pp. 5-10), mons. Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, riprende i concetti principali espressi dal cardinale nelle due parti e ripercorre il lungo e amichevole rapporto di Ratzinger con i movimenti, concludendo con la certezza che «Queste pagine serviranno loro da bussola sicura e guida preziosa per guardare all’essenziale e riscoprire sempre di nuovo la loro stessa ragione di essere, cioè il servizio alla missione nella Chiesa» (p. 10).

Nel primo testo, la lezione di apertura al Congresso dei movimenti ecclesiali tenuto a Roma nel 1998, il cardinale tratta de «I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica» (pp. 11-50): in pratica, a partire dal fatto di questa inattesa irruzione dello Spirito e dalle conseguenti reazioni – positive e negative, egli si chiede quali siano le loro caratteristiche e quale il loro posto nella Chiesa. Ratzinger riflette su ciò, in primo luogo chiarendo alcuni principi visti in modo erroneamente dialettico: istituzione e carisma, cristologia e pneumatologia, gerarchia e profezia. Nel caso di specie: i movimenti sono un carisma che contrasta con l’istituzione? Il perpetuarsi del mandato di Cristo nella Chiesa è indipendente dallo Spirito? Ed è forse possibile che lo Spirito “sguazzi” a prescindere dal mandato di Cristo? Il carisma profetico dei movimenti deve trovarsi per forza contro la gerarchia? Questa visione dialettica del cristianesimo e della Chiesa, spesso accettata a priori, è una delle cause tanto di una diffidenza nei confronti dei movimenti, visti alla stregua di qualcosa di “sovversivo”, quanto di derive autoreferenziali da parte di essi. Evidentemente il rapporto tra istituzione e carisma – nel caso, tra istituzione ecclesiastica e movimenti – va posto in maniera diversa, innanzitutto perché l’unico elemento strutturale, immutabile, della Chiesa, ciò che ne fissa la struttura istituzionale, è il sacramento dell’Ordine (vescovi, presbiteri, diaconi), cioè un elemento carismatico. «Che l’unico elemento strutturale permanente della Chiesa sia un “sacramento” significa, al contempo, che esso deve essere continuamente ricreato da Dio» (p. 17), e quindi non può essere “fabbricato” come un qualcosa di puramente umano, bensì atteso e invocato. «Naturalmente, accanto a questo ordinamento fondamentale vero e proprio – il sacramento – nella Chiesa esistono anche istituzioni di diritto meramente umano […]. Va, però, subito detto che la Chiesa ha, sì, bisogno di siffatte istituzioni, ma se queste si fanno troppo numerose e preponderanti mettono in pericolo l’ordinamento e la vitalità della sua natura spirituale» (p. 1Cool. In sostanza, dunque, la Chiesa è sì un’istituzione, ma fondata su un carisma. Inoltre «nella teologia contemporanea emerge sempre più chiaramente la contrapposizione di visione cristologia e visione pneumatologica della Chiesa. Donde si asserisce che il sacramento è correlato alla linea cristologico-incarnazionale, a cui poi dovrebbe affiancarsi la linea pneumatologico-carismatica» (p. 21) In realtà, osserva Ratzinger, è sbagliato contrapporre Cristo e lo Spirito, poiché proprio grazie a quest’ultimo Egli si fa presente nei sacramenti. Infine non bisogna contrapporre gerarchia e profezia, poiché «la Chiesa è edificata non dialetticamente, bensì organicamente. Di vero, quindi, c’è solo che si danno in essa funzioni diverse e che Dio suscita incessantemente uomini profetici – siano essi laici o religiosi, oppure anche vescovi e preti – i quali le lanciano quell’appello che nel corso normale dell’istituzione non attingerebbe la forza necessaria» (p. 25).
A questo punto Ratzinger compie un excursus storico, osservando come ai primordi del Cristianesimo agli apostoli spetti una missione universale – «l’area loro assegnata è il mondo» (p.26) – dalla quale nascono le Chiese locali; man mano che vengono raggiunti gli “estremi confini della terra”, sono i vescovi delle Chiese locali ad assumere su di sé sia la cura della propria comunità, sia la sollecitudine “universale” per la propagazione della fede. Talvolta però «il ministero della successione apostolica può intristirsi nell’espletare servizi al mero livello di Chiesa locale, perdendo di vista e dal cuore l’universalità del mandato di Cristo; l’inquietudine che ci spinge a portare agli altri il dono di Cristo può estinguersi nella immobilità di una Chiesa saldamente sistemata» (p. 30). Così è accaduto che più volte nel corso della storia della Chiesa lo Spirito abbia suscitato movimenti che rilanciassero tale inquietudine universale: il monachesimo missionario che a partire dal VI secolo evangelizza le isole britanniche e le popolazioni germaniche; il monachesimo cluniacense, che nel secolo XI contribuisce alla riforma gregoriana e alla lotta per la libertas Ecclesiæ; gli ordini francescano e domenicano nel Duecento; le missioni, soprattutto gesuitiche, in America, Africa e Asia in età moderna; i movimenti ottocenteschi dediti all’educazione e alle opere di carità.
Una volta riconosciuta nei movimenti «la risposta dello Spirito Santo alle mutevoli situazioni in cui viene a trovarsi la Chiesa» (p. 43), «a noi tocca solo essere sollecitamente attenti a essi, accogliendo grazie al dono del discernimento quanto hanno di buono e imparando a superare quanto vi è di meno adeguato» (ibidem). Criterio essenziale di tale discernimento «è il radicamento nella fede della Chiesa. Chi non condivide la fede apostolica non può pretendere di svolgere attività apostolica» (p. 45). «Le due parti [i movimenti e la comunità locale] devono lasciarsi educare dallo Spirito Santo e anche dall’autorità ecclesiastica» (p. 4Cool, poiché «essi sono un dono fatto alla Chiesa nella sua totalità, e alle esigenze di questa devono sottomettersi, per restare fedeli a ciò che è loro essenziale. Ma occorre che si dica chiaramente anche alle Chiese locali, anche ai vescovi, che non è loro consentito indulgere ad alcuna pretesa di uniformità assoluta nella organizzazione e nella programmazione pastorale. Non possono far assurgere i loro progetti pastorali a pietra di paragone di quel che allo Spirito Santo è consentito operare […]. Soprattutto non si può sostenere un concetto di comunione in cui il valore pastorale supremo consista nell’evitare conflitti» (ibidem).

La seconda parte – «I movimenti, la Chiesa, il mondo» (pp. 51-96) – è un dialogo dell’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con numerosi vescovi partecipanti ad un seminario su “Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella sollecitudine pastorale dei vescovi”, tenuto a Roma nel 1999. Sollecitato dalle domande dei vescovi, il cardinale riprende numerosi concetti già presenti nella prima parte, come l’insufficienza della dicotomia tra istituzione e carisma: «I pastori non sono solo persone che rivestono una certa carica, ma sono essi stessi carismatici, sono responsabili dell’apertura della Chiesa all’azione dello Spirito Santo. Noi vescovi nel sacramento siamo unti dallo Spirito Santo e il sacramento ci garantisce quindi anche l’apertura ai doni dello Spirito Santo» (p. 54). Ratzinger ritorna poi sulla responsabilità del vescovo, che «ha il compito di discernere e anche di aiutare questi movimenti a purificarsi in quanto necessario. Perché se è vero che la fonte viene dallo Spirito Santo, le concretizzazioni poi comportano anche l’elemento umano, quindi la fonte ha bisogno di essere canalizzata per servire bene e anche di essere purificata. Perciò il vescovo, da una parte, deve sentire la responsabilità di accettare questi impulsi, che sono doni per la Chiesa e le danno nuova vitalità, ma dall’altra deve anche aiutare i movimenti a trovare la strada giusta, con correzioni fatte con molto amore, con molta comprensione, con la consapevolezza che non deve rifiutare un dono dello Spirito Santo, ma anche con la responsabilità per la pacifica unità all’interno della Chiesa» (pp. 62-63).
La reciproca disponibilità, la collaborazione e il discernimento dovrebbero condurre a fare dei movimenti dei luoghi privilegiati in cui l’incontro con la Chiesa universale avviene in modo concreto e familiare: «i movimenti, mi sembra, hanno questa specificità di aiutare a riconoscere in una grande Chiesa, che potrebbe apparire soltanto come una grande organizzazione internazionale, la casa dove si trova l’atmosfera propria della famiglia di Dio e nello stesso tempo si rimane nella grande famiglia universale dei santi di tutti i tempi» (p. 74).

Stefano Chiappalone