Multinazionali del terrore

In libreria

ANDREA MORIGI, Multinazionali del terrore, con una prefazione di Vittorio Feltri, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2004, pp. 174, € 11,90, ISBN 88-384-8384-1

«lo renderò fecondo e molto, molto numeroso:
dodici principi egli genererà
e di lui farò una grande nazione
»
(Gen 17,20)

«Egli sarà come un ònagro;
la sua mano sarà contro tutti
e la mano di tutti contro di lui
e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli
»
(Gen 16,12)

Ismaele, islam, evangelizzazione.
Da sempre, le promesse di Dio ad Ismaele e la sua discendenza, sono uno dei misteri scritturali più difficile da interpretare. E’ tuttavia un fatto inoppugnabile che i figli di Ismaele, oggi grosso modo identificabili con i popoli arabi, sono la maggioranza della popolazione mondiale: «lo renderò fecondo e molto, molto numeroso».
Dal punto di vista religioso, poi, se si distingue la Chiesa fondata da Gesù Cristo dalle altre confessioni cristiane, l’islam non è soltanto la religione più diffusa, ma anche quella con il tasso di crescita più rapido: «di lui farò una grande nazione». Siamo, indubbiamente, di fronte al risultato vincente di una predicazione più che millenaria.
Certo, l’islam non è direttamente associabile agli ismaeliti, ma è tra i popoli arabi che l’islamismo nasce e si diffonde.
Per il cattolico del Terzo Millennio, l’islam, anche senza relazionarlo al terrorismo islamico, costituisce contemporaneamente un problema e una sfida.
L’aspetto problematico è costituito dalla diffusa e crescente mancanza di libertà religiosa nei paesi islamici, non soltanto in quelli cosiddetti “fondamentalisti” – ossia non soltanto nei paesi con legislazione coranica -, ma nella vita quotidiana di chi musulmano non è, e si trova a dover sopravvivere in un paese che abbia una maggioranza di fede islamica. La cosiddetta «mancanza di reciprocità», ossia la mancanza di autorizzazione a costruire luoghi di culto cristiano nei paesi islamici, è solo un aspetto (importante, perchè legislativo) del problema, che andrebbe tuttavia sempre associato ai precetti personali che ogni musulmano deve applicare a chi è di religione diversa dalla sua.
La “sfida”, invece, tocca direttamente il cuore della missione della Chiesa: l’Evangelizzazione.
Perchè l’Evangelizzazione abbia successo è innanzi tutto necessaria la preghiera, perchè è il Dio della Grazia che muove i cuori.
Tuttavia, perchè un’opera evangelizzatrice sia efficace, occorre anche – e sul piano naturale prima di ogni altra cosa – conoscere con esattezza la realtà che si deve evangelizzare.
Il mondo cattolico, oggi, può dire di conoscere appieno questa parte della discendenza di Ismaele?

Dialogo interreligioso, informazione, pace
All’interno del mondo cattolico circolano ormai numerose trasmissioni e pubblicazioni che – per bocca di presunti esperti – cercano di far capire qualcosa di una realtà che, più la si conosce e studia, più ci si accorge è estremamente complessa.
Non è questa la sede per fare una valutazione di ciò che i media dicono essere l’islam – media che, ahinoi, sono quasi sempre superficiali e inesatti -, ma piuttosto di attirare l’attenzione su un dato di fatto, spesso trascurato nel dialogo interreligioso. Si tratta di far riflettere sul fatto che il terrorismo – il quale colpisce innocenti ormai in tutte le parti del globo – nasce e si alimenta ormai quasi esclusivamente nel mondo islamico.
E’ vero che ormai ovunque si sostiene che occorre distinguere tra un islam moderato ed uno fondamentalista, ma attirare l’attenzione su quello che è il “bacino di coltura” del terrorismo può segnare una svolta nelle modalità del dialogo interreligioso: un dialogo che, sia chiaro, deve continuare e crescere, ma che altrettanto chiaramente è afflitto dalla superficialità derivante dall’influenza dei media.
Per fare un esempio a supporto del precedente dato fattuale: siamo consci che – come documenta l’esplosivo libro dello storico militare Alberto Leoni, già recensito in questa rubrica – l’islam muove ininterrotta guerra al mondo intero da 1.400 anni? In altre parole, abbiamo la consapevolezza che «la sua mano [di Ismaele] sarà contro tutti»?
La verità dei fatti non è mai pregiudizievole per il dialogo, anzi è il presupposto perchè esso si svolga con modalità corrette e per ottenere il risultato di ciò a cui il dialogo mira. Infatti, se – come insegna il Catechismo (n. 1912) -, il bene comune «ha come fondamento la verità, si edifica nella giustizia», è quantomai opportuna un’opera di corretta informazione nei confronti di chi – penso ai Vescovi, ma non solo – è sia il custode della dottrina fondamento del bene comune, che il primo responsabile di ogni dialogo interreligioso.
Tuttavia, oltre che corretta, in considerazione della vastità del mondo islamico e della complessità che lo connota, serve però anche una informazione completa. L’assenza di completezza informativa, può, ad esempio, lasciare spazio alla convinzione – purtroppo molto diffusa tra i cattolici – che la guerra asimmetrica portata dal terrorismo al bene comune di tutta l’umanità, sia il frutto di povertà economica e conseguente disperazione.
A colmare questa incompletezza è da poco arrivato nelle librerie un particolarissimo volumetto, scritto da un giornalista che si occupa proprio di economia, il quale è particolarmente utile, forse necessario, proprio ai Pastori del Popolo di Dio.
«Multinazionali del terrore», questo è il titolo del libro che presentiamo, si occupa proprio di illuminare quella presunta deficienza dell’islam che si ritiene sia all’origine del terrorismo: l’economia. Giova ricordare che la dottrina sociale della Chiesa – che come si è già detto fa parte del depositum fidei custodito dai successori degli Apostoli ed è fondamento del bene comune – riserva all’economia moltissima importanza.
Infine, prima di lasciare la parola alla recensione – tratta dal settimanale Il Domenicale -, va sottolineato che anche la pace, per la quale il Papa ha ricordato che “Non c’è pace senza giustizia, non c’ è giustizia senza perdono”, abbisogna delle verità, tutt’altro che secondarie, svelate da Andrea Morigi.

Povertà, terrorismo, carità
Da tre anni a questa parte sono stati congelati conti bancari e fondi per quasi 140 miliardi di dollari, senza che si sia riusciti a fermare l’attività terroristica di Al Qa’ida.
La rete terroristica di ispirazione islamica continua ad alimentare il jihad con attività criminali – il contrabbando, il traffico di droga e di armi – ma trae la maggior parte dei suoi finanziamenti da affari leciti – il commercio d’oro e di pietre preziose – o addirittura apparentemente rispettabili e praticamente intoccabili, come i mercati azionari.
Centinaia di inchieste giudiziarie condotte in tutto il mondo hanno evidenziato una “zona grigia”, composta di società fantasma o di copertura fondate da gruppi ultrafondamentalisti per raccogliere denaro da destinare alla preparazione di attentati e al mantenimento delle strutture logistiche della rete di Osama bin Laden.

Ora il volume di Andrea Morigi, giornalista economico del quotidiano “Libero” va oltre e si avventura nel terreno del sistema bancario islamico e dei fondi d’investimento ispirati alla shari’a, la legge coranica, scoprendo un legame preciso tra il mondo della finanza e la “guerra santa”.
È il testo sacro dei musulmani, del resto, a prescrivere la donazione di parte dei proventi del lavoro e del commercio come tassa per il culto (zakat). E se per culto si arriva a intendere, come fanno numerosi commentatori, anche la lotta contro gli “infedeli”, il meccanismo conduce naturalmente a versare le proprie elemosine a scopo omicida.
Non solo in linea teorica, dato che negli Stati Uniti almeno due importanti gruppi finanziari islamici, l’Amana Mutual Fund Trust e gli Azzad Funds, invitano apertamente a fornire il proprio sostegno economico ad associazioni che chiedono di sostituire il governo americano in un califfato o sono coinvolte in operazioni terroristiche. E, in qualche caso, lo stesso governo americano paradossalmente vi contribuisce con consistenti agevolazioni fiscali, dichiarando detraibili dalla dichiarazione dei redditi le donazioni compiute a favore di enti benefici.
Quello delle organizzazioni umanitarie è uno strumento ormai sperimentato, utilizzato da oltre un decennio per alimentare i mujhaeddin bosniaci e i talebani dell’Afghanistan, ma tuttora in voga nel fundraising mascherato che offre “solidarietà” ai guerriglieri ceceni e ai “martiri suicidi” palestinesi. Apparentemente, i progetti finanziati si limitano alla costruzione di moschee e di scuole coraniche. Da quei centri religiosi, tuttavia, parte un’imponente offensiva culturale e, a volte, armata.
L’intreccio tra la “carità” e la diffusione violenta dell’islam appare, nelle pagine del libro-inchiesta di Morigi, un elemento chiave. Dall’estrazione del petrolio si originano ingentissimi capitali, investiti per la maggior parte in quote azionarie industrie occidentali – e non invece per lo sviluppo economico e sociale dei Paesi arabi – da quella stessa élite fondamentalista nota come la “catena d’oro”, che mette a disposizione della beneficenza islamica una porzione consistente degli utili guadagnati in Borsa.
Come risultato, secondo l’autore, «le finalità politiche del terrorismo coincidono e si confondono per molti versi con quelle non-profit», perché «il terrorismo genera paura e la beneficenza tranquillizza, equilibrando così l’immagine violenta dell’islam nell’opinione pubblica. Ma sia il primo sia la seconda hanno in alcuni casi un’unica origine».