Monsignor Negri e la politica

Chiesa

da Tempi.it, 17-6-2008

Benedetto XVI che esprime «gioia per il nuovo clima politico in Italia». Berlusconi che esce dall’incontro del 6 giugno col Pontefice e sprona i suoi collaboratori a «lavorare con più entusiasmo». Le reciproche cordialità, l’impegno ad introdurre il quoziente familiare nel Dpef, la sintonia sul valore della sacralità della vita, i rispettivi comunicati ufficiali da cui traspare una cordiale comunanza di intenti. Tutti segni, secondo monsignor Luigi Negri vescovo di San Marino-Montefeltro, che «l’incontro del 6 giugno tra il Santo Padre e il presidente del Consiglio non è stato solo un appuntamento formale».

Perché è stato un incontro interessante?

Perché è un punto di partenza. Si apre una prospettiva di lavoro per i cattolici italiani, abbiano loro maggiori simpatie per la destra o la sinistra non importa, importa che incalzino i nostri rappresentanti affinché questi valori che sono stati proclamati diventino politica.
A dire il vero c’è da tempo in Italia un partito che ha fatto dei valori cristiani la propria bandiera…
E però si è visto che fine ha fatto nel segreto dell’urna.In che senso?

Non basta proclamarli, i valori, per fare una politica "cattolica".

E che cosa bisogna fare?

Occorre tradurre in politica la dottrina sociale della Chiesa. Cioè far sì che quelli che il Santo Padre ha definito come valori inderogabili e che riguardano la vita, la famiglia, l’educazione e che sono valori al contempo laici e cattolici, passino da una rivendicazione di ordine culturale a una attuazione politica, pratica, reale.

Il premier ha dichiarato che «l’attività del governo non può che compiacere il Papa e la sua Chiesa». Monsignor Negri, sgomberiamo immediatamente il campo da un equivoco che si sente sempre più spesso ribadire quando il Cavaliere spende parole d’elogio per la Chiesa. Berlusconi non può parlare perché è divorziato.

Un uomo di Chiesa, quale io sono, deve saper distinguere tra la vita personale e quella pubblica. Posso avere un giudizio non positivo su certe situazioni, su certi comportamenti che riguardano gli esponenti della nostra classe politica, ma far diventare questa valutazione un giudizio politico mi pare un’operazione di un moralismo ottuso.

Moralismo ottuso?

Sì, è l’atteggiamento tipico di chi, non avendo argomenti, si rifugia nella condanna di vicende personali.

E allora in base a quali criteri va giudicato un politico?

Dal suo operare per il bene comune. La storia dell’umanità è piena di persone non corrette che hanno incrementato il bene comune. Così come è ricca di persone dall’educazione irreprensibile che hanno provocato grandi tragedie. Ricordo solo che Josif Stalin era un ex seminarista.
Dunque l’accusa secondo la quale Berlusconi non può vantare la "patente di buon cattolico" non regge.
Ma questo è un cortocircuito! La moralità in politica è data dal perseguire il bene della collettività. Per quel che riguarda la moralità personale, quella è una faccenda che riguarda il dramma del singolo uomo.

Da Berlusconi a Benedetto XVI. Per usare un titolo di un importante quotidiano: la Chiesa vota a destra?

La Chiesa non vota. La Chiesa ha sempre avuto coscienza delle istituzioni, questo sì. Quando la Chiesa si trova di fronte a istituzioni che hanno ricevuto una legittima investitura popolare, sempre è portata ad avere un atteggiamento positivo e di apertura.
Massimo D’Alema ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui mette in guardia la Chiesa dalla «tentazione demoniaca dell’egemonia».
Mi pare che D’Alema scambi il concetto di presenza col concetto di egemonia. La Chiesa è presente nel tessuto della società italiana, ma non è egemonica. Se mi è consentito, vorrei far notare che da quarant’anni il nostro paese conosce una sola tendenza egemonica: quella di sinistra.

Lei è di Comunione e Liberazione, il movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani. Proprio don Giussani è stato citato dal dalemiano Nicola Latorre in difesa di D’Alema. Ha detto Latorre che anche don Giussani metteva in guardia gli uomini di Chiesa dall’errore egemonico definendolo «strumento in mano alla menzogna, a Satana padre della menzogna».

Ma certo! Il richiamo è giusto, ma don Giussani lo ha sempre fatto per ribadire che occorre essere presenti, non egemonici. Infatti, quel che ha sempre dato fastidio di don Giussani è che ha dato vita ad un popolo che è dentro la società, non rintanato in qualche scantinato. La sua è sempre stata una spiritualità dell’incarnazione, attiva nelle pieghe della società e del popolo. Che ora si usino delle sue citazioni fuor di contesto per attaccare la Chiesa mi pare perlomeno grottesco.
Secondo Famiglia cristiana i cattolici di sinistra sono stati traditi da «un partito fantasma». Si parla addirittura di un «rischio scissione» tra l’ala cattolica del partito e quella laica. I teodem hanno riconosciuto che il problema è reale, Walter Veltroni ha smentito. Al quotidiano francese La Croix l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha spiegato che «il cardinale Camillo Ruini ha remato contro di me dal momento in cui mi definii un "cattolico adulto"».
Mi sembra un momento di grande confusione. Ma a parte certi giri di valzer dico che se queste opinioni diventano l’occasione per una autocritica costruttiva che miri a riproporre il senso del fare politica di un cattolico, e cioè il farsi guidare dalla dottrina sociale della Chiesa nel proprio agire, allora anche questo può essere un itinerario positivo. Altrimenti, come mi pare più plausibile sostenere, stiamo solo assistendo ad uno sterile gioco aritmetico: si stanno contando.
Secondo i dati di un recente sondaggio alle ultime elezioni solo il 30 per cento dei cattolici ha votato Pd. La precedente tornata elettorale era stato il 56 per cento ad aver accordato il proprio favore all’Unione. Per il direttore di Avvenire Dino Boffo questa sfiducia nei confronti del nuovo Pd si spiega col fatto che «per due anni la Chiesa si è sentita sotto tiro. Berlusconi l’ha rassicurata ed è naturale che si sia tirato un sospiro di sollievo».
Credo che il primo dato da sottolineare sia che il precedente esecutivo non ha saputo governare. Ho una certa età, ma certi livelli di povertà non li vedevo dal Dopoguerra. Quindi il primo fenomeno con cui i cattolici di sinistra dovrebbero imparare a fare i conti è il fatto che la vita oggi non è più dignitosa da un punto di vista materiale.

E poi?

E poi altri due eventi hanno pesato: la connivenza con un certo materialismo edonista ostile alla sacralità della vita (Dico, Cus e quant’altro) che sarebbe stato rigettato persino dai comunisti di Togliatti. Perché ancora qualcuno mi deve spiegare che c’entrano i vecchi comunisti che erano fedeli a certi valori popolari con i radicali che fanno di ogni desiderio un diritto. E poi c’è stato da parte del precedente esecutivo una certa contiguità ideale col terrorismo degli anni Settanta. La vicinanza con uomini che si sono insediati nelle istituzioni o sulle cattedre pubbliche che appartengono agli anni più bui della storia d’Italia non ha certamente giovato loro al momento del voto.

di Emanuele Boffi