Mons. Luigi Negri, Parole di fede

In libreria

Mons. Luigi Negri, Parole di fede ai giovani,  Edizioni Fede & Cultura , 2010, ISBN 9788864090672, pp. 80, € 8

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Sconto su: http://www.theseuslibri.it

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LA FELICITÀ È UN INCONTRO
presentazione di Massimo Pandolfi

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Un mio caro amico – che si chiama Gian Piero Steccato – nella primavera del 2009 è stato ricevuto dal Papa e gli ha fatto pervenire questo messaggio: «Ho voglia di vivere, sono entusiasta e curioso, amo la natura e il mondo in cui ho la fortuna e il privilegio di esistere. Sono consapevole che la mia fortuna è frutto della volontà del Signore e ringrazio infinite volte per quanto mi viene concesso».
Gian Piero è una persona felice. Eppure Gian Piero è da più di dieci anni un uomo completamente paralizzato, muto, cieco, mezzo sordo e attaccato ventiquattro ore su ventiquattro a un respiratore artificiale. È anche un po’ storpio.
Viene da chiedersi: come fa uno ridotto così a scrivere cose simili al Papa? È per caso matto? O forse è già un Santo? Ma è davvero felice? E che cos’è poi questa benedetta felicità?
È proprio attorno a questa parolina magica – felicità – che ruota tutto il lavoro svolto da Monsignor Luigi Negri con i giovani della sua Diocesi, lavoro quotidiano che tocca poi a ognuno di noi, adulto o bambino che sia, perché ciascuno deve imparare a vivere, deve imparare a cercare la sua felicità.
Il disgraziatissimo Gian Piero è felice di vivere, Cesare Pavese (viene ricordato in questo libro) si ammazzò la sera stessa in cui vinse il Premio Strega: non aveva trovato un senso alla sua esistenza e anche in quelle ore in cui poteva toccare il cielo con un dito, vedeva solo il dito e poi il nulla. Gli occhi del suo cuore non riuscivano ad aprirsi verso il cielo; non ha trovato niente e nessuno che glieli spalancasse.
Gian Piero Steccato e Cesare Pavese: c’è qualcosa che straripa dai nostri ordinari e forse banali argini umani in queste due esperienze e allora fa bene Negri, riprendendo le parole di Benedetto XVI, a suggerire ai giovani di andare controcorrente, «non per dimostrare chissà che cosa, ma per essere se stessi».
Cosa vuol dire essere se stessi? Vuol dire forse, parafrasando Raoul Follereau, che «la sola verità è amarsi» o come dice un po’ brutalmente, ma senza falsi buonismi, uno dei più bravi poeti contemporanei, Davide Rondoni: «Ognuno di noi cerca la felicità; è giusto, è normale. Anche perché io della felicità dell’altro non so che farmene. La questione della felicità è una questione personale, è una questione tua, una questione in cui si gioca la tua libertà, cioè ad un certo punto sei tu che dici e riconosci qual è la presenza che ti rende felice. La felicità non è un argomento, non è un tema, non è un’idea, non è un discorso: la felicità è un incontro». E Rondoni ci spiega anche come fa il mio amico Gian Piero ad essere felice, ci dimostra come per essere felici nella sua condizioni non sia affatto necessario essere matti o santi: «Il cristiano la chiama letizia, cioè il fatto che possa permanere uno sguardo positivo sulla vita anche nelle difficoltà, nel dolore. Io voglio essere felice anche nel dolore! Io posso essere felice anche nel dolore! Ci siamo abituati a mettere in contrapposizione questi due termini, ma non è così: si può essere felici anche nel dolore».

Ecco perché in quest’epoca bisogna andare un po’ tutti controcorrente, cioè scavare fino in fondo al nostro cuore; guai fermarsi alle apparenze. Don Luigi Giussani, nel volume L’io rinasce in un incontro scrisse: «Discutono tutti sul problema dell’educazione dei giovani, ma non esiste il problema dell’educazione dei giovani, vale a dire non è questione di chiamare i vari sociologi che circolano in questo mondo per vedere cosa si deve fare. Come tale, il problema dell’educazione dei giovani è che hanno assolutamente bisogno di una sola cosa, una, ed è quella stabilita dalla natura: la presenza dell’adulto. I giovani hanno bisogno di una presenza, cioè che l’adulto sia presenza. Ma adesso io voglio dire che la parola “presenza” è analoga, richiama la parola che ha più vicino, la parola “incontro”. Nella misura in cui uno vive la coscienza di appartenenza diventa un incontro per gli altri, diventa presenza, per cui l’altro fa un incontro».
E tornando alla felicità, come diceva Rondoni: «La felicità è un incontro» ed è questo che cerca di trasmettere, più che insegnare, Monsignor Negri ai suoi ragazzi di San Marino e del Montefeltro.
Oggi i nostri giovani non sono più abituati a vivere così; noi grandi non siamo più abituati a vivere così. In fondo questa questione tremendamente seria che si chiama vita, che si chiama felicità è diventata un‟opinione, un’idea, una tavola rotonda su cui confrontarsi. Si può abortire un feto? È giusto o no far morire uno stato vegetativo? Spersonalizziamo, togliamo di mezzo l’umano, facciamo fuori la persona con la sua dignità. E ci stiamo facendo un po’ tutti il lavaggio del cervello a furia di nozioni e infatti siamo iperinformati, quasi andiamo in tilt; ma non si vive, non ci si innamora, non si è felici, con le nozioni, con le informazioni. Bisogna percorrere la strada della conoscenza, che può essere frutto solo di un’esperienza, cioè di un incontro con una persona viva, carnale. Altrimenti, come Pavese, vedremo solo il nostro dito, senza più il cielo; magari non ci sarà neppure bisogno di ucciderci, perché saremo già morti dentro, qualunque sia la nostra età. Invece no, invece noi vogliamo vivere – andare controcorrente: ce lo chiede il Papa, ce lo chiede il vescovo Negri – come il mio amico Gian Piero.

Massimo Pandolfi, giornalista
(caporedattore de “Il Resto del Carlino”)

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INSIEME PER IMPARARE A VIVERE1
Come introduzione di questa serata credo si debba affermare la necessità di allargare l’amicizia fra di voi e con i vostri sacerdoti per far posto alla mia presenza, prescindendo da qualsiasi formalismo o scenografia e cercando di vivere un momento serio, sano, in cui ciascuno sia presente per quello che è, desideroso di vita, di scoprire il senso fino in fondo, in tutte le stagioni, e, particolarmente, nella giovinezza, che è la cosa più importante.
Prima di tutto voglio fissare alcune reazioni che mi sono state provocate dal lavoro che avete svolto all’interno dei gruppi. Non ho la pretesa di esaurire tutte le problematiche che in futuro troveranno un ulteriore spazio, tenterò invece di presentarle in maniera generica. Valutando le vostre annotazioni mi pare di leggerne una sulle altre: quella relativa alla vicenda affettiva.

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Affettività
Ascoltando la parola affetto vengono in mente le tante relazioni che viviamo ogni giorno: il rapporto con i genitori, con i nostri fratelli, il legame con gli amici, con gli educatori e non da ultimo l’affetto nei confronti del nostro ragazzo o della nostra ragazza oppure per le persone che ci piacciono. Mi sembra che nell’impostazione del problema sia evidente una certa immediatezza, una certa istintività. La questione affettiva si impone nella vita come un dato che trascina. In un passaggio successivo leggo “quando siamo innamorati o meglio infatuati di qualcuno ci sentiamo tanto felici da non capire più nulla”. In questa impostazione c’è – dicevamo – un sopravanzo dell’immediatezza: uno va dietro alle cose che sente, risponde agli stimoli senza ragionarci molto. L’affettività per il mondo in cui viviamo e, di riflesso, per voi giovani sembra essere insomma un terreno nel quale bisogna lasciarsi andare. Le uniche ragioni diventano così l’immediatezza, l’istintività, la sincerità. Ci sembra – come qualcuno di voi ha osservato – che il sentimento sia innato, come qualcosa che cresce spontaneamente dentro di noi assieme all’egoismo, all’attrazione orientata al benessere.
Giustamente avete affermato che l’amore è anche sacrificio, è dare più che ricevere, è accettare l’altro con pregi e difetti. Tuttavia l’affettività ha preso ad essere una reazione ai sentimenti che si provano. Un atteggiamento, questo, che è irrealistico, sbilanciato in favore della corrispondenza immediata, in altre parole del benessere. È facile capire come l’affezione non sia in realtà la fine di tutti i problemi, la scomparsa di tutte le difficoltà, il paradiso dove peraltro o si aumenta la propria capacità di reazione o si viene investiti da quella altrui. Ecco allora che abbiamo trovato un primo approdo: in questi termini l’affettività induce a cercare unicamente il piacere personale. Guai a pensare che possa portare con sé il sacrificio, il dolore, la fatica, la coscienza che non si è insieme per offrire reazioni da consumare. Basta però un momento di crisi del sentimento, un momento di fatica o che l’altro si riveli diverso da come lo credevamo perché questa affettività venga messa in discussione. È stato detto che il sentimento è innato: affrontare così la questione è banale e riduttivo. Quando un uomo si rapporta ad un altro non può essere soltanto perché gli piace o non gli piace, perché ci guadagna o non ci guadagna, ma la cosa è più complessa.

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Il mestiere  di vivere
Ecco che subentra la seconda osservazione, se cioè si può imparare ad amare. L’intuizione è formidabile, non solo si può imparare ad amare, ma si può imparare a vivere, si deve imparare a vivere. L’affettività sta dentro una situazione più ampia, più complessa, dentro la mia vita, è un particolare importante, non tutto. Quando sono innamorato non studio facilmente eppure anche lo studio è dentro la vita, così come i rapporti con gli adulti, la dimensione del conoscere la realtà (e non solo attraverso lo studio). Non è l’affetto la questione fondamentale ma chi sei tu che provi questo affetto, che messaggio ti lancia questo affetto che vuoi dominare e che ti domina, questo affetto che sembra annullare i problemi e le difficoltà che tuttavia non tardano a venire. Se prima di tutto impariamo a vivere, impariamo anche ad affrontare l’affettività, la conoscenza, il problema del comportamento morale, il prossimo futuro, quando, finito un ciclo di studi, dovrò decidere che cosa fare.

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Dall’universale al particolare
La vita dell’uomo ha un affetto fondamentale e quindi tanti affetti particolari. San Tommaso d’Aquino afferma che l’affetto fondamentale dell’uomo è l’affetto verso la verità, ed è cosa non diversa dall’affettività, poiché la verità è un uomo, Gesù Cristo, a cui ci si lega e a cui si vuol bene. Può passare un po’ di tempo perché si comprenda che il problema non è a chi voglio bene, ma per che cosa vivo, qual è il senso della mia vita. Se ho il senso della mia vita allora vedo che nonostante la fatica, tutti i particolari si organizzano, si sistemano secondo un loro valore. Altrimenti mi piombano addosso disordinatamente costringendomi a vivere di reazioni, a passare dalle cose grandi alle piccole senza avere uno sguardo. In fondo, quello che serve all’uomo, il suo desiderio, è di possedere uno sguardo chiaro su se stesso e sulla realtà. È fortunata la vita di quel giovane che incontra un’amicizia che gli risponde su questo punto, che gli insegna a vivere.
Nella storia della filosofia e della cultura c’è un’immagine che porta con sé questa capacità di insegnare agli uomini a vivere, si chiama Socrate, il filosofo di cui non abbiamo scritti se non ciò che i suoi allevi si ricordavano. Egli costrinse la società del suo tempo e la gente che incontrava a misurarsi con il problema della vita.
Vi sto dicendo che per quanto forte sia, l’aspetto affettivo non è fondamentale. Lo è invece il tentativo di conoscere l’affetto ultimo e di guardare tutti i problemi particolari alla luce di questo. Papa Benedetto XVI, quando ha parlato delle piccole speranze cui l’uomo si abbandona per vivere alla giornata, non ha parlato di affetti ma appunto di speranza, l’altro modo di dire in senso pieno la parola affetto. L’uomo infatti è alla ricerca di una speranza totale su cui poggiare la propria esistenza e su cui giocare il modo di stare con gli amici, con i genitori, di fronte alle circostanze diverse dell’esistenza e a tutte le cose che gli accadono improvvisamente, illudendolo in prima battuta di esserne protagonista.
Bisogna imparare a vivere, la vita non è un dato meccanico, bensì è un compito da fare, un compito da vivere. Ho sempre presente la grande formulazione di un grande letterato, Cesare Pavese, che si suicidò la sera stessa in cui vinse il Premio Strega perché non aveva trovato il senso della vita. Nella serie di telefonate angosciose non trovò nessuno che condividesse con lui la sua domanda di senso. Fallito l’estremo tentativo affannoso e affannato di incrociare un amico sul problema di fondo della vita, e quindi non su un particolare o su un altro, si tolse la vita, lui che dal punto di vista della fama aveva raggiunto un livello sufficientemente alto. Ho presente – dicevo – la sua formulazione sulla vita, il mestiere di vivere.
Ricordo che tanti anni fa mi colpì un verso di Baglioni che dice “ed in qualunque sera ti troverai / non ti buttare via / figlio di un cielo così bello / perché la vita è adesso”. Aggiungerei che serve qualcuno che la
vita ce la spieghi e ci dica chi siamo, che ci dica da dove veniamo e dove andiamo, serve l’esperienza straordinaria dell’incontro con Gesù Cristo: alle prime genti che Lo seguivano perché avevano freddo, perché con i romani avevano perso la libertà, Gesù aveva moltiplicato i pani. Poi guardandoli in faccia ad uno ad uno disse loro: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». (cfr. Mt 4,4)
Noi abbiamo bisogno di incontrare Qualcuno che ci spieghi il senso della vita per farci camminare; non di uno che ci butti sulle spalle il suo schema o una qualsiasi ideologia, abbiamo bisogno di respirare il problema della nostra umanità. Solo in un secondo tempo ritroveremo tutti gli altri fattori problematici. È sbagliato fissarsi su un problema dietro l’altro credendo di rimandare alla fine quello dell’io. La persona non è l’esito di tutti i particolari, ma qualcosa che li precede e in forza della quale è possibile affrontare ogni situazione. Perciò l’importante è capire che non abbiamo tanti problemi ma siamo noi stessi un problema, il problema del senso e del perché della nostra vita. Questa comprensione passa attraverso il grande avvenimento dell’amicizia e non è mai l’oggetto di chissà quali ricerche. Di fatto l’amicizia è il grande strumento che abbiamo a disposizione per essere aiutati a prendere sul serio noi stessi e la realtà. È in definitiva la grande proposta della vita cristiana che vivete e nella quale siete stati coinvolti, è il contenuto di questi nostri incontri: siamo insieme per imparare a vivere, per camminare verso la cosa che ci manca davvero, il perché esistiamo.

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Ed io che sono?
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Leopardi, dopo aver descritto in maniera affascinante la grandezza del cosmo, chiede: “Ed io che sono?”, io che cosa sono? Se non si parte di qui l’amicizia non esiste, sarà soltanto un po’ di benessere dato oppure ricevuto. Non esiste amicizia al di fuori dell’amicizia alla vita. Tanto meglio se posso dirti qualcosa di sostanziale, in caso contrario chiediamo insieme a questa realtà misteriosa che si riveli.
Eccoci giunti all’ultima osservazione: si tratta di dare alla nostra amicizia un aspetto veramente fondamentale, dobbiamo ricercare in essa profondità e non estensione. Aiutare ed essere aiutati a procedere dal punto giusto in direzione del senso profondo della vita, che – sostenevano i filosofi greci – è camminare verso la felicità. La felicità infatti non è un possesso: è conoscere chi amiamo, da dove veniamo, conoscere dove andiamo, in che modo passare dall’origine alla fine e investire i particolari di questa domanda.