(Messaggero) Quanta dignità in quelle solitudini

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“Il Messaggero”, 6.11.02

Tradizioni

Una raccolta sulle regole monastiche dell’Occidente attraverso i
secoli

di GIUSEPPE SALTINI Lo splendido Regole monastiche dell’Occidente (Einaudi, 610 pagine, 61,97
euro) ripropone e studia gli antichi “codici” di legislazione monastica
scritta che hanno fissato e fissano comportamenti, usi e costumi di coloro
che hanno scelto di vivere in comune (kenòbios) nel celibato.
L’incipit delle più remote regole in latino è quasi sempre simile. Suona più
o meno così: «Mentre eravamo seduti insieme, convinti che questa era la
decisione più salutare, pregammo il Signore nostro di accordarci lo Spirito
Santo, perché si ammaestrasse su come potessimo disporre la vita di
conversione dei fratelli e una regola di vita». Sono dunque due o più
religiosi a “codificare”. Presentandosi prevalentemente con pseudonimi
(Serapione, Macario, Virgilio, eccetera) essi assorbono le norme di
autoperfezionamento plasmate dai cristiani d’Oriente (da Basilio, da
Pacomio, dai Padri del deserto “in Aegypto”) e adattate alle comunità dell’
Italia, della Gallia o dell’Irlanda.
I capitoli delle Regole sono orientati ad arginare e respingere i capricci
dei postulanti, le approssimazioni dei pretenziosi, l’irruenza dei superbi,
il disordine dei sensuali, le cupe fissazioni degli accidiosi. Alla base di
ogni retto comportamento pongono la povertà, l’umiltà e l’obbedienza.
Ciascuna norma acquisisce, così, un fondamento impersonale, un’autorità
avvertita come non contingente, atemporale, assoluta. Anche quando saranno
singoli religiosi a “legiferare” (Agostino, Benedetto da Norcia, Francesco d
’Assisi) le loro Regole non saranno nient’altro che un insieme di citazioni
tratte dalle Scritture, un sapiente montaggio di versetti, di salmi, di
brani epistolari paolini. L’accento non è posto, esclusivamente, sullo
spirito di sacrificio dei fratelli, ma sulla loro umanità e pazienza, sulla
loro fermezza e la loro gioia. Per vivere insieme e tendere “alla somma
altezza della vita”, occorrono rispetto e amore reciproci, negazione della
propria volontà o annullamento dell’ego, carità, attenzione verso gli altri,
fedeltà al grande “precetto del servizio”.
La raccolta einaudiana contiene le regole monastiche cenobitiche dell’
Occidente latino dei secoli IV-VII. Alcune di esse già avevano ricevuto una
traduzione italiana, altre erano apparse in lingua francese, spagnola o
tedesca, mentre due, la Regola di Cassiano e la Regola di un padre ai
monaci, risultavano finora inedite. A differenza di quella, assai nota, di
San Benedetto, non paiono preoccuparsi di coprire l’intera vita del monaco
nei suoi diversi ambiti: si presentano come testi che affrontano solo certi
aspetti della vita della comunità cui erano destinati, probabile indizio
dell’ancora perdurante importanza di consuetudini e norme non scritte. Ma
tutte le Regole, anche quelle apparentemente più aride, costituiscono una
rigorosa testimonianza di autenticità. Da esse emerge, con estrema
freschezza, il profilo di uomini che hanno saputo respingere i falsi
luccichii del mondo per custodire, nella solitudine e nel silenzio di una
cella, nel lavoro (manuale e intellettuale) e nell’umiltà della preghiera,
il tempio interiore dello spirito, la purezza, il dono della Grazia.