Messa in latino e partecipazione attiva

Chiesa
ZI07070810 – 08/07/2007
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Il Motu Proprio sul Messale preconciliare: segno di speranza tra i cattolici

Intervista a uno dei fondatori del sito “Amici di Joseph Ratzinger”
ROMA, domenica, 8 luglio 2007 (ZENIT.org).- Uno dei fondatori del sito “Amici di Joseph Ratzinger” (http://www.ratzinger.us/), ove sono proposti numerosi scritti dell’attuale Pontefice, fin dai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Tra i documenti pubblicati, anche quelli in cui l’allora Cardinale aveva auspicato la possibilità della libera celebrazione liturgica secondo la forma antica del Messale Romano.

Ora che quanto era nei desideri del Cardinale Joseph Ratzinger si è potuto realizzare, ZENIT ha rivolto alcune domande al curatore dello stesso sito.

Nei siti web da lei curati, ha anche proposto gli scritti dell’allora Cardinal Ratzinger favorevoli al pieno riconoscimento della possibilità per tutti di celebrare secondo la forma antica del Rito romano. Qual è il suo primo commento, ora che il Motu Proprio di Benedetto XVI è stato promulgato?

V: Vede… i prime due santi sacerdoti canonizzati, che sono vissuti dopo l’approvazione della riforma liturgica, San Pio da Pietrelcina e San José-Maria Escriva de Balaguer, ebbero il permesso di celebrare la S.Messa fino alla fine della loro vita usando il Messale del 1962. Grandissimi santi, i primi santi sacerdoti vissuti dopo il Concilio… I santi di solito compiono gesti profetici… Il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza dell’Antico Rito non può che far ben sperare tutti i buoni cattolici.

Quale è la differenza tra le due forme del Rito romano?

V.: Senz’altro nella forma antica è più esplicita l’idea della S. Messa come Sacrificio: il celebrante è condotto immediatamente nel mistero del suo essere un "altro Cristo", a vivere il suo sacerdozio "in stato di vittima", e i fedeli sono misticamente condotti ai piedi del Calvario. Anche la teologia trinitaria pervade la forma antica: la continua ripetizione di preghiere secondo ricorrenti schemi ternari ed esplicite preghiere alla SS.ma Trinità richiamano l’idea che tutte le tre Persone divine "hanno fatto sì che il Figlio si incarnasse" (San Tommaso d’Aquino) e offrisse il suo sacrificio redentivo, riattualizzato proprio nella S. Messa.

Oggi si sente l’esigenza della partecipazione attiva alla Messa. Si è soliti lodare la riforma liturgica, rispetto alla forma antica, soprattutto perché favorisce questa partecipazione…

V.: E’ totalmente da rimuovere l’idea che nella celebrazione dell’Antico Rito la partecipazione attiva fosse minore o non ci fosse, quasi che per secoli la gente sia andata a Messa senza capire o senza parteciparvi attivamente. Purtroppo si è venuta a creare la falsa equazione "partecipare attivamente = fare qualcosa": questa equazione non è un frutto del Vaticano II, ma è una eredità del giansenismo, che aveva anticipato in alcune forme liturgiche certe deviazioni oggi riproposte.

Può spiegare meglio questa affermazione?

V.: Se crediamo che la Grazia è prima di tutto una divinizzazione dell’uomo, qualcosa nell’ordine dell’"essere" più che nell’ordine del "fare", la preghiera deve essere intesa come un "lasciar fare a Dio"; come diceva la maestra delle novizie di S. Margherita Maria Alacoque, l’orazione è mettersi davanti al Signore come una tela sta davanti al pittore. L’antropologia teologica giansenista aveva distrutto l’idea di grazia santificante, di fatto riconoscendo solo "la grazia sufficiente", una caricatura della grazia, riguardante solo gli atti umani. Se dunque nella teologia della preghiera manca il primato della divinizzazione dell’uomo, il primato dell’opera divina, non si cerca più la "divina liturgia", ma resta solo una "liturgia umana", ovvero una liturgia dove tutti devono "fare" qualcosa. Ascoltare, contemplare in silenzio, attendere la grazia, pérdono – purtroppo – tutto il loro valore.

A suo avviso, il Motu Proprio potrà favorire il dialogo con la Fraternità San Pio X al fine di un suo pieno rientro nella comunione ecclesiale?

V.: I primi che vorrebbero stare con il Papa sono proprio le persone affezionate all’Antico Rito. La libertà di celebrare secondo il Messale del 1962 non potrà che essere l’avvio della guarigione di ferite profonde, causate da tanti abusi liturgici e da interpretazioni della riforma liturgica come rottura della continuità con il passato.

E a quelli che guardano con un certo timore il Motu Proprio, temendo un rallentamento nell’applicazione del Vaticano II, che cosa direbbe?

V.: Le persone più affezionate alla Riforma Liturgica fanno dell’idea di "adattamento della Liturgia" una delle loro bandiere. Ci troviamo di fronte a una forma di adattamento particolare a persone per adattarsi alle quali non si deve fare nessun adattamento: questi chiedono che un modo rigoroso di celebrare li protegga dalle improvvisazioni del celebrante. Perché ci si dovrebbe adattare a tutti tranne che a questi?

Lei sta promovendo in questi giorni una campagna per far giungere al Papa il ringraziamento di tanti cattolici per quest’ultimo Motu Proprio. Può dirci di che cosa si tratta?

V.: Si tratta, molto semplicemente, di una pagina web, che contiene un modulo che si può compilare in pochi secondi, e che permette di inviare un breve messaggio di ringraziamento al Papa e a chi ha collaborato con Lui alla stesura di questo documento epocale.

E che cosa direbbe ai cattolici affezionati all’Antico Rito?

V.: Le parole pronunciate dall’allora Cardinal Ratzinger, a Roma, il 24 ottobre 1998, commemorando il decennale del Motu Proprio "Ecclesia Dei" di Giovanni Paolo II: "Così, miei cari amici, vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo".