Maria Maddalena e Il Codice da Vinci

In libreria

Giorgio M. Carbone, Maria Maddalena e Il Codice da Vinci, Edizioni Studio Domenicano (www.esd@esd-domenicani.it; tel. 051582034) , Bologna 2005, pagine 175, EURO 10,00, ISBN 88-7094-566-9

INTRODUZIONE
Maria Maddalena sembrava caduta nell’oblio più profondo. E, invece, eccola di nuovo alla ribalta. Sta conoscendo una nuova e inattesa epoca di popolarità, anche se spesso per delle ragioni che non la riguardano affatto e che probabilmente suscitano l’ilarità sua e dei suoi compagni nella gloria del paradiso.
Qual è stata l’autentica vita di questa santa che continua ad affascinare così tanto?
Una delle “scoperte” apparentemente più fragorose e sensazionali, ma in realtà vecchie e logore, è quella raccontata in modo molto avvincente da Dan Brown nel suo romanzo di fantasia intitolato Il Codice da Vinci: Maria Maddalena è la moglie di Gesù. Maria Maddalena è il “santo Graal”.
Maria Maddalena, al tempo della passione e morte di Gesù, aspettava un figlio da lui. Il Graal che i cavalieri della Tavola Rotonda cercavano appassionatamente non sarebbe stato quella coppa o quel calice che avrebbe raccolto il sangue sgorgato dal costato trafitto di Cristo, ma sarebbe stato il grembo di Maria Maddalena, cha avrebbe portato in sé il sangue di Cristo, cioè la sua discendenza.
È evidente che Dan Brown è solo un romanziere che non ha alcuna pretesa di far concorrenza agli storici. Di fatti, lo stesso editore italiano all’inizio de Il Codice da Vinci si è premurato di inserire una doverosa e prudente avvertenza:
«Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o defunte, è assolutamente casuale».
I lettori più appassionati hanno del tutto trascurato queste poche righe per poi trovarsi assillati da dubbi esistenziali. Mentre i lettori più frettolosi, andando subito al sodo del romanzo, si sono imbattuti in un groviglio inestricabile di ingenuità.
Supponendo anche la buona fede di Dan Brown, la cosa interessante è che quest’autore mette in bocca a sir Leigh Teabing, uno dei personaggi del suo romanzo, dei pregiudizi o dei sospetti che forse sono balenati almeno per un momento nella nostra mente, quando eravamo bambini o adolescenti. Questi pregiudizi o sospetti sono corredati da abbondanti e verosimili informazioni storiche, perché Teabing svolge la parte di uno storico molto erudito. Ecco queste sue “scoperte”: l’imperatore Costantino avrebbe esercitato pesanti pressioni per far credere che Gesù Cristo sia Dio; i Vangeli giunti a noi sarebbero stati manomessi; la Chiesa cattolica avrebbe cercato di impedire la conoscenza dei manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi.
È sufficiente un po’ di cultura del cristianesimo delle origini per cogliere l’infondatezza di questi sospetti infantili o di queste affermazioni di Teabing. Ad esempio, che Cristo sia Dio è evidente fin dai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, i quali, almeno nella versione giunta fino a noi, sono stati redatti tra gli anni 65 e 100, quindi più di 200 anni prima di Costantino, il quale dichiarò il cristianesimo “religione lecita”, cioè ammessa nell’Impero romano, solo nel 313. Che il testo dei Vangeli sia stato trasmesso fino a noi sostanzialmente integro può essere dimostrato non solo attraverso lo studio degli antichi manoscritti (pergamene e papiri che lo riportano), ma anche attraverso le citazioni che gli scrittori del primo, secondo e terzo secolo fanno di esso: Clemente Romano († 101), Atenagora (dopo il 178), Giustino († 165), Ireneo († 202 o 203) citano lunghi brani dei Vangeli che noi conosciamo. Inoltre, lo studio dei manoscritti di Qumran è stato in gran parte promosso dalla Chiesa cattolica e attualmente questi testi sono conservati in alcuni Musei di Gerusalemme, appartenenti allo Stato d’Israele. Infine, i testi di Nag Hammadi sono stati pubblicati da case editrici cattoliche e, comunque, le dottrine cui alludono questi testi erano note fin dai primi secoli, ed erano note proprio grazie alla Chiesa cattolica. Alcuni vescovi cattolici, infatti, come Ireneo ed Epifanio († 403), per confutarle, si documentarono a fondo e riferirono con grande fedeltà il contenuto di esse, per poi dimostrare come fossero incompatibili con i Vangeli.
Inoltre Dan Brown scrive ripetutamente che «il Nuovo Testamento è basato su falsificazioni». Egli fonda questo pregiudizio su una concezione errata della metafora. Infatti, ritiene che il cristiano creda alla metafora in tale, cioè che l’immagine metaforica o allegorica sia l’oggetto della fede. Invece, la metafora o l’allegoria sono un semplice strumento retorico o un veicolo che chiarisce la conoscenza di una realtà superiore, in genere di carattere spirituale, che è l’oggetto della nostra fede.
Tuttavia è proprio Dan Brown che fa continuo uso della falsificazione storica. Ad esempio scrive: «In origine il cristianesimo rispettava la festa ebraica del sabato, ma Costantino l’ha spostata per farla coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole». Basterebbe leggere gli Atti degli Apostoli (20, 7), la Prima lettera ai Corinzi (16, 2), e l’Apocalisse (1, 10) per accorgersi di quanto siano false e infondate le affermazioni di Dan Brown. Infatti in questi testi scritti nel primo secolo d. C. è evidente che i cristiani si riunivano per celebrare l’eucaristia proprio di domenica, il primo giorno della settimana, perché in questo giorno Cristo era risorto dalla morte. Il 3 marzo 321 l’imperatore Costantino si limitò soltanto a stabilire che la domenica fosse giorno non lavorativo.
Dan Brown scrive anche che: «Il tetragramma ebraico YHWH – il nome sacro di Dio – derivava infatti da Yahweh, ovvero Geova, androgina unione fisica tra il maschile “Jah” e il nome preebraico di Eva, “Hawah” o “Havah”». E questo è un altro falso storico! Infatti, il nome proprio di Dio, YHWH, si compone solo di quattro consonanti e in ebraico è stato sempre scritto senza vocali. A partire dal quarto secolo a. C. gli ebrei iniziarono a non pronunciare questo nome per cui ci è difficile sapere quali siano le sue vocali. Tuttavia, la tesi più accreditata è che “Yahveh” sia la sua vocalizzazione corretta. È certo che il nome “Geova” è stato introdotto nel 1500 dai cristiani nelle traduzioni dell’Antico Testamento interpretando in modo sbagliato la vocalizzazione ebraica ed è altrettanto certo che non si tratta di un nome androgino.
L’elenco delle assurdità capziose de Il Codice da Vinci sarebbe lungo. Per farla breve possiamo riconoscere che gli errori e le falsificazioni storiche, spacciate come verità certe da Sir Teabing, rendono quanto mai sensazionale e appassionante la lettura del romanzo di Dan Brown, ma ingenerano una disinformazione ingannevole e un’erudizione priva di solidi fondamenti.
Tuttavia, nel romanzo Il Codice da Vinci possiamo rintracciare anche altri aspetti ben più interessanti rispetto ai precedenti, perché rivelano alcune tendenze della nostra cultura, aspetti che riguardano molto da vicino la figura di Maria Maddalena. Li possiamo così riassumere in forma interrogativa.
In che modo e perché si è formata l’immagine della Maddalena come “la compagna” di Gesù? Su quali dati essa è stata costruita? Come mai nella nostra epoca, che almeno apparentemente è così demitizzata e secolarista, Maria Maddalena è in grado di svolgere un simile ruolo e di far parlare ancora di sé?
La prima cosa necessaria da fare per rispondere in modo adeguato a queste domande è studiare le uniche fonti storiche che abbiamo su Maria di Màgdala, cioè i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. E poi analizzeremo i diversi modi con i quali questa santa è stata considerata nell’arco dei secoli.
La sua immagine originaria si è trasformata, sia perché Maddalena è stata identificata con altre donne ricordate negli stessi Vangeli, sia perché è stata usata per precisi obiettivi dalla letteratura misterica e gnostica.
Infatti, alcuni testi gnostici, citati da Dan Brown, parlano di Maddalena come “della compagna di Gesù”. Perciò l’analisi di essi è indispensabile per comprendere l’evoluzione del modo di considerare la Maddalena.
Ma fin da ora possiamo dire con certezza che quando gli gnostici scrivono che Maddalena è “la compagna di Gesù”, non vogliono dire quello che noi intendiamo oggi con il termine “compagna”. È evidente, infatti, che il significato dei termini dipende profondamente, oltre che dal contesto in cui sono inseriti, dall’ambiente culturale che li usa.
Infatti, quando un comunista italiano della metà del ’900 diceva di “portare in giro una sua compagna”, tutti capivano che si trattava, non tanto della sua consorte, ma di una sua collega di partito. Se, invece, oggi un tale mi dice di “avere una compagna”, io penso che mi stia parlando non di una collega di partito, ma della sua amante o della sua convivente. Perciò, quando leggiamo nei testi apocrifi gnostici che Maria Maddalena era la “compagna di Gesù”, dobbiamo intendere quest’espressione così come era intesa nell’ambiente gnostico e non secondo le attuali mode linguistiche o culturali.