L’utilità del bene: ovvero l’utilitarismo smascherato

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Fra gli oceani di inchiostro che si effondono per ripetere stancamente errori e deviazioni già sufficientemente confutati a partire da Aristotele, passando da san Tommaso ed arrivando ad Antonio Livi, si fatica a individuare qualche lacrima luminosa che i pochi amanti della sapienza – quella autentica, quella liberante, quella che conduce al bene, in ultimo quello eterno – spandono con dolore ma per amore. Tra queste gocce rifulge il volume di un figlio d’arte, Giacomo Samek Lodovici, filosofo di gran classe quanto al rigore metodologico e quanto alla correttezza dei contenuti, che porta il titolo provocatorio “L’utilità del bene – Jeremy Bentham, l’utilitarismo e il consequenzialismo”, edito da Vita e Pensiero.
In questo libro, che ha il pregio di essere comprensibile (virtù rara fra i sedicenti filosofi da Cartesio ad ora), si analizza dettagliatamente il pensiero comune che spadroneggia oggi nelle aule scolastiche ed accademiche, ma soprattutto, ed è forse peggio, fra la gente che pensa con la testa altrui, a mo’ di cloni intellettuali.
Si tratta dell’utilitarismo consequenzialista, cioè di quell’opzione morale in base alla quale le norme fondamentali su cui si devono regolare i comportamenti umani, sono l’utilità e il piacere, come conseguenza di ogni azione. Dottrina esposta con coerenza e rigore da Jeremy Bentham, autore inglese ottocentesco che andrebbe collocato accanto ad Aristotele e Kant per l’influenza – spesso non avvertita, ma purtroppo assai pervasiva – della sua etica, che plasma oggi la bioetica, la politica, l’economia, il diritto ecc.
La domanda che ci si pone dapprincipio è di importanza capitale: è lecito torturare una persona per scoprire un attentato in anticipo? È giusto fare esperimenti o clonazioni su esseri umani (adulti o allo stato embrionale) per salvare le generazioni future? Si può uccidere un innocente per salvarne cento? A queste domande l’utilitarismo consequenzialista risponde affermativamente. Si badi bene, Samek Lodovici espone le tesi di questa opzione morale e ad ogni passo sgombera il campo dalle fin troppo banali confutazioni di tale posizione, fondate spesso sul deontologismo, l’etica debole (kantiana) del dovere per il dovere, o sul sentimentalismo umanitario. Lungi da posizioni ideologiche, l’Autore rinviene nell’opera del filosofo inglese ottocentesco i punti forti, sia quelli condivisibili che quelli inaccettabili, e confuta perciò le confutazioni logicamente deboli, assumendo perciò, dopo averne analizzate le ragioni con pregevole metodo tommasiano, il punto di vista dell’avversario.
L’analisi dettagliata e approfondita delle tesi utilitariste ha come esito il paradosso della loro inapplicabilità in quanto contraddittorie e della dannosità della loro applicazione. Se il fine di ogni scelta è l’utilità comune, la quale si identifica con il piacere o con ciò che si vuole, ne consegue che l’utilità non ha fondamento oggettivo ma è appoggiato su di una soggettività incomunicabile. Perciò la pretesa oggettività dell’utilitarismo è inficiata in modo insanabile. Se poi il valore dell’azione è determinato dalle sue conseguenze, delle due l’una: o l’uomo deve avere una capacità predittiva pari a quella di Dio per poter scegliere in base alle conseguenze del futuro più remoto, oppure deve agire senza la certezza dell’utilità ultima e viene schiacciato da una responsabilità infinita per la sua sia pur minima azione, che perciò non si potrà mai sapere se sia buona o malvagia finché non si giunga alla fine della storia.
Si potrebbe andare avanti a enumerare le aporie insolubili dell’utilitarismo, ma non è lo scopo di questa recensione. Una cosa però sta a cuore del sottoscritto: chiarire perché un tale coacervo di aporie possa suscitare tale ampio e schiacciante consenso. Il presupposto della risposta è innanzitutto che è più facile non pensare che pensare, non riflettere che riflettere, e, di conseguenza, scegliere male che scegliere bene, posto che il bene, per essere compiuto, va scelto e per essere scelto va conosciuto, e se non si è disposti alla fatica di conoscere, di pensare e di riflettere per poter scegliere bene, l’esito della scelta sarà facilmente prevedibile come infausto. Il trionfante soggettivismo spontaneista e mellifluo individuato in “Metamorfosi della gnosi” (ed. Ares 1991) da Emanuele, padre compianto dell’Autore del libro che analizziamo, essendo ostile alla riflessione, preferisce l’indeterminatezza e la vaghezza con cui viene indicato il bene dall’utilitarismo, che, proprio grazie alla vaghezza riesce a prendersi carico delle speranze private e delle proiezioni personali più eterogenee. Sensibile a ciò che la gente desidera, l’utilitarismo ottiene consensi in misura inversa ai risultati moralmente positivi che produce. Promette la felicità senza determinazione alcuna e distribuisce ingiustizie e dolore. Posto infatti che, paradossalmente, il piacere si consegue nella misura in cui non lo si cerca, e lo si perde quanto più vi si pone attenzione ed intenzione.
Il libro offre la soluzione delle aporie utilitariste, proponendo e dimostrando, con la forza inaggirabile dell’esperienza comune (il senso comune), il valore dell’etica delle virtù di aristotelica e tommasiana memoria. Si arriva in un soffio a quanto già si sapeva dal titolo: che la vera utilità si trova solo nel bene.

Giovanni Zenone

Gacomo Samek Lodovici “L’utilità del bene”, pp. 306, Ed. Vita e Pensiero, Milano 2004, € 27