L’impegno per la vita nato dall’esperienza del suo disprezzo

Vita

Ma dov’è l’uomo?

di Marina e Davide Zanelli,
Movimento culturale Casa Betlemme, Arezzo

Negli atti del processo di Norimberga leggiamo che il dottor Gräfe aveva cercato di tranquillizzare il personale tecnico dicendo che gli esperimenti sarebbero stati condotti "non su internati, ma su polacchi", aggiungendo che "i polacchi non sono uomini".
La diciottenne Wanda Poltawska, studentessa cattolica e attivista nella resistenza partigiana, fu arrestata nel 1941 insieme ad altri compagni. Non avendo confessato nemmeno sotto tortura, venne internata nel lager femminile di Ravensbrück dove rimase lunghi anni in una situazione di totale abbrutimento, in cui la fame superava il disgusto verso le disumane condizioni igieniche e la nudità dei corpi, piagati dal gelo e da lavori massacranti: "Ricordo di aver portato ottanta chili di cemento sulle spalle salendo scale strette fino al soffitto di una casa a due piani. Mi sentivo morire ma non potevo far cadere quel peso perché dietro di me c’era un’altra prigioniera e l’avrei uccisa".

Gli orribili roghi
Wanda racconta di aver visto carceriere che, mentre baciavano affettuosamente qualche piccolino, selezionavano le anziane per la camera a gas e gettavano via bambini appena nati: "Le hanno lasciate partorire e poi hanno buttato i bambini nel fuoco. Questo per evitare di far abortire la donna, perché l’aborto la fa soffrire fino a impedirle di lavorare". Scene infernali di fronte alle quali promise a se stessa che, se fosse uscita viva, avrebbe consacrato la sua esistenza a difendere la vita, "non solo quella biologica ma quella interiore che c’è dentro di noi".
Scelta insieme ad altre per essere usata come cavia in atroci esperimenti scientifici, inizia un nuovo, e più grave, calvario. Queste donne – già considerate solo dei numeri – diventano materiale umano da laboratorio: anestesie, interventi chirurgici alle gambe, le ferite vengono trattate con medicinali che producono infezioni, le vittime abbandonate nel dormitorio senza assistenza. Wanda non si regge in piedi ma si lascia cadere dal letto e, tra dolori lancinanti, si trascina per portare un po’ di conforto alle compagne agonizzanti. Molte donne non sopravvivono, ma Wanda è una donna forte e salda nella fede, il suo fisico e la sua psiche resistono: "Non provavo odio, neanche adesso lo provo. Cosa vedevo in quei tedeschi? Li guardavo e cercavo in loro le persone".
Fuori da quel cancello lei, che ha vissuto l’azzeramento di ogni valore umano, si trova davanti "un mondo stupido che corre dietro a valori materiali che sono niente, sono polvere". Tornata a casa, decide quindi di diventare psichiatra "per capire chi è l’uomo. E come la persona umana, che ha tanti doni intellettuali e spirituali, possa agire in modo da distruggere altre persone".
Con il marito (anch’egli medico) diviene una delle più importanti collaboratrici del cappellano degli universitari Karol Wojtyla, affiancandolo nel lavoro con i giovani e le coppie. Con questo sacerdote riesce finalmente a parlare della sua terribile esperienza: "Mi aiutò con la sua antropologia e la sua filosofia a risolvere alcune domande che mi portavo dentro. Mi fece capire il concetto di persona umana ed il ruolo creativo della sofferenza, di cui scrisse poi nella Salvifici doloris". Soltanto negli anni Ottanta lei si lascerà convincere da un’amica a rendere pubbliche le sue memorie in un libro agghiacciante intitolato E ho paura dei miei sogni.
Nasce un’amicizia speciale tra i due sposi ed il giovane Wojtyla che, solo al mondo, trova in essi come una famiglia adottiva, tanto che i loro figli lo chiameranno zio.

L’incontro con il giovane Wojtyla
Nella profondità dello scambio, Karol riceve da Wanda anche un importante contributo medico che lo aiuterà a scrivere Amore e responsabilità (1960) e Persona e atto (1969): due magnifici trattati sul personalismo ontologicamente fondato, che pongono le basi della moderna bioetica cristiana e del Vangelo della vita.
L’essere umano che "va trattato secondo la sua immensa dignità di persona". La vita come "dono di Dio ma anche come compito da svolgere": dotato di ragione e di libertà, l’uomo è capace infatti, attraverso i suoi atti, di raggiungere sia gli abissi del male sia la santità. Nella sua pesante esperienza lei non ha "mai perduto la fede nel fatto che l’uomo è una creatura divina", ma ha anche imparato che "non è automaticamente un’immagine di Dio, anzi deve lavorarci per essere tale".
Nasce così a Cracovia l’Istituto teologico della famiglia, dove si insegna ai giovani ad amare quello che Wojtyla chiamava "il bell’amore", fatto di fedeltà e castità: "Lui voleva salvare la santità dell’amore umano, avendo osservato da vicino la crisi tra i due sessi. È su questo che ha impostato tutto il suo programma pastorale".
L’altra grande preoccupazione del vescovo polacco era difendere la dignità e il genio della donna: "La maternità come identità della grandezza femminile. Era affascinato dalla maternità come progetto divino". Toccata prima dalle mani oscene dei peggiori criminali dell’umanità, poi dalla tenerezza onnipotente di Dio, la dottoressa Poltawska ricomincia instancabilmente la sua attività culturale sul fronte della vita, assumendo incarichi nel Pontificio Consiglio per la Famiglia, in quello della Pastorale Sanitaria e poi nella Pontificia Accademia per la Vita.
Mentre Giovanni Paolo II riprende la dottrina dell’Humanae vitae con le sue centotrenta catechesi sull’amore umano per spiegare cos’è la teologia del corpo, lei approfondisce le medesime riflessioni nei congressi in giro per l’Europa, scrivendo pagine bellissime, dove l’osservazione scientifica si coniuga con lo sguardo della trascendenza: due testimoni della fede illuminati dalla ragione, divulgatori della verità sull’uomo.
Il corpo come epifania di un disegno: "L’organismo umano, opera suprema del Creatore, è nella sua complessità un insieme molto armonioso, ordinato con una precisione affascinante". Ribellandosi ad una parte di questo Logos, l’uomo moderno "sembra come schiacciato dalla forza della sua fecondità e non sapendo dominarla cerca in tutti i modi di combatterla".

La domanda non è: dov’era Dio?
"Nella coscienza degli individui e di intere nazioni si è radicato il timore della procreazione, il timore di avere un figlio". Da qui "la mentalità contraccettiva che caratterizza la nostra epoca" ponendosi – da un lato – come chiusura alla vita e anticamera dell’aborto, dall’altro come "tentativo di correggere il Creatore". In definitiva, spiega la Poltawska, "un peccato inutile" poiché "se Dio avesse voluto che ogni rapporto sessuale portasse ad una gravidanza avrebbe fatto la donna come l’uomo che, se è sano, è fertile tutti i giorni". Il ragionamento porta a un altro passaggio essenziale cioè dalla sacralità della vita alla sacralità dell’atto che la consente: "La stessa dignità dovuta alla persona fin dal primo istante della sua esistenza, va riconosciuta al gesto con cui i coniugi hanno la possibilità di collaborare alla grande opera della creazione". E i coniugi, dopo aver capito come funziona la natura umana, "hanno il compito di realizzarlo nei modi previsti dal Creatore".
Nelle lezioni della professoressa Poltawska emerge tutta la ragionevolezza e la forza profetica del magistero della Chiesa che, ben lontano dal moralismo sessuofobico di cui viene accusata, intende affermare la pienezza dell’umano di fronte a una sessualità degradata dalla logica del consumo e dell’artificio.
Ancora lo scorso anno abbiamo potuto ascoltare, a un congresso su "L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani", la testimonianza di questa sorridente psichiatra ottantaseienne accanto a quella di altri celebri sopravvissuti alla Shoah. Mentre Liliana Segre continua a chiedersi "dov’era Dio?", Wanda Poltawska è molto risoluta nel ribaltare la questione: "Dov’era l’uomo?".

 

Note biografiche
Wanda Poltawska è nata il 2 novembre 1921 a Lublino. Nel 1941 è stata deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck. Dottore in medicina, ha conseguito la specializzazione in psichiatria. La sua molteplice attività è guidata dalla visione cristiana del mondo. Dal 1955 tiene lezioni di medicina pastorale nella Pontificia accademia Teologica di Cracovia. Dal 1957 dirige l’istituto di Teologia della Famiglia presso la stessa Accademia. Ha insegnato all’Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense negli anni 1981-1984. E’ membro del Pontificio Consiglio per la Famiglia (dal 1983) e della Pontificia Accademia "Pro Vita" e consultore del "Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari". E’ stata insignita della Medaglia d’Oro "Per il lavoro reso alla città di Cracovia" (1964) e della Medaglia "Pro Ecclesia et Pontifice".