(Libero) Venezuela: continua la guerra alla Chiesa

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IL CASO. A Caracas si togliera’ un ritratto del Papa
per far posto a quello di Che Guevara

Il presidente venezuelano e castrista Chavez attacca
i prelati: vuole una Chiesa di Stato


Giu’ il Papa, su il Che.
Accade in Venezuela dove il primo luglio da una piazza
di Caracas sono scomparsi un busto di Giovanni Paolo
II e la targa commemorativa della sua seconda visita
nel Paese nel 1996. Presto,  a sostituirli, in quella che sara’ chiamata
piazza del Guerrigliero,  dovrebbe sorgere una statua
in onore di Ernesto “Che” Guevara, il  rivoluzionario
argentino divenuto simbolo della lotta di classe per
aver  svolto in mezzo mondo l’attivita’ terroristica
che lo porto’ a essere ucciso nel 1967.

Solo voci per ora, ma trapelate prima da ambienti
vicini al governo e  poi confermate anche dalle
preoccupazioni del segretario generale della Conferenza
episcopale venezuelana, mons. Jose’ Luis Azuaje.
Per contro,  circola soltanto una versione secondo cui
il furto del busto del Papa  non sarebbe altro che
l’opera di delinquenti comuni intenzionati a ricavare
un po’ di denaro dalla restituzione.

Troppo debole per smentire  l’esistenza del progetto,
che peraltro sarebbe soltanto l’ultimo affronto in
ordine di tempo da parte del presidente Hugo Chavez
contro la Chiesa cattolica, gia’ da lui definita
pubblicamente  “un cancro per la societa’”.
Una diagnosi a cui il capo dello Stato venezuelano,
eletto nel 1998 e  subito diventato il principale
alleato del dittatore comunista cubano  Fidel Castro,
ha immediatamente trovato una “cura” perseguitando
vescovi, sacerdoti e laici cattolici con l’obiettivo
di creare una  Chiesa di Stato.

E proprio in questi giorni mons. Baltasar Porras,
presidente della Conferenza episcopale venezuelana e
un’altro vescovo risultano rifugiati nella Nunziatura
Apostolica di Caracas, dove hanno  cercato di mettersi
al riparo a causa di serie minacce di morte.
A  denunciarlo, una delegazione di cattolici
venezuelani che ha incontrato  nei giorni scorsi
diversi esponenti politici italiani, tra cui il
presidente della Commissione esteri della Camera,
Gustavo Selva, che  giudica la situazione  “molto
delicata”:  “Tutto si gioca entro  agosto-settembre,
in attesa della convocazione del referendum revocatorio
dell’attuale presidente. Solo allora si potra’ andare
a nuove elezioni”.

Sul piano delle pressioni internazionali, continua
Selva, “la presidenza italiana del semestre europeo
dovra’ servire per mobilitare le opinioni pubbliche, i
governi e i parlamenti. Intanto, per la difesa dei
diritti umani sta muovendosi anche Jimmy Carter, l’ex
presidente americano. Ma e’ Chavez che deve convocare
i comizi  elettorali”.
E, per il momento, sembra molto piu’ occupato a dar la
caccia a vescovi e preti.

Poco prima di Pasqua, anche il cardinale di Caracas,
Ignacio Maria  Velasco Garcia, aveva denunciato di
essere stato minacciato per la  seconda volta in tre
mesi, senza contare l’attentato compiuto nel novembre
2002 con una bomba a mano lanciata contro la sua
residenza. 
Nessun ferito, solo danni alle cose, nello stile piu’
classico  dell’avvertimento mafioso.
Nulla di ufficiale, insomma, nessuna  rivendicazione
come per le telefonate anonime che mettono in guardia
il prelato dal recarsi nella cattedrale se non vuole
rischiare la vita.

Di fronte all’acuirsi della tensione, il clero sembra
pero’ trovare se  possibile maggior coraggio.
Subito dopo le minacce, il cardinale Velasco Garcia ha
anzi avvertito del pericolo che “il Paese cada sotto
il comunismo… Ma anche se il comunismo sara’ imposto,
la Chiesa  portera’ avanti la sua missione, anche se
dovesse scendere nelle  catacombe”.

Anche se nei mesi scorsi  e’ riuscito a sventare i colpi
di Stato che lo  volevano spodestare e a far rientrare
lo sciopero durato 63 giorni a partire dal novembre
2002, Chavez nutre ancora una paura blu.
Tra i suoi  oppositori, conta i sindacati, le
associazioni degli industriali, i partiti tradizionali,
la stampa e l’industria statale petrolifera del quinto
Paese esportatore di greggio del mondo.

Il 21 febbraio scorso,  sono finiti in carcere, con le
accuse di tradimento della patria, ribellione civile,
istigazione al delitto, il presidente di Fedecamaras 
(la Confindustria venezuelana), Carlos Fernandez, e il
presidente della  Confederazione dei lavoratori del
Venezuela (Cvt), Carlos Ortega.
La  loro colpa, quella di aver promosso lo sciopero.

Alla Chiesa cattolica, invece, in gennaio, il presidente
ha intimato il  silenzio con una lettera ai vescovi in
cui chiedeva di astenersi dal  parlare della crisi
politica che sta attraversando il Paese.
Una  minaccia e “nemmeno velata”, secondo mons. Porras.
La richiesta alla  Chiesa “di chiudersi nel tempio non
e’ sana per una societa’ che vuole essere democratica”,
ha aggiunto, denunciando “la violazione  dei diritti
umani, della vita e delle persone”.
Ora, per difenderlo, c’ e’ soltanto
l’extraterritorialita’ della Santa Sede.

ANDREA MORIGI
(C) Libero, 7 luglio 2003