(Libero) Sul Vaticano non sventola la Bandiera Rossa

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La “supposta” di Concilium


Antonio Socci


Libero 26 marzo 2006

Passi per Moni Ovadia che sull’Unità di ieri si confonde su Ruini chiamandolo “il cardinale Francesco Ruini”.

Come dire che il leader della Quercia è Amilcare Fassino. Ma il titolo che il giornale fondato da Antonio Gramsci strillava, poche pagine prima, era davvero epocale: “E in Vaticano sventola bandiera rossa”.




Mi è sembrato un lapsus freudiano, perché al Concistoro (di cui parlava l’articolo) c’erano “berrette rosse” non “bandiere rosse”. Evidentemente all’Unità – mi sono detto – come vedono rosso vanno in stato di eccitazione.


I comunisti non sono riusciti a portare i cavalli dei cosacchi ad abbeverarsi in piazza San Pietro, ma forse con i postcomunisti – ho pensato – c’è andato qualche somarello che confonde le berrette cardinalizie con le bandiere del partito.


Invece mi sbagliavo perché a Sinistra, come si sa, somari non ce ne stanno. Sono tutti geni. Soprattutto chi ha vergato quel titolo è un genio. Non ha sbagliato. Sono io il somaro per non aver capito subito. Altro che lapsus. “E in Vaticano sventola bandiera rossa” è un titolo ponderato che esprime bene una prospettiva politica molto concreta e tenace. Di ieri come di oggi.




Solo dei cattolici ingenui come quelli di “Avvenire” (che non hanno letto Augusto Del Noce) possono rimpiangere Togliatti presentandolo come filocattolico.


Proprio sull’Unità di ieri – che si faceva beffe di Avvenire – Marisa Rodano, dirigente storica del gruppo cattocomunista, spiegava che il Pci di Togliatti era laicista come i Ds di oggi. A dire la verità quel Pci era anche peggio: prometteva di fare come in Russia (dove la Chiesa fu schiacciata).


E’ il Pci che nel dopoguerra provocò la virulenta scristianizzazione delle regioni del centro Italia, il Pci che – tanto per dire – aiutava sotterraneamente le associazioni anticlericali e – come spiega Massimo Caprara – “fino al 1950 finanziò nascostamente la rivista anticlericale ‘Don Basilio’ ” la quale vendeva fino a 250 mila copie (ne parla Francesco Grignetti in “Professione spia”). I radicali, senza l’appoggio del Pci (o dei Ds e della Cgil oggi) nei referendum, sarebbero stati insignificanti.


La prospettiva della Sinistra, negli anni Novanta, era aspettare l’uscita di scena di Giovanni Paolo II per far emergere e dominare tutte le correnti e le lobby cattosinistre presenti nella Chiesa ed emarginate durante il pontificato di papa Wojtyla.


L’elezione di Ratzinger (e la disfatta al referendum sulla legge 40) li ha precipitati in un incubo. Da qui la svolta più anticlericale.


Ma cos’è il “cattoprogressismo”? In queste correnti c’è di tutto.




Prendiamo il caso di “Concilium”, la nota rivista internazionale di teologia. E’ il simbolo dei cosiddetti “cattolici conciliari” pur avendo ormai ben poco di cattolico.


Fu fondata da Hans Kung, Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Yves Congar, Johann-Baptist Metz.


Oggi i nomi italiani menzionati nelle pagine iniziali della rivista (fra i direttori e nel comitato scientifico) sono quelli di Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, i due dossettiani bolognesi che – pur ininfluenti nella storia del pensiero cattolico – rappresentano sui giornali (come il Corriere della sera) la dura opposizione ai pontificati di Wojtyla e di Ratzinger.


Ebbene sul numero 5/2005, dedicato all’Islam, si trovano delle pagine che impongono di porre alla Queriniana – casa editrice cattolica di Brescia (ambiente montiniano) – una domanda grave (e con essa ai vescovi e alla Chiesa italiana): è possibile continuare a editare e distribuire (nelle librerie cattoliche, nei seminari e nelle facoltà teologiche) una rivista simile e accreditarla in qualche modo come cattolica?


L’editoriale dei due curatori, Borgman e Valkenberg, ci spiega che le immagini dell’11 settembre “ripetutamente riproposte dai media di tutto il mondo, sono servite a simboleggiare la supposta minaccia di un islam aggressivo rivolta a un pacifico occidente”.


In quella “supposta” c’è tutto il senso del numero di “Concilium”.


Più avanti Hans Kung sembra mettere sullo stesso piano i terroristi islamici responsabili di “sequestri, attentati suicidi, autobombe e decapitazioni” con gli americani responsabili dei “barbari abusi sui prigionieri” e di “bombardamenti e attacchi armati” e con “il terrorismo dell’esercito israeliano di occupazione in Palestina”.


Dice proprio così: “terrorismo dell’esercito israeliano”. I primi sono da riferire all’Islam, a parere di Kung, come i secondi al cristianesimo e i terzi all’ebraismo.


Kung va a spanne, è superficiale e disinformato su Israele e su tutto il resto.


A lui non importa che i terroristi islamici si rifacciano (e con fondate ragioni) all’Islam, mentre i soldati americani responsabili di abusi non hanno mai sventolato il vangelo e sono stati puniti dalle loro stesse autorità (e gli abusi condannati da tutti).


D’altra parte è lo stesso Kung che in una esilarante puntata di “Otto e mezzo” paragonò la Sharia (la legge coranica) al Codice di diritto canonico della Chiesa.


Io gli feci notare la differenza abissale che c’è fra le norme teologiche islamiche che vengono imposte come legge di stato a tutta una comunità, compresi i non islamici (norme che prevedono pure pene corporali e la pena di morte per chi abbandona l’Islam), e il Codice di diritto canonico che regola solo la vita interna della Chiesa cattolica, che non è imposto a nessuno e che non prevede costrizioni, né pene corporali per nessuno (tanto meno la pena di morte per chi abbandona la fede cristiana).


A questa obiezione mister Kung, sebbene sollecitato a rispondere da Giuliano Ferrara, si chiuse in un buffo mutismo.




Sempre su “Concilium” la perla è poi l’articolo di Theodore Gabriel che critica “la demonizzazione dell’Islam” e scrive: “Molte persone vengono marchiate come terroristi, mentre in realtà possono essere semplicemente persone che lottano per la giustizia e i propri diritti umani”.


Per esempio “Israele aveva definito terroristi Yasser Arafat e i suoi seguaci, anche se essi non facevano altro che opporsi ai sofismi e alla parzialità del regime d’Israele nello sfrattarli dalla loro madre-patria”.


Ma possibile che si giustifichino addirittura i massacri contro la popolazione civile? L’autore scrive testualmente: “Le popolazioni delle nazioni prevaricatrici hanno anch’esse la loro responsabilità e non possono scrollarsi di dosso il loro gravame collettivo per il fatto di aver collocato al potere i governi delle loro nazioni.


Così, gli atti che vengono definiti terrorismo possono essere interpretati anche come guerra legittima.


Alla fine, le sofferenze dei civili potrebbero essere, come si esprime il gergo Usa, ‘danno collaterale’ ”.




L’autore arriva perfino a scrivere: “Si può quindi guardare con comprensione (to emphatize) ai kamikaze che hanno realizzato gli attacchi contro Israele e contro la coalizione delle nazioni occidentali in Iraq.


Il fatto è che questi mujahiddin non sono killer addestrati o persone che hanno il gusto della violenza (…) ma sono individui profondamente religiosi e di solito privi di pratica nell’arte della guerra e della violenza”.


L’autore non sembra vedere il terrorismo neanche nei massacri che in Iraq colpiscono la popolazione civile irachena nelle moschee: “Paesi come l’Iraq o la Palestina non possono combattere una guerra convenzionale contro forze enormemente superiori per numero, per tecnologia militare e per armamenti.


Ovunque, in simili contesti, i popoli sottomessi o oppressi ricorrono a forme non convenzionali di guerra – le bombe umane sono uno dei tipi di armi usate in questi casi – ed etichettare tutti questi popoli come terroristi è assolutamente privo di validità”.


La Queriniana e il teologo Rosino Gibellini (che risulta essere il direttore responsabile dell’edizione italiana di “Concilium”) devono spiegarci se una casa editrice cattolica può pubblicare queste cose, oltretutto in un Paese che ha avuto molti innocenti massacrati a Nassisija?




Trent’anni fa, contro “Concilium”, i veri teologi cattolici fondarono “Communio”. Erano Von Balthasar, De Lubac e un certo Ratzinger. Il quale oggi è papa Benedetto XVI.


L’altroieri a San Pietro ha dato la “berretta rossa” ai nuovi cardinali, ma quel rosso, per la Chiesa, indica il sangue dei martiri, non quello dei carnefici.


Né quello delle “bandiere rosse” sotto cui è stato perpetrato il più grande macello di cristiani della storia (non a caso è stato fatto cardinale il vescovo di Hong Kong che si batte in difesa dei cristiani perseguitati dal regime comunista cinese).


Oltretutto il Papa è intervenuto ieri per salvare dalla pena di morte islamica l’afghano convertito al cristianesimo.


Ha pure voluto sottoporre ai cardinali il suo desiderio di riabbracciare nella Chiesa i tradizionalisti che celebrano la bella messa tridentina in latino.


Con Ratzinger torna nella Chiesa l’amore per i perseguitati (che fu di Wojtyla), la ricchezza della tradizione e la libertà liturgica.


Ciò che quelli di “Concilium” detestano. Il titolo dell’Unità resta solo un sogno. La bandiera rossa non sventola ancora su san Pietro.