(Libero) Il ’68 dimenticato

Socialismo

I carri di Praga contro l’unico Sessantotto libero

In un diario fitto di aneddoti, il giornalista racconta l’urlo anti-Urss della Primavera ceca. E i silenzi del Pci.

La Primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata" di Enzo Bettiza (Mondadori)

Dopo essere stato prelevato dal suo ufficio di segretario del Partito comunista cecoslovacco all’alba del 21 agosto 1968 da agenti dei servizi segreti cecoslovacchi guidati da un ufficiale del Kgb sovietico, il leader della Primavera di Praga, Alexander Dubcek, viene trasferito insieme ad altri quattro dirigenti a lui fedeli prima in Polonia e poi in Ucraina. Quindi, dopo tre giorni di viaggio e di maltrattamenti, il gruppo di prigionieri giunge a Mosca ed è chiuso in una stanza del Cremlino. Tutti pensano al peggio. E invece: si apre la porta ed entra Breznev sorridente con tutto lo stato maggiore sovietico di partito, di governo e di Stato – Kossighin, Suslov e Podgorny – che abbraccia Dubcek. Quindi, tutti allegri, i sovietici conducono i cecoslovacchi che hanno rapito in un’altra stanza dove c’è una tavola imbandita con caviale, vodka e champagne per un "brindisi con gli amici". Gli "amici" sono il tedesco Ulbricht, il polacco Gomulka, il bulgaro Zikov e l’ungherese Kadar, i capi dei quattro partiti dei paesi comunisti del Patto di Varsavia che con i sovietici hanno in quei giorni invaso la Cecoslovacchia.

L’unico Sessantotto davvero libertario
È questo uno dei tanti episodi che Enzo Bettiza rievoca nel suo "La Primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata" (Mondadori, Le Scie, pp. 159, euro 17,5). Bettiza era in quei giorni a Praga inviato da Giovanni Spadolini a seguire per il "Corriere della Sera" gli avvenimenti. Ma il libro non è solo un diario di quelle drammatiche giornate. In quei mesi egli era stato anche a Parigi e Berlino. Il panorama si allarga quindi per una riflessione più ampia che ha come tema centrale i due ben diversi Sessantotto. «Mentre a Parigi o a Roma» osserva Bettiza «si tornava a casa dalle manifestazioni per cenare serviti da camerieri, ad Est i manifestanti rischiavano di dormire in prigione o peggio». E fu non solo diversità, ma incomunicabilità. «Mentre in Occidente sulla scorta di Marcuse e della Scuola di Francoforte si lamentava la tolleranza repressiva, nessuno si mobilitava però contro la intolleranza repressiva che aveva luogo ad Est». Negli anni Settanta ci furono al massimo dibattiti, ma nessuna manifestazione o corteo del Pci e dei movimenti a sostegno degli oppositori ai regimi imposti dal Cremlino. La Primavera di Praga non fu l’altra faccia di una stessa medaglia: Sessantotto cecoslovacco e Sessantotto italiano sono radicalmente contrapposti. I tentativi di collegare i due fenomeni – ed in particolare quello del "Manifesto" della Rossanda e Pintor – si sono rivelati molto fragili: Dubcek e il Che non sono sommabili ed il farlo significa ricerca di alibi senza fondamento serio. A dividere i due Sessantotto è la "cultura della violenza" che è categoria centrale nel movimento italiano ed è la negazione del socialismo dal volto umano che si svolge non nel segno dell’internazionalismo proletario e della rivoluzione anticapitalista, ma, al contrario, come emerge dalla ricostruzione di Bettiza, nel tentativo da un lato di ripristinare idealità e tradizioni nazionali e di democrazia liberale cancellati dal regime comunista e dall’altro di introdurre anche "stili di vita" e consumi occidentali, come testimonia in particolare l’operato del dubcekiano Jiri Pelikan al vertice della tivù di Stato. Al contrario il Sessantotto italiano si svolse avendo come sottofondo unitario quella che Enzo Bettiza definisce «rapsodia comunisteggiante» tra i ritratti di Mao, Che Guevara, Stalin e Trotsky. Il Sessantotto italiano ha connotati, origini e intenti decisamente diversi e antagonistici. Ma non solo l’estremismo è inconciliabile con il movimento libertario cecoslovacco. Anche il comunismo italiano – ancor più negli anni dell’"euro comunismo" – non ha offerto una sponda positiva ai dissidenti. Quando nel 1969 Jiri Pelikan, fuggito dalla Cecoslovacchia, approdò in Italia pensava – ricorda Bettiza – di trovare accoglienza nel Partito comunista italiano che aveva espresso «grave dissenso e riprovazione» nei confronti dell’intervento sovietico ed aveva seguito con giudizi positivi la politica di Dubcek tra gennaio e agosto del 1968. Ma alle Botteghe Oscure nessuno accettò di riceverlo. Infatti sin dal settembre del ’68 Armando Cossutta era stato chiamato da Luigi Longo per andare in missione a Mosca, formalmente in qualità di presidente dell’agenzia Italturist, al fine di mettere alle spalle la polemica sulla Cecoslovacchia. «Mi disse di volare in Urss perché bisognava parlare, anche discutere, ma in sostanza», racconterà Armando Cossutta nell’agosto del 2006, «occorreva ricucire». Poco dopo, infatti, Cossutta partì per Mosca per una serie di colloqui con Suslov e Zagladin, che era responsabile dei rapporti con i partiti comunisti occidentali, e «alla fine», sono le parole di Cossutta, «il ghiaccio era rotto». La distanza tra Pci e Pcus sulla Cecoslovacchia durò poco più di due mesi. Del resto, come accadrà anche nella stessa crisi polacca del 1981, i comunisti italiani anche se presero le distanze da Mosca rifiuteranno comunque di considerare propri interlocutori i dissidenti: chi si oppone ai regimi comunisti o ne è vittima non potrà mai varcare le soglie delle Botteghe Oscure.

Il Pci si piega agli ordini di mosca
La rievocazione di questo Sessantotto sconfitto dai sovietici non è retorica ed infatti Bettiza non manca di seguire con occhio critico il cedimento di Dubcek che rifiuta di opporsi all’invasione, di fuggire ed accetta la messa in scena del rientro a Praga con i sovietici. È pero tale epilogo negativo a dimostrare l’impossibilità di un’autoriforma del sistema comunista e a dar corpo negli anni successivi ai movimenti del "dissenso" nei Paesi dell’Est. Come accadrà con Gorbaciov, il comunismo può accettare la perestrojka (riforme in campo economico), ma entra in crisi con la glasnost (la trasparenza e cioè la democratizzazione, il venir meno della censura e la comparsa del pluralismo politico ed ideologico).

 

L’AUTORE

Enzo Bettiza (1927) è giornalista e scrittore. Dal 1957 al 1964 è stato corrispondente per La Stampa, prima da Vienna e poi da Mosca. Quindi è passato al Corriere della Sera: dieci anni come inviato all’estero. Ha poi fondato con Indro Montanelli Il Giornale, di cui è stato dal 1974 al 1983 condirettore vicario. Attualmente è editorialista de La Stampa. È stato senatore della Repubblica dal 1976 al 1979. Tra i suoi libri "I fantasmi di Mosca" (1993) e "Esilio" (premio Campiello 1996).