L’età del Papa scomodo. Chiesa e politica negli ultimi tre anni

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S. FONTANA, L'età del Papa scomodo. Chiesa e politica negli ultimi tre anni. Cantagalli 2011, pp. 248, Euro 16,00.

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    Quando si tratta di affrontare la delicata questione 'Chiesa e politica' non sono molti, soprattutto nel nostro Paese, gli studiosi in grado di offrire delle riflessioni scevre da pregiudizi ideologici e da letture faziose, o parziali, della realtà. Per comprendere la vita della Chiesa, al cui vertice visibile vi è quel Pontefice 'eletto' – servendosi di uomini – dalla Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo, bisogna d'altronde seguirla, possibilmente dall'interno, e non limitarsi ai 'lanci d'agenzia' su internet o agli 'strilli' dei giornali alla moda. E' necessario conoscere poi adeguatamente la ricca storia, bi-millenaria, del Papato, leggere i documenti e gli interventi che il Magistero produce di volta in volta, in primis per la salvezza delle anime, in ogni epoca storica. Occorre insomma investire del tempo e delle risorse, magari mettere in discussione le proprie idee radicate, o perfino se stessi. Il professor Stefano Fontana, direttore del benemerito e sempre aggiornato Osservatorio internazionale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa (www.vanthuanobservatory.org), del settimanale diocesano triestino Vita Nuova (www.vitanuovatrieste.it/) e consultore del Pontificio  Consiglio Giustizia e Pace è uno dei pochi a fare eccezione. L'anno scorso, per i tipi della Cantagalli di Siena, aveva dato alle stampe una impegnata riflessione su quella crisi diffusa di identità e, quindi, di senso (www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3515) che sembra una delle 'cifre distintive' della nostra epoca e che sta causando un inquietante, quanto inedito, fenomeno sociale: quello della perdita della vocazione a ogni livello, tanto personale quanto sociale (e non solo in ambito ecclesiastico). Questa volta Fontana sposta invece l'analisi sul versante ecclesiale e in particolare sul rapporto Chiesa-politica (in Italia e all'estero) concentrandosi sugli ultimi tre anni di predicazione, di missione e di governo di Benedetto XVI.
 

    Il saggio si suddivide in cinque capitoli tematici che propongono al lettore un percorso ideale sulle grandi tracce di questi anni: da “Dio è indispensabile” (pp. 9-35), dedicato alla riflessione del Papa sulle 'radici cristiane' del Continente e, in Italia, con pagine importanti al progetto culturale promosso dal cardinale Camillo Ruini – che pure, nell'ottica della 'nuova evangelizzazione' sta molto a cuore al regnante Pontefice -, a “Valori” (pp. 37-107) dedicato al tema fondamentale dei princìpi non negoziabili con considerazioni non conformiste sull'operato in materia di alcune organizzazioni internazionali, quindi “Dialoghi” (pp. 109-160) sui viaggi apostolici più importanti di Benedetto XVI. Chiudono la rassegna “Contrasti” (pp. 161-225), dedicato ai temi caldi dell'immigrazione e del multiculturalismo che attraversano tanto la politica (con i famosi, quanto dibattuti, decreti, e proposte di legge, su sicurezza e ordine pubblico) come pure la scuola (con l'ora di religione cattolica (IRC) sempre più denigrata in casa nostra mentre, contestualmente, altri propongono l'introduzione dello studio dell'islam) e “Sfide” (pp. 227-248) con riflessioni sparse, lucidamente argomentate, sul futuro della Chiesa, soprattutto in Occidente.    

    Il testo si apre con una coraggiosa “Premessa per le lettrici e i lettori” (pp. 7-8) in cui, presentando il lavoro di questi ultimi tre anni, Fontana presenta anche se stesso, non senza una punta d'intelligente ironia: “io sono ancora un cattolico che ascolta il Papa: Roma locuta causa finita est. Credo che il punto di partenza sia la fede apostolica e non la prassi di liberazione, non credo che il mondo, in quanto puro mondo, possa insegnarci tanto: dato che ha bisogno di essere salvato non può salvare. Non mi hanno mai appassionato i messianismi senza Dio e le nuove religioni dell'ecologismo, del pacifismo delle marce, del terzomondismo e della decrescita mi sanno tanto di idolatrie. Mi tengo cari i pochi 'princìpi non negoziabili' che, una volta tanto, mi obbligano a dire sì sì oppure no no, senza papocchi e mille distinzioni”. Obiettivo critico delle riflessioni e delle analisi delle pagine seguenti è quindi quell'“autoritarismo della coscienza individuale che è la principale schiavitù dei nostri giorni” (pag. 8) e che pochissimi, soprattutto sui quotidiani e sulla carta stampata, hanno il coraggio di affrontare perchè significherebbe contrastare il sentire della maggioranza dell'opinione pubblica che, non avendo più nel suo cuore il sacro 'timor Domini' (come si diceva una volta), si prostra ormai dinanzi ai numerosi idoli umani – e a volte perfino disumani –  del suo tempo. Viene in mente l'ineffabile Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): non è vero che l'uomo che smette di credere in Dio non crede più a nulla, al contrario, di solito inizia a credere a tutto. Si scopre così come anche il relativismo abbia i suoi 'tabù', spesso mortiferi. A questo proposito, l'Autore dedica pagine importanti alle drammatiche questioni dell'aborto e dell'obiezione di coscienza. C'è stato un tempo (non poi così distante), ancora nel secolo scorso, in cui il primo veniva considerato (sempre) un delitto e il secondo (sempre) un diritto. Oggi, nel mondo postmoderno impazzito in cui perfino le parole hanno perso il loro significato originario, i piani si sono completamente capovolti. L'aborto, l'uccisione deliberata di un essere umano innocente allo stato pre-natale, è diventato un 'diritto' pressochè ovunque (in Europa resta illegale solo in Irlanda e a Malta). L'obiezione di coscienza, il diritto incondizionato (questo sì) di derivazione naturale che ogni persona ha in quanto tale, di opporsi a eventuali violazioni di quel codice etico universale che è il Decalogo, è limitato invece sempre di più, anche e soprattutto in quell'Occidente 'patria dei diritti umani' (nel 30% dei Paesi facenti parte dell'Unione Europea non è riconosciuto).

     Per uscire dalla crisi di questo vero e proprio Kulturkampf del XXI secolo, l'Autore suggerisce la via autorevolmente indicata dal Pontefice a credenti e non credenti: tornare a riconoscere la “trascendente dignità della persona umana e lo jus gentium” (pag. 70), come peraltro insegna da tempo la stessa Dottrina sociale della Chiesa che, giova ripeterlo, non è stata 'inventata' dalla Chiesa o 'elaborata' dal nulla per difendere interessi di parte, o privilegi, ma è la via universale che il Magistero propone per affrontare gli svariati problemi che inquietano l'umanità in un dato tempo storico. La Dottrina sociale è una perchè il Vangelo è uno e le sue esortazioni sono evidentemente rivolte a tutti, a ogni angolo del pianeta. Semmai, si potrebbe facilmente dimostrare, dando un'occhiata alla storia, che quando si mette da parte la Dottrina sociale della Chiesa o la rilevanza pubblica del Magistero, di solito – più che la Chiesa – finiscono con il farne le spese il bene comune dell'intera società e i diritti inalienabili delle persone che, in ultima analisi, possono essere difesi solo se ancorati a una dimensione trascendente. Le pagine più entusiasmanti del saggio sono però senz'altro quelle del confronto, ragionato ed esigente, con i punti di riferimento principali del cd. 'cattolicesimo democratico', passato e presente, come Pietro Scoppola (1926-2007) e Rosy Bindi. Il primo è noto, fra l'altro, per aver prima auspicato e poi sostenuto l'istituzione di una legge sul divorzio (realizzato infine con la legge 898 del 1 dicembre 1970), schierandosi persino pubblicamente nel 'Comitato per il no' (cioè contro l'abrogazione della legge) quando nel 1974 si andò al referendum. Ma la sua figura resta decisiva anche oggi per comprendere quale può essere l'esito finale di quel movimento d'elìtes illuminato che, dall'interno della Chiesa, per decenni si è autoproclamato come 'il' rappresentante incontrastato del voto (nominalmente) cattolico. Lo aveva capito a suo tempo un autore caro al professor Fontana, Augusto Del Noce (1910-1989), che questo strano movimento lo studiò e lo confutò teoreticamente e praticamente (per esempio, in quel referendum, Scoppola ebbe come principali 'avversari' proprio quei 'Comitati per il sì' guidati da Gabrio Lombardi (1913-1994) e dallo stesso Del Noce). Per chi non avesse vissuto quegli anni, l'Autore compendia mirabilmente la cultura del cattolicesimo democratico in tre punti: “primo: autonomia assoluta della coscienza personale in politica, ossia l'essere cattolici 'adulti', secondo l'espressione di Prodi ai tempi del referendum sulla legge 40. Quanto è 'non negoziabile' sul piano teologico ed etico, lo diventa quindi sul piano politico. Secondo: la democrazia come valore in sé e il dialogo non come mezzo ma come fine. Ne consegue un 'moralismo della costituzione' al cui interno diventano possibili tutti i compromessi  perché i cattolici democratici temono di più gli steccati tra laici e cattolici piuttosto che i contenuti di volta in volta in gioco. Terzo: il servizio della Chiesa al mondo deve essere solo di carità e non di verità. Una Chiesa minima, che non insegna e non condanna, che non parla e non decreta ma si limita a testimoniare. Accogliere tutti viene scambiato con accogliere tutto” (pag. 191).

    Ora, se si avessero ancora dei dubbi, si confronti questa impostazione con il pontificato di Benedetto XVI, e si tirino le relative conclusioni: “Questo Papa ha tracciato una linea molto precisa [….] Il punto, in fondo, è uno solo: se Dio debba avere un posto in questo mondo. Se la natura e la ragione umana siano ordini di per sé sufficienti o se abbiamo bisogno di speranza e di salvezza […] oppure no. Benedetto XVI ha tracciato la linea e sostiene che no, il mondo non ce la fa da solo e il cristianesimo deve tornare a essere una forza che anima la storia, presente nell'ambito pubblico e, soprattutto, consapevole di essere la religione 'vera'. Il cristianesimo pone alla ragione (al mondo) il problema della sua verità, la aiuta a chiarirsene l'idea e la rende quindi capace di capire la verità stessa del cristianesimo. Non è integralismo […] ma toglie definitivamente spazio ai sottili distinguo dei vescovi liberal, dei teologi progressisti e dei cattolici della carità senza verità” (pag. 230).              
                                            Omar Ebrahime