(L’espresso) Il Mali oasi di convivenza tra cristiani e musulmani

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L’islam mondiale ha un’oasi di democrazia: è il Mali


Da Timbuktu e Bamako una lezione per l’intero mondo musulmano: laico distacco dalla politica e pace con le altre religioni. Il presidente islamico chiede la benedizione all’arcivescovo cattolico


di Sandro Magister

 ROMA – L’islam è compatibile con la democrazia? Sì e no, rispondono in Vaticano. “La Civiltà Cattolica” – la rivista dei gesuiti di Roma stampata volta per volta con l’autorizzazione della segreteria di stato – è la voce del no. In un’editoriale dello scorso 7 febbraio ha scritto che poiché la democrazia “toglie la sovranità ad Allah per trasferirla al popolo”, essa “per un musulmano credente è un atto di miscredenza”.

Ma c’è un paese nell’Africa subsahariana che è una smentita vivente agli scettici. Lì l’islam è presente da quasi mille anni. I suoi abitanti sono all’82 per cento di fede musulmana. Sono di tradizione sunnita con una componente che obbedisce al rigorismo wahhabita. Sono poverissimi, il reddito medio pro capite è di 230 dollari, e povertà e libertà quasi mai viaggiano insieme. Appartengono a diverse tribù, cosa che in molti paesi africani è radice di conflitti insanabili. Eppure lì fiorisce la democrazia. Questo paese è il Mali, tra il fiume Niger e il deserto del Sahara (nella foto, un moschea).

Tra i 47 paesi del mondo con popolazione a maggioranza musulmana ve ne sono solo due che il think tank di New York Freedom House classifica come pienamente “liberi”: il Mali e il confinante Senegal.

Impeccabile è il comportamento del Mali anche per quanto riguarda la libertà religiosa. La sezione italiana dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre, che pubblica ogni anno dal 1998 un rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, non vi ha mai registrato alcun sopruso. In Mali, ha scritto, “non vi sono ostacoli giuridici alla conversione da una religione a un’altra e i missionari sono liberi di operare; la maggioranza musulmana è tollerante verso le altre confessioni”.

Un anno fa, in Vaticano, il timore era che la guerra in Iraq facesse cadere in preda al fondamentalismo islamico anche quest’oasi di pace religiosa. Ma nulla di ciò è accaduto. Dice Amadou Toumani Touré, attuale presidente del Mali: “Il nostro è un islam d’antiche radici, tollerante e illuminato. Non vediamo nulla nella nostra religione che ci possa impedire d’essere democratici”.

Yaroslav Trofimov, che ha pubblicato su “The Wall Street Journal Europe” del 23 giugno 2004 un’ampia corrispondenza dal Mali, sottolinea le radici storiche autoctone di questa particolarità: “A differenza che nella gran parte del mondo musulmano, qui la democrazia è vista come naturale fioritura di rispettate tradizioni locali, non come un’innovazione venuta da fuori”.

Nel Mali coabitano contadini Songhay, mercanti arabi, allevatori Peul, nomadi Tuareg. Per secoli, prima dell’arrivo dei francesi alla fine dell’Ottocento, si avvicendarono in questa regione imperi multietnici che assieme alla tolleranza religiosa cementarono la convivenza tra le diverse tribù e generarono una solida coscienza nazionale. I conflitti interetnici venivano sanati intrecciando legami di parentela tra vincitori e vinti. Crocevia come Timbuktu, la “città dei 333 santi”, luogo di sbarco dei mercanti che risalivano il fiume Niger e tappa di partenza delle carovane dirette al Mediterraneo, rafforzavano questi vincoli.

Nella seconda metà del Novecento, cessato il dominio francese, il Mali cadde vittima di una dittatura prosovietica e di tremende carestie. Nel 1991 l’allora luogotenente colonnello Touré capitanò la rivolta che abbatté la dittatura. Ma il colpo militare finì lì. Touré organizzò per l’anno dopo libere e pacifiche elezioni, senza concorrervi. E fu eletto presidente uno studioso di storia, Alpha Oumar Konaré, che rivinse le elezioni nel 1997, per poi ritirarsi dopo il secondo quinquennio, in obbiedienza al limite fissato dalla costituzione.

Uno degli ultimi gesti del presidente uscente Konaré, il 5 giugno 2002, fu d’andare a pregare, lui musulmano, nella cattedrale cattolica della capitale del Mali, Bamako, sulla tomba del venerato arcivescovo Luc Sangaré, da poco scomparso. All’atto del suo primo insediamento, nel 1992, Konaré si era recato dall’arcivescovo a chiedere “parole di saggezza per il gravoso compito che l’attendeva”, e ne aveva ricevuta la benedizione. Ora ritornava per ringraziare e per “chiedere perdono per tutto quanto non era stato capace di realizzare”. A rendere noti il gesto e le parole fu il nuovo arcivescovo Jean Zerbo, in una testimonianza resa pubblica dall’agenzia vaticana “Fides”.

Nel 2002, alle ultime presidenziali, si presentò come candidato indipendente Touré, l’autore della rivolta del 1991, le vinse e incluse nel suo governo rappresentanti di tutti i partiti, compreso quello del principale sconfitto.

Nel 2003, la mediazione di Touré fu decisiva per la liberazione di turisti europei sequestrati da guerriglieri islamisti della vicina Algeria, sconfinati nel nord del Mali. Gli Stati Uniti inclusero il Mali tra i beneficiari del “Millennium Challenge”, un programma di aiuti ai paesi poveri con buoni standard di governo.

Nel 2004, il 30 maggio, in Mali si sono tenute le elezioni comunali. Abdramane Ben Essayouti, imam della principale moschea di Timbuktu, ha detto a Trofimov alla vigilia del voto: “Io sono neutrale, non voterò per nessuno. In caso di contrasti tra i partiti toccherà a noi intervenire nella società civile a riportare la pace, e come potremmo farlo se non fossimo imparziali?”.

Questa distanza dei capi religiosi dalla politica fa parte anch’essa delle tradizioni del Mali. E così la coesistenza tra l’islam, i culti animisti e la minoranza cristiana, piccola ma vivace.

A dispetto della proibizione musulmana dell’alcool, nei villaggi si distilla e si beve birra di miglio. Donne e uomini nudi si bagnano tranquillamente in vista, nel Niger. A Bamako, i fedeli che si recano nella nuova moschea costruita dai sauditi non rinunciano ai simboli delle religioni animiste: testoline di scimmie, topi rinsecchiti e pelli di serpenti.

Perfino i rigidi wahhabiti si adattano. “È nell’interesse di ciascuno che il Mali si mantenga laico”, sentenzia Mahmoud Dicko, imam della moschea wahhabita di Bamako e direttore della radio islamista della capitale.

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Link utili


L’organizzazione americana che indaga sullo stato della democrazia nei vari paesi del mondo:

> Freedom House

La sezione italiana di Kirche in Not, fondata da padre Werenfried van Straaten, che pubblica ogni anno un rapporto sulla libertà religiosa nel mondo:

> Aiuto alla Chiesa che soffre

Il quotidiano di New York che ha pubblicato il 23 giugno 2004 la corrispondenza dal Mali di Yaroslav Trofimov, con titolo originale “Mali Elects to Stand Out in the Muslim World by Adopting Democracy”:

> The Wall Street Journal Europe

L’agenzia vaticana “Fides” sulla visita del presidente musulmano Konaré alla tomba del penultimo arcivescovo di Bamako, nel 2002:

> Mali – Le Président Oumar Konaré vient se recueillir dans la cathédrale

Sull’islam tipico del Senegal, che assieme al Mali è l’altro paese musulmano pienamente democratico:

> Non tutti i musulmani sono eguali. Reportage sui senegalesi in Italia (18.12.2001)

> Benvenuti a Touba. Senegal? No, provincia di Brescia (18.12.2001)

In questo sito, su islam e democrazia:

> Islam più democrazia. La dottrina Lewis fa breccia in Vaticano (4.5.2004)

> I gesuiti della “Civiltà Cattolica” non vogliono la democrazia in Iraq (13.2.2004)

Un libro fresco di stampa su questo tema:

Renzo Guolo, “L’islam è compatibile con la democrazia?”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2004, pp. 150, euro 9,00.