L’esempio straordinario del card. Newman

Chiesa

La fatale attrazione degli anglicani verso Roma? Merito di Newman

di Paolo Rodari

Centinaia di conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Ci sono anche queste testimonianze nel mastodontico processo che la Fabbrica dei Santi ha messo in moto per arrivare alla beatificazione del cardinale inglese vissuto nell’Ottocento John Henry Newman. Testimonianze che hanno convinto il Papa della necessità di spingere ulteriormente il piede sull’acceleratore: ancora parecchi anglicani aspettano di tornare sotto Roma. Per loro il Papa ha pubblicato lo scorso 4 novembre la Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus”. E ancora: per loro e per tutto il mondo anglicano, per dare un segnale che resti, Benedetto XVI sarà a Cofton Park, periferia di Birmingham, il prossimo 19 settembre, per celebrare in prima persona la beatificazione di Newman, il sacerdote anglicano divenuto cattolico, il più importante esempio di percorso a ritroso: dal mondo protestante a quello cattolico, dalla ribellione al papato alla sottomissione a Roma, al Vaticano, alle gerarchie della chiesa.

Padre Fidel González-Fernández è un sacerdote comboniano. Insegna storia della chiesa alla Gregoriana ed è consultore della Congregazione per le cause dei santi. Ha partecipato, e ancora partecipa, al processo di Newman, come consultore storico. Di Newman ha parlato innumerevoli volte, in conferenze tenute in tutto il mondo. Dice: “Ci sono almeno diecimila testimonianze di conversioni al cattolicesimo avvenute grazie a Newman. Al processo abbiamo portato soltanto duecento esempi. Tutte le testimonianze parlano del cardinale inglese, sia le conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo, che quelle dall’anglicanesimo a un anglicanesimo più puro, a una vita cristiana più genuina. Del resto anche Newman, prima della conversione, si prodigò per un anglicanesimo più genuino, mostrando come la via della santità era percorribile anche lì. Sono testimonianze di persone che grazie all’esempio di Newman hanno portato un rinnovamento nella chiesa anglicana. Un rinnovamento che Newman ricercò per anni. E’ noto il suo giudizio severo sulla chiesa anglicana del suo tempo. La accusava di essere ambigua, relativista, e in certo senso infedele alla tradizione apostolica. Nel famoso sinodo di Oscott, Newman emise un giudizio molto forte e preciso su una chiesa che vedeva infettata dal liberalismo teologico e dalla mondanità. Parlava addirittura di apostasia. Prevedeva, in un certo senso, la grande crisi della chiesa anglicana contemporanea”.

Una crisi notevole. Che parla di sacerdoti, religiosi e fedeli scottati dal lassismo di certe guide. Dalla indiscriminata apertura dell’anglicanesimo alle mode del mondo: dall’ordinazione femminile alle nozze gay. Senza, tra l’altro, risultati concreti in termini di numeri. Ratzinger ha compreso il fenomeno. La ribellione di molti a questo stato di cose. E ha offerto un approdo sicuro: Roma. La chiesa di Roma. Ma la conversione non è un obbligo per nessuno. Molti, anche tra gli scontenti, nascono anglicani e anglicani restano. E anche per loro Newman resta un esempio. Non a caso la prima e forse più importante conversione di Newman non fu dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Ma un’altra. Racconta padre Fidel: “Tutto cominciò quando Newman era molto giovane. Sentì il fascino di un noto teologo protestante, Thomas Scott di Aston Sandford. E si convertì al suo credo. In Scott vedeva il superamento del protestantismo freddo e razionalista allora in voga. In lui vedeva una risoluta e decisa antimondanità. Scott era un teologo anticonformista e libero. Scrisse Newman in ‘Apologia pro vita sua’: ‘Thomas Scott è lo scrittore che più di ogni altro produsse sulla mia mente un’impressione profonda e al quale, umanamente parlando, sono debitore della mia anima’”. Scott parlava della necessità di guadagnare un assoluto distacco dalle cose terrene. Parlava della purezza della fede. Una fede non contaminata dalle falsità del mondo. Era quanto Newman cercava nell’anglicanesimo. Fu la sua prima conversione. Dice padre Fidel: “Newman cercava la verità ovunque si trovasse. E questa ricerca gli faceva abbandonare posizioni false, mondane, non autentiche. Stabilì per se stesso un notevole programma ascetico e un celibato vissuto integralmente. Niente lo soddisfaceva e soltanto cercava la pienezza di un incontro totale con Dio. Entrò fra i chierici della chiesa anglicana donandosi al ministero della predicazione e al servizio dei più bisognosi e ammalati. A Oxford entrò in contatto con uno dei nemici peggiori del fatto cristiano, lo gnosticismo, che allora permeava molte correnti della teologia protestante in generale, e in modo speciale l’anglicanesimo teologico liberale”.

E’ probabilmente questo amore per il cristianesimo autentico che porta molti Pontefici ad ammirare Newman. E a desiderare che egli diventi un esempio conosciuto da tutta la cristianità. Dice padre Fidel: “Uno dei migliori conoscitori di Newman, il gesuita Vincent Blehl, esprimeva il 29 maggio 1982 sull’Osservatore Romano in un pezzo intitolato ‘John Henry Newman, una strada verso la comunione completa’ la convinzione che il cardinale inglese fosse tra le più grandi personalità a cui tutta la cristianità, non solo una parte, poteva guardare. Spiega Blehl che il chiodo fisso di Newman è la santità. Da giovane incontrò Dio. Questo incontro trasformò tutta la sua vita. Così ne parlò anni dopo Newman: ‘Ho difficoltà a ricordare un’immagine di come ero prima dell’agosto 1816, l’anno in cui ho incontrato Dio. Soltanto ricordo un ragazzo che era un’altra persona rispetto a ciò che divenne dopo’. Scrive ancora Blehl che questa esperienza condusse Newman alla decisione di seguire la strada della santità. Spesso citava Thomas Scott: ‘La santità piuttosto che la pace’. Chi entrava in contatto con Newman si rendeva conto di trovarsi di fronte a una personalità differente dai chierici e teologi del tempo. E, infatti, tantissimi anglicani, soprattutto del ceto intellettuale, cercavano in lui un punto di riferimento, a Oxford e fuori da quell’Università”.

La fama di santità di Newman cresce mentre egli è ancora in vita. Si diffonde sia nel mondo anglicano che in quello cattolico. Tanto che quando muore sono tanti i fedeli che lo vogliono santo. Ma il processo si apre soltanto decenni dopo. Perché? Risponde padre Fidel: “Questa domanda occorrerebbe farla alla chiesa inglese. Quando morì Newman aveva già una notevole fama di santità. Il vescovo inglese Clifford, il cardinale di Westminster Manning e altre personalità ai suoi funerali parlarono di ‘notevole santità’. Molti lo paragonarono ai padri e ai dottori della chiesa antica. C’è chi disse che fu un ‘nuovo sant’Agostino’. Negli anni 30 così scrisse il noto newmanista tedesco Erich Przywara: ‘Newman può essere considerato un alter Agostino perché il suo sguardo era fissato continuamente su Dio in una sorta di ricerca continua’. Questo giudizio su Newman come un nuovo Agostino è stato sottolineato in maniera evidente da Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e infine Benedetto XVI. Eppure la chiesa ha ritardato l’inizio del processo. Il mondo ecclesiale cattolico inglese non era in generale favorevole a introdurre cause di canonizzazione. Gran parte delle cause erano promosse dalle chiese francese e italiana. La chiesa cattolica inglese era piccola, composta da poveri immigrati irlandesi che vivevano in mezzo a un mare di anglicanesimo spesso loro ostile. Era una chiesa preoccupata di non suscitare polemiche. Cercava di non sollevare animosità. Lo stesso Newman aveva vissuto tutta la vita cercando il nascondimento. Non voleva onori e non voleva farsi notare. Poi arrivò il Concilio Vaticano II. Fu qui che molti padri conciliari parlarono di Newman e della necessità di portarlo agli onori degli altari. Tanto che si può dire che la spinta verso la beatificazione venne da Roma. Allora come oggi, è Roma a favorire nuove conquiste tra cattolici e anglicani sulla strada di un autentico ecumenismo”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 4 agosto 2010