L’episcopato nel conflitto ”cristero” in Messico

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Andrea Mutolo, Gli «arreglos» tra l’episcopato e il governo nel conflitto religioso del messico (21 giugno 1929). Come risultano dagli archivi messicani, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2003, pp. 196, Euro 11,00 – ISBN: 8876529578.

Questo lavoro di Andrea Mutolo, nato a Reggio Emilia nel 1971, sua tesi di dottorato in Storia della Chiesa alla Gregoriana, si occupa di una pagina assai importante della storia del Messico moderno e, contemporaneamente, della storia delle relazioni fra Stato e Chiesa: l’accordo che mise fine apparentemente nel 1929 al duro scontro fra cattolicesimo messicano e governo massonizzante, che sul versante popolare assunse la forma di guerra civile fra esercito federale e milizie socialiste, da un lato, e formazioni dell’Esercito di Liberazione Nazionale, cattolico e contadino, chiamato sprezzantemente dagli avversari «cristeros» ovvero i cristiani «di professione», secondo la stessa operazione semantica che vede da «pistola» derivare «pistolero» o da «coca» «cocalero».

La vicenda della tensione fra classi dirigenti messicane ispirate alle culture laicizzatrici europee dell’Ottocento e del Novecento e l’universo mentale tradizionale e religioso della popolazione messicana, soprattutto dei ceti rurali e inferiori della società — cui Mutolo dedica la prima parte del suo lavoro (pp. 9-68) —, risale alla metà del secolo XIX e si dipana con alterne vicende fino ai primi decenni del Novecento. Caduta la lunga dittatura del generale Porfirio Diaz (1830-1915), nel 1911 si apre per il Messico un’epoca di profondi e violenti cambiamenti nelle leggi e nei costumi di cui i governi — egemonizzati in larga parte da clan degli Stati del Nord, più a contatto con gli Stati Uniti — si fanno latori. In un contesto formalmente repubblicano, parlamentare e federale si succedono dittature militari e movimenti di rivolta sociale che connotano quella che è stata definita la Rivoluzione messicana: secolarizzatrice, modernizzatrice, socialisteggiante, ispirata in larga misura alle ideologie sociali e al modello statunitense. Gli Stati Uniti, il gigantesco vicino del Nord, è in questa epoca in fase di forte espansione imperiale, che prende soprattutto la forma del colonialismo economico e industriale — ma non è esente da venature missionarie protestanti — e si rivolge soprattutto verso l’America spagnola, mentre nelle relazioni con l’Europa prevale la tendenza isolazionistica.

Già la Costituzione federale del 1857, al tempo di Benito Juarez (1806-1872), ha posto rigide limitazioni all’attività della Chiesa di cui ha iniziato l’appropriazione dei beni. Nel 1917, sotto il governo del generale Venustiano Carranza (1859-1920), una nuova carta costituzionale inasprisce ulteriormente il controllo dello Stato sulla Chiesa e sul mondo cattolico. L’ascesa di potere di Àlvaro Obregòn (1880-1928) e, poi, di Plutarco Elia Callès (1878-1945) portano il disegno d’incorporazione della Chiesa nello Stato al suo estremo e suscitano la reazione del mondo cattolico. Nel 1926 una legge di attuazione costituzionale approvata dal parlamento su iniziativa di Callès traduce il dettato giurisdizionale in una dura legge di polizia anti-clericale e anti-religiosa, che proibiva la confessione e trasformava i preti in funzionari dello Stato. Davanti a essa l’episcopato messicano, composto da solo trentotto vescovi, molti dei quali costretti all’esilio — negli Stati Uniti e in Europa — durante le varie fasi dello scontro degli anni precedenti, d’accordo con Roma dove regna Pio XI (1922-1939), coadiuvato dal card. Pietro Gasparri (1852-1934), decide di compiere un gesto clamoroso — e tuttora bisognoso d’indagine riguardo alla sua necessità e opportunità nel frangente —, sospendendo il culto in tutto il paese per testimoniare lo stato di grave impedimento della Chiesa messicana a svolgere la sua missione.

Da allora, su un certo piano, si apre e si dipana un lungo, sottile e complesso gioco diplomatico — narrato nella seconda parte dello studio (pp. 69-110) —, mai interrotto, per riprendere relazioni normali, o almeno non conflittuali, che vede protagonisti i vescovi, il nunzio apostolico Pietro Fumasoni Biondi (1872-1960) — residente negli Usa —, la Segreteria di Stato, l’ambasciatore americano Dwight Whitney Morrow (1873-1931) e intermediari dei vari «poteri forti». Ma su un altro piano, quello della società civile, il gesto ha conseguenze esplosive. Il laicato cattolico si organizza in una Lega di Difesa Nazionale, che dapprima tenta forme di opposizione non violenta alla legge Callès e poi appoggia la lotta armata. Nelle campagne e presto nelle città i contadini — soprattutto nelle zone dove è attiva la Union Popular di Anacleto Gonzales Flores (1888-1927), martire cristero, da poco beatificato da Giovanni Paolo II (1978-2005) — imbracciano il fucile e salgono in montagna, dando vita a una intensa e diffusa guerra partigiana di liberazione, che diventa ben presto guerra in senso pieno, con decine di migliaia di combattenti, inquadrati in un Esercito di Liberazione Nazionale, guidato da un ex generale federale, sulle prime scettico, poi convertito, Enrique Gorostieta Velarde (1891-1929). Come tutti i conflitti civili le violenze e le atrocità, soprattutto da parte federale e delle formazioni irregolari filo-governative — impiccagioni di sospetti, fucilazioni sommarie, caccia al prete, incendi di fattorie, concentrazione di popolazioni, confische di raccolti —, non si contano. I vescovi sono divisi: una minoranza appoggia i cristeros, gli altri sono attendisti. Due di essi, Leopoldo Ruiz y Flores (1865-1941) e Pascual Diaz y Barreto (1875-1936), con l’appoggio degli americani e di Roma, prendono la testa della situazione, cercando di imporre l’esito della negoziazione ai combattenti. E vi riusciranno nel 1929, quando il governo di Emilio Portes Gil (1890-1978), davanti alla crescita del movimento cattolico in armi, davanti alle prime sconfitte in campo aperto e temendo che la fazione avversa a Callès e favorevole a Obregòn si allei con i ribelli, dà cenno di disponibilità a trattare. Il 21 giugno 1929 verranno così siglati degli accordi provvisori e informali — scritti in inglese su un pezzo di carta anonimo —: gli arreglos. Lo Stato manteneva in integro il dettato legislativo anti-cattolico, riservandosi di applicarlo in maniera soft, mentre i vescovi sospendevano lo sciopero del culto. Gli accordi non ristabiliranno la giustizia nei rapporti e inaugureranno semplicemente un modus vivendi, ma taglieranno invece letteralmente le gambe al movimento armato ormai sulla via d’imporre al governo tutto il suo peso. Faranno esultare il governo, che vedrà rimosso a poco prezzo un grave ostacolo al suo potere, mentre non smetteranno, soprattutto in alcuni Stati, la persecuzione e le violenze anticristiane. Anzi fino agli anni 1940 proseguiranno a centinaia le vendette «private» — e impunite — contro capi e militanti cristeros. Lo Stato terrà la Chiesa sotto un ferreo giogo burocratico e poliziesco, che si attenuerà solo negli anni 1990. Gli arreglos impediranno altresì ogni interferenza cattolica nella gestione del potere in una nazione dall’ethos e dalle radici profondamente imbevute di cristianesimo. Alle conseguenze negative degli arreglos Mutolo consacra la terza parte della sua monografia (pp. 111-126), riservando la quarta (pp. 127-142) alla distensione dei rapporti fra Stato e Chiesa che si verifica nei decenni più recenti.

L’ampio studio è corredato da una cronologia storica (pp. 143-154) che va dal 1911 al 1937; da una nutrita rassegna di fonti di archivio (pp. 143-154) — quello della Curia arcivescovile di Città del Messico; quello del Centro de Estudios de Historia de México — promosso dall’azienda Condumex — di Città del Messico; quello privato del presidente Callès a Città del Messico; l’archivio dei padri giuseppini di Roma e archivi del movimento cristero di Guadalajara in Messico — commentate, molte delle quali inedite, e da una abbondante bibliografia, anche se purtroppo — ma il fatto non è imputabile a lui — in lingua spagnola (pp. 177-186), che include anche un elenco di tesi inedite in lingua inglese, conservate presso l’Istituto de Investigaciones Historicas di Città del Messico.

Quello di Mutolo è in ultima analisi un lavoro senz’altro utile e, almeno per l’Italia, pionieristico, che fornisce, in maniera metodologicamente seria — anche se con qualche lacuna di forma espositiva —, i primi termini e un primo quadro d’insieme di una vicenda di grande rilievo in tutta la storia dell’Occidente in età moderna, che sfugge alle categorie interpretative convenzionali e contribuisce altresì a fondare storicamente la categoria d’Insorgenza, facendone un fenomeno non solo limitato a episodi locali e all’epoca di Napoleone (1769-1821), ma una realtà transnazionale ed epocale, ovvero la risposta dell’identità culturale religiosa della Cristianità, nelle sue varie forme e residui nello spazio e nel tempo, allo strapotere dello Stato «moderno» sviluppatosi al suo interno.

Oscar Sanguinetti
[4.2.2006]
Tratto da: http://www.identitanazionale.it/rece_7032.php