La vera identità del popolo italiano

Chiesa

L`Adige 14 Aprile 2009

di Domenico Delle Foglie

IN ABRUZZO UNA CHIESA DI POPOLO
« È la volontà di Dio». «Ho pregato molto e ora sono viva. Sì, io sono cattolica». Così il Dio dei cristiani irrompe in prima serata e inonda il video senza che nessuno alzi il sopracciglio. Forse ci penserà al più presto il solito Michele Santoro con la sua compagnia di giro Ruotolo-Travaglio-Vauro, a dimostrare che l`Italia magari non è poi tanto cattolica e credente come appare e che in fondo sono (siamo) tutti un po` troppo disinvolti e magari incoerenti. E perché no? Grandi peccatori. E verrebbe da rispondere: sai che scoperta! Ma abbandoniamo la tentazione di fare polemiche – ché tanto ci pensano loro senza doverli sollecitare – e concentriamoci piuttosto su quanto abbiamo visto e ascoltato. Un dramma nazionale così sconvolgente come il terremoto in Abruzzo non impedisce, anzi favorisce che la condizione normale di vita dei singoli si manifesti per quella che è e tolga spazio a quella narrazione pubblica sempre più condizionata dai sondaggi e soprattutto da un cultura urbana e borghese che nulla sa e racconta dell`Italia dei mille borghi. Proprio quell`Italia duramente colpita dal sisma che morte e distruzione ha portato non solo alla civilissima L`Aquila, ma anche a decine di centri minori che sono stati quasi annientati. Molto ha certamente contribuito al lento superamento della fase emergenziale la capacità di dare un senso propriamente religioso agli avvenimenti anche più sconvolgenti. Non certo nella chiave del dolorismo per una sorta di espiazione dei peccati commessi, quanto nella costruzione e nell`elaborazione del lutto come fatto di popolo. È quanto è accaduto con sobrietà – e in qualche misura anche con pudore dei sentimenti – sulla grande piazza nella quale si sono svolti i funerali di Stato. Le parole del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, hanno ricompreso la sofferenza nella cornice della speranza cristiana. Ma le tante liturgie, il fiume ininterrotto dei segni di croce, le mille preghiere, i rosari, i canti intonati dagli scout, le veglie pasquali nelle tendopoli, la cappelletta in legno costruita a tempo di record, i sacerdoti e le suore sfollati come tutti, il vescovo senza casa, restituiscono l`immagine, e con essa la consapevolezza, che quella d`Abruzzo è una Chiesa di popolo. Che magari farà arricciare il naso a qualcuno, ma ha certamente il merito di rinsaldare ulteriormente l`unità di un popolo che ha sofferto insieme e che oggi deve ritrovare la forza di ricostruire insieme. E se il senso religioso, ovvero la capacità di dare una risposta adeguata alle domande essenziali sul significato della vita e della morte in una cornice antropologica salda qual è quella cristiana, contribuisce a rendere un popolo più forte e più consapevole, allora non ci sarà che da rallegrarsi. Se un paragone ci viene, in queste ore drammatiche, è allo sgomento e al disorientamento generale che tutti ci prese all`indomani della strage di Nassirya, che vide la morte di tanti nostri soldati in missione di pace in Iraq. Allora fu il cardinale Camillo Ruini, con quelle sue memorabili parole («Non fuggiremo davanti ai terroristi, anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio, l`energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo») a dare un senso, anche civile, a quel terribile spargimento di sangue. Oggi, dinanzi alla sciagura abruzzese non abbiamo una sintesi così forte, ma abbiamo un pensiero diffuso che si raggruma attorno alla presenza dello Stato, alla percezione della solidarietà nazionale e a quel senso religioso che abbiamo evocato. E sappiamo, senza nutrire dubbi, che c`è un popolo solidale e fiero che ha radici profonde. C`è poi una parte di questo popolo che non ha paura di dirsi cristiano e di offrire il proprio orizzonte di speranza come strumento di precomprensione della tragedia subita e come pilastro valoriale per la ricostruzione. I laici e non credenti non devono aver paura di questi loro concittadini che sono mossi dalla speranza cristiana. Non c`è un`egemonia culturale, politica o religiosa da conquistare, c`è solo una terra da ricostruire insieme. Come, e se possibile meglio, che in Friuli, Irpinia, Umbria e Belice.