La passione. Dai Vangeli al film di Mel Gibson

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Andrea Tornielli, La passione. Dai Vangeli al film di Mel Gibson, con una prefazione di Vittorio Messori e una postfazione di Gianfranco Ravasi, Società Europea di Edizioni, edizione speciale per Il Giornale (in vendita nelle edicole dal 6 aprile), Milano 2004, pp. 210, € 5,90.

«Ci vorrebbe una guida, qualcosa come un piccolo manuale per aiutare a capire il significato di quelle dodici ore a Gerusalemme e di queste due ore di proiezione che ce le sbattono in faccia in modo tanto provocatorio». Così lo scrittore Vittorio Messori inizia la prefazione a La Passione. Dai Vangeli al film di Mel Gibson scritto da Andrea Tornielli, vaticanista del «Giornale», raccontando com’è nata l’idea del volume. L’autore del libro (210 pagine, 5,90 euro, in vendita nelle edicole dal 6 aprile) ha descritto e confrontato ogni sequenza della «Passione di Cristo» con il testo dei quattro evangelisti e con il racconto di Anna Katharina Emmerick, la mistica con le stimmate alle cui visioni Gibson si è ispirato per tutte le scene che non trovano riscontro nel Vangelo. Ne è nata un’inchiesta che, a partire dal film, ripercorre le ultime ore di Gesù alla luce delle più recenti ricerche storiche e aiuta a scoprire tutti gli indizi di storicità disseminati nei testi evangelici.

«Certo – osserva il biblista Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, che firma la postfazione al libro – il film segue prospettive più immediate, sollecita altre emozioni, provoca critiche, suggerisce riserve: lo stesso eccesso di violenza e di sofferenza contrasta con l’estrema sobrietà e asciuttezza della narrazione evangelica che, proprio in questo modo, riesce a segnalare la tragicità di quei momenti e di quegli atti. Ha fatto bene, allora, Tornielli a riportare il lettore a quella fonte unica e insostituibile, mostrandone la preziosità e la consistenza. Lungo l’itinerario che egli propone seguendo le varie tappe della Passione si riesce, allora, a comprendere – oltre ogni pur autentica commozione – il cuore del mistero cristiano».

Nell’introduzione del libro, e quindi nel secondo capitolo, dedicato all’udienza davanti al sinedrio, viene affrontato il tema dell’accusa di antisemitismo, rivolta da alcuni ambienti ebraici al film di Gibson, e viene descritto come il regista abbia introdotto in quella occasione due sacerdoti che intervengono e si battono a favore del Nazareno. Si tratta di personaggi che non sono citati dai Vangeli (anche se la presenza di dissenzienti all’interno del massimo organo di autogoverno religioso e politico dell’epoca è più che verosimile, come dimostra l’episodio di Gamaliele, citato dagli Atti degli Apostoli): con la loro presenza rendono evidente che le responsabilità nella condanna di Cristo non si possono estendere neanche all’intero vertice del sinedrio di allora. Introduzione dell’autore

«Questo film nasce dalla stessa teologia che ha dato origine all’Olocausto» (rabbino Shamuel Herzfeld); «“La Passione di Cristo” è un film di orrore e squartamenti alla “Pulp Fiction” e “Kill Bill” di Quentin Tarantino» («New York Times»); «È il film più violentemente antisemita dai tempi delle pellicole di propaganda nazista della Seconda Guerra mondiale» («Daily News»); «Il film di Gibson non è antisemita ma produrrà un nuovo antisemitismo» (Abraham Foxman); «“La Passione di Cristo” è senza ombra di dubbio un film antisemita: e chiunque affermi il contrario non sa nulla, o fa finta di non sapere nulla, della storia iconografica dell’antisemitismo» (Leon Wieseltier); «Non credo che questo film affogato di stereotipi possa far rinascere un antisemitismo legato brutalmente all’accusa di deicidio rivolta per secoli agli ebrei… Penso piuttosto che quella rimozione emotiva possa spuntare da un’altra parte, cioè nella vicenda israelo-palestinese» (Moni Ovadia); «Vedendo quelle sofferenze si penserà che la colpa è degli ebrei. Così si torna indietro di secoli» (Franco Zeffirelli); «Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti durante le riprese e annunciati nel sito del film: una Chiesa lacrimosa ed orgogliosa, sprezzante verso la liturgia del postconcilio, bisognosa di una nuova oscurità densa nella quale sentir di nuovo gocciolare sangue e dolore» (Alberto Melloni); «Vorrei che tutti i sacerdoti cattolici del mondo vedessero questo film. Spero che tutti i cristiani possano vederlo, tutta la gente della Terra. L’antisemitismo, come tutte le forme di razzismo, distorce la verità con l’obiettivo di mettere in cattiva luce l’intera razza umana. Questo film non fa niente di simile. Fa sorgere dall’oggettività storica della narrazione evangelica sentimenti di perdono, misericordia e riconciliazione» (cardinale Darío Castrillón Hoyos); «Dopo essermi consultato con il Segretario personale del Santo Padre S.E. Mons. Stanislaw Dziwisz, confermo che il Santo Padre ha avuto l’opportunità di visionare il film “The Passion of the Christ”. Il film è una trasposizione cinematografica del fatto storico della Passione di Gesù Cristo secondo il racconto evangelico. È abitudine del Santo Padre non esprimere giudizi pubblici su opere artistiche, giudizi che sono sempre aperti a diverse valutazioni di carattere estetico» (Joaquín Navarro-Valls); «Ho maturato la convinzione che “La Passione” farà un gran bene a milioni di persone» (rabbino Daniel Lapin); «Antisemitismo, o, almeno, antigiudaismo? Non scherziamo con parole troppo serie… Chiarissimo è, nel film, che ciò che grava sul Cristo e lo riduce in quello stato non è la colpa di questo o di quello, bensì tutto il peccato di tutti gli uomini, nessuno escluso» (Vittorio Messori); «Ho avuto modo di vedere due volte il film di Mel Gibson: non è un film antisemita» (padre Joseph Augustin Di Noia).

Si potrebbe continuare per pagine e pagine, riportando frasi virgolettate dei più disparati commenti sul film «La Passione di Cristo», l’ultima trasposizione cinematografica della figura di Gesù, firmata dall’attore e regista Mel Gibson. Ne abbiamo trascritti alcuni, all’inizio di questo breve lavoro, soltanto per far comprendere quanto infuocate e contrastanti siano le opinioni (talvolta espresse senza aver visto il film) di fronte alla «Passione» secondo Gibson. Le polemiche preventive, iniziate grazie al «giallo» di un copione non definitivo «trafugato» e poi finito in pagina sulla rivista statunitense «The New Republic», che hanno coinvolto alcune importanti associazioni ebraiche americane, si sono trasformate in un traino eccezionale per una pellicola che si sarebbe altrimenti presentata come ostica e improbabile, essendo stata girata interamente in lingua originale (e «l’originale» di duemila anni fa significa aramaico e latino). Tutti dicevano – e come dargli torto? – che nessuno sarebbe andato al cinema a vedere un film parlato in lingue incomprensibili e sottotitolato, senza il consueto doppiaggio. Eppure Bob Berney, l’autore del «lancio» della «Passione di Cristo» negli Usa, è riuscito soffiando pazientemente sul fuoco, a far sì che l’opera di Gibson (l’indimenticabile, coraggioso e un po’ svitato protagonista della serie «Arma letale», l’indomito paladino della libertà scozzese nella rude epopea di «Braveheart») diventasse l’evento cinematografico dell’anno. Con un’abile strategia di marketing, che meriterebbe di essere oggetto di ricerche specifiche, Berney ha diffuso su Internet, alle agenzie e ai giornali, notizie vere o verosimili per attrarre l’attenzione sul film.
L’attacco diretto e frontale dell’«Anti Defamation League» contro «La Passione di Cristo» ha contribuito a montare un caso mediatico che non ha precedenti per altre pellicole dedicate allo stesso argomento e che pure riproponevano il racconto evangelico, con l’identico coinvolgimento del sinedrio giudaico nella condanna a morte del Nazareno. Con molto anticipo rispetto all’uscita del film e senza alcuna cognizione di causa su quale sarebbe stato il prodotto finale, l’opera di Gibson è stata bollata come «antisemita». All’origine di questa grave accusa, che ci si deve augurare non sia stata lanciata a cuor leggero, è sembrato esserci, più che il film non ancora completato, le convinzioni dello stesso Gibson (notoriamente vicino al tradizionalismo cattolico più estremo) e soprattutto di suo padre. Quest’ultimo, in varie occasioni, aveva pronunciato frasi censurabili sull’Olocausto e sugli ebrei.

Certo, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, ed è vero che un’opera cinematografica, così come qualsiasi altra opera dell’ingegno o dell’arte, andrebbe innanzitutto vista prima di pronunciarsi (una regola che in questo caso non è stata applicata) e poi giudicata in sé, al di là delle idee e delle tendenze dell’artista.
La preoccupazione di alcune organizzazioni ebraiche va comunque presa sul serio. Anche se qui non stiamo parlando di un nuovo concilio, della nascita di una nuova religione o comunque di un evento epocale destinato a cambiare i rapporti tra cattolici ed ebrei (in fondo, come giustamente sottolineava il quotidiano «Avvenire» il 26 febbraio, si tratta soltanto di un film), tutto ciò che può soffiare sul fuoco dell’antisemitismo, soprattutto in questa fase delicata e cruciale che sta vivendo il mondo contemporaneo, va evitato. Si assiste al risorgere di sentimenti antisemiti in quell’Europa che nel XX secolo è stata la culla dell’ideologia più orrenda, quella nazista, che ha pianificato e sistematicamente attuato lo sterminio degli ebrei. Ha detto Giovanni Paolo II ricevendo il 5 febbraio 2004 una delegazione dell’«American Jewish Commitee» e ricordando la dichiarazione conciliare Nostra Aetate: «Mentre ci stiamo avvicinando al quarantesimo anniversario di questo documento storico, purtroppo vi è il grande bisogno che noi ribadiamo la nostra assoluta condanna del razzismo e dell’antisemitismo. La violenza nel nome della religione è sempre una profanazione per la religione. Al fine di contrastare questa allarmante tendenza, è necessario che noi, insieme sottolineiamo l’importanza dell’educazione religiosa che promuove il rispetto e l’amore per gli altri».
La storia del cristianesimo è stata caratterizzata troppo a lungo da forme odiose ed esecrabili di antigiudaismo, scaturite nell’emarginazione e talvolta nella persecuzione degli ebrei. L’accusa di «popolo deicida», seppur mai ufficialmente entrata nella dottrina della Chiesa cattolica, ha attraversato i secoli. Basti pensare soltanto che nelle rappresentazioni medioevali della Passione di Gesù, i sommi sacerdoti del sinedrio e la folla degli accusatori di cui parlano i Vangeli veniva raffigurata da persone che indossavano gli stessi abiti usati nei ghetti dagli ebrei contemporanei.
È interessante comunque notare che già mezzo millennio prima del Concilio Vaticano II, unanimemente indicato come una storica svolta nei rapporti del cattolicesimo con l’ebraismo, la dottrina a questo riguardo era chiara e «colpevolizzava» molto più i cristiani peccatori che gli ebrei di allora. Si legge infatti nel Catechismo del Concilio di Trento: «Se i nostri peccati trassero Gesù Cristo N. S. al supplizio della croce, coloro che si tuffano più ignominiosamente nell’iniquità, di nuovo, per quanto è da loro, crocifiggono in sé il Figlio di Dio e lo disprezzano. Delitto ben più grave in noi che negli Ebrei. Questi, secondo la testimonianza dell’Apostolo, se avessero conosciuto il Re della gloria, non l’avrebbero giammai crocifisso (I Cor. 2, 8); mentre noi, pur facendo professione di conoscerlo, lo rinneghiamo con i fatti, e quasi sembriamo alzare le mani violente contro di lui» (par. 62, I peccati degli uomini causa della Passione).
Ed ecco invece la dichiarazione Nostra Aetate: «Sebbene autorità ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo». Considerazione lapalissiana, verrebbe da dire, ma purtroppo per molto, troppo tempo, non è stato così. I cristiani, del resto, fanno risuonare ogni domenica nelle chiese di tutto il mondo la loro professione di fede ricordando che il figlio di Dio «patì sotto Ponzio Pilato» (non sotto Anna e Caifa), perché lì, nel nome di quell’oscuro prefetto romano di Giudea, non soltanto è presente un forte aggancio storico che salda per sempre l’avvenimento salvifico in un tempo e un luogo ben definito, ma anche perché dai Vangeli (così come dalle altre fonti) è assodato che la sentenza di morte fu pronunciata ed eseguita dai romani, non dagli ebrei.

Già, i Vangeli. La «vera» polemica, più che contro il film di Gibson – che si potrà criticare ampiamente per l’eccesso di realismo e di brutalità nel descrivere flagellazione e crocifissione, ma che segue fedelmente il racconto di Matteo, Marco Luca e Giovanni – sembra spostarsi sottilmente proprio sui testi che raccolgono le notizie sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù. Ha scritto Leon Wieseltier, filosofo dell’ebraismo e responsabile delle pagine culturali della rivista «The New Republic»: «Gibson si difende dicendo che questo (il film, nda) è esattamente ciò che raccontano i Vangeli: ma i Vangeli non sono documenti storici sicuri e affidabili. L’idea che Gibson ha dell’autenticità non ha nulla a che fare con la verità storica. Da un punto di vista storiografico, non esiste nessuna “verità” dei Vangeli. Perciò il ritratto che ha dato degli ebrei non è altro che il frutto della sua immaginazione». Ecco, dunque, il nodo della questione. Non «La Passione di Cristo», che è soltanto un film, ma il fatto che essa si ispiri e riproponga piuttosto alla lettera quella «verità» che secondo Wieseltier non esiste perché i Vangeli «non sono documenti storici sicuri e affidabili». Qui il problema diventa davvero cruciale. E non sarà inutile ricordare quella frase che proprio Paolo VI, il papa «conciliare» e «progressista», volle far inserire nella Costituzione Dei Verbum sulla divina Rivelazione: «La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità (quorum historicitatem incunctanter affirmat), trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio… operò e insegnò».
Dopo aver assistito a una proiezione in anteprima, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha affermato: «È un film che ci riporta indietro, che coniuga le rappresentazioni sacre più retrive con il gusto culturale spietato e sadico del nostro tempo e che soprattutto ignora la nuova sensibilità della Chiesa, sia nella lettura di quel periodo storico, sia nei rapporti con le altre religioni. Un’operazione semplicistica, quindi pericolosa». «Oggi per la Chiesa – continua Di Segni – certe interpretazioni sono uno scandalo, perché andarle a riesumare? La dichiarazione conciliare Nostra Aetate ha trattato differentemente i fatti raccontati dai Vangeli, storicizzando la responsabilità di quanto avvenuto a Gesù e sottolineando che non si può comunque trasmettere la colpa nelle generazioni. Il film di Gibson risulta invece impermeabile ai Concili». Il rabbino capo ha dunque chiamato in cause le autorità della Chiesa, chiedendo loro di prendere posizione sull’argomento.
La risposta non si è fatta attendere. Il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls, in un’intervista al quotidiano «Il Messaggero», ha dichiarato che «è ragionevole pensare che non ci sarà alcuna presa di distanza». «Il film – ha spiegato Navarro – è la trascrizione cinematografica dei Vangeli. Se fosse antisemita il film, lo sarebbero anche i Vangeli. Non dimentichiamo che il film è pieno di personaggi ebrei “positivi”: da Gesù a Maria, al Cireneo, alla Veronica, alla parte di folla commossa, etc. Se un racconto del genere fosse antisemita, ciò porrebbe un problema di dialogo ebraico-cristiano perché equivarrebbe ad affermare che i Vangeli non sono storici. Bisogna rendersi conto della serietà di tali affermazioni». «Se il Papa ha visto il film – ha aggiunto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede – il silenzio successivo della gerarchia è molto eloquente. Qui non c’è nulla di antisemita, altrimenti lo avrebbero denunciato. La dichiarazione Nostra Aetate è stata fatta dalla Chiesa cattolica e se essa in questo caso non ha reagito vuol dire che non ne ha trovato i motivi». E al giornalista che chiedeva se questo silenzio era da intendersi come «favorevole», Navarro ha concluso: «È assolutamente chiaro, proprio perché non c’è nulla da obiettare, altrimenti la gerarchia avrebbe parlato, sia il Vaticano, sia gli episcopati locali».
Se dal film la questione si sposta sulla storicità dei Vangeli è ovvio che la discussione si complichi. Certo, i biblisti ripetono che i Vangeli non sono verbali di polizia, né manuali di storia, né documentari. Troppo spesso, anche e soprattutto in casa cattolica, si tende oggi a insistere su questo. S’inizia ricordando che gli evangelisti, in quanto credenti, partono da un dato di fede e che la loro prospettiva è quella dell’annuncio, e ha lo scopo di servire alla vita e alla catechesi delle comunità cristiane; si finisce per «demolire» pagine e pagine del racconto evangelico, parlando di «profezie storicizzate», di «incrostazioni» dovute alle circostanze dell’epoca e dell’ambiente, di pie «aggiunte» che dovevano servire a rafforzare il messaggio del «Cristo della fede» ma che non appartengono al «Gesù della storia». Non è certo oggetto di questo piccolo libro, che non ha alcuna pretesa di scientificità, affrontare diffusamente un tema così importante. Basterà però ricordare l’importanza della testimonianza, dei fatti visti e raccontati dai testimoni, dei mille particolari «visivi» presenti nel racconto dei quattro Vangeli canonici, così diversi per sobrietà e asciuttezza rispetto alle fioriture e alle coloriture dei vangeli apocrifi. Continuare a ripetere oggi che il testo evangelico è annuncio («kérygma») e teologia non può infatti far dimenticare che esso trasmette prima di tutto la testimonianza di coloro che «hanno visto». Su questa testimonianza oculare del gruppo apostolico poggia tutta la fede della Chiesa. Il cristianesimo è l’unica grande religione che nasce da un episodio di cronaca nera, nella Gerusalemme occupata di duemila anni fa. Quando gli apostoli si riuniscono per scegliere il successore di Giuda Iscariota, suicidatosi dopo il tradimento di Gesù, stabiliscono quali siano le caratteristiche che il candidato deve avere:
Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione (Atti 1, 21-22).
Non tra i più colti, i più preparati, i più capaci a parlare o a predicare, quelli dalla vita più onesta. No. La condizione per i candidati ad entrare nel collegio dei primi dodici è che siano stati testimoni di quegli avvenimenti. Che abbiano visto e sentito. Che abbiano seguito Gesù, mangiato con lui, condiviso con lui l’esperienza della predicazione. Che lo abbiano incontrato dopo la resurrezione.
Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e udito (Atti, 4, 20) dicono Pietro e Giovanni trascinati davanti al sinedrio.
Date queste premesse, bisogna a nostro avviso andare con i piedi di piombo prima di liquidare come «mitologia» le pagine dei Vangeli, che sono certamente testi di fede, ma di una fede impastata di storia e di storie umane ad ogni versetto. Bisogna almeno concedere la possibilità che quei testi contengano il racconto dei testimoni tramandato alle future generazioni di cristiani, prima di demolirli sulla base di affermazioni spesso dogmatiche e indimostrate. Tutto questo soltanto per dire che il racconto più dettagliato, solido e diffuso, il nucleo più antico e originario dei Vangeli, la Passione di Gesù-, cioè l’oggetto del film di Mel Gibson, non è una «favola» che si possa così facilmente «correggere» o «riscrivere».
«La fede cristiana – ha scritto nel suo commento al Credo il cardinale Dionigi Tettamanzi – crede dei fatti. Professa come vero e degno di fiducia, fino a farlo diventare criterio decisivo di scelta di vita, un fatto reale, quello della passione e della morte in croce di Gesù. Il cristianesimo non consiste nell’andar dietro a favole artificiosamente inventate, non è un insieme di teorie religiose, non è una filosofia, non è un’ideologia. Non è una “gnosi”, ossia una forma di conoscenza più o meno elevata e più o meno originale, oscura e riservata ad alcuni seguaci. Diversamente da quanto avviene anche oggi in certe forme di spiritualità e di religiosità, la fede cristiana resta essenzialmente ancorata ad avvenimenti che si sono realmente verificati e dai quali non può affatto prescindere».

Del resto, il coinvolgimento delle autorità religiose ebraiche nella Passione è cosa pacificamente accettata anche dagli studiosi più minimalisti che pure contestano, soprattutto all’evangelista Matteo, un pregiudizio antigiudaico. Afferma il biblista Giuseppe Barbaglio, la cui recente e poderosa opera Gesù ebreo di Galilea (edizioni Dehoniane) rappresenta bene quella ricerca biblica cattolica che non esita a bollare come «mitiche» molte pagine evangeliche: «Sembra più esatto distribuire le responsabilità tra i due: quella della pubblica accusa o del pubblico ministero, diremmo noi, di Caifa e dei suoi collaboratori, e la responsabilità del giudice che ha processato, condannato, e fatto eseguire la sentenza, che è tutta di Pilato. Ed è questa partecipazione di influenti capi giudaici che spiega come Gesù sia stato tradito davanti a un tribunale e non eliminato direttamente, al pari del Battista, con un atto poliziesco».
Ha dichiarato il rabbino americano Daniel Lapin: «Per numerosi ebrei, l’uso di “antisemita” risponde a un riflesso condizionato. Si deve peraltro ricordare che tutte le fonti ebraiche classiche – come il Talmud e le opere di un’autorità del secolo XII quale fu Mosè Maimonide – concordano nell’affermare che nella morte di Gesù furono coinvolti anche gli ebrei. Nel peggiore dei casi è ambiguo – e ignorante nel migliore – negare tale complicità. Ovviamente, spero che tutti saremo pienamente d’accordo nel dire che ciò non giustifica affatto l’ostilità verso gli ebrei».
Il Nazareno era ebreo, apparteneva alla stirpe di Davide, era considerato vicino alla corrente ebraica dei farisei (che pure critica duramente), mentre allora i capi religiosi del sinedrio appartenevano al gruppo conservatore sadduceo e collaboravano con i romani. Non si può estrapolare da questo contesto la storia di Cristo e nemmeno la vicenda della sua morte.
Va ricordato dunque che nella tradizione ebraica del Talmud ritroviamo, tra molti altri, un passo che cita esplicitamente Gesù e la sua condanna a morte per «stregoneria»: «Veniva insegnato: alla vigilia di Pasqua appesero Gesù. Un banditore andò in giro per 40 giorni prima (dichiarando): “verrà lapidato per aver praticato la stregoneria, per aver sedotto e condotto Israele sulla cattiva strada. Chiunque sappia qualcosa in suo favore, venga e lo dichiari”. Ma non trovarono alcuni in suo favore e lo appesero alla vigilia di Pasqua» (b. Sanhedrin 43a). Il tema principale di questo passo, spiega Robert E. Van Voorst nel suo recente studio Gesù nelle fonti extrabibliche (edizioni San Paolo), «è la pratica legale (ricordata solo qui nel Talmud) di mandare un banditore a proclamare i capi d’imputazione contro una persona accusata di un crimine capitale e a sollecitare testimonianze a sua discolpa… Vi è quasi unanimità di opinioni sul fatto che l’accusato di cui si parla sia Gesù di Nazareth». Nel brano si racconta dunque di una lunga ricerca di testimoni a favore del Nazareno e non potrebbe essere più pronunciato il contrasto tra questa descrizione di un procedimento lento e pubblico, e quella del processo veloce e quasi segreto al quale fu sottoposto Gesù dal sinedrio secondo i Vangeli canonici. «Questa è un’indicazione – sottolinea ancora Van Voorst – che qui si tratta di una risposta di carattere apologetico alle affermazioni di parte cristiana relativamente al processo ingiusto». Quanto alle accuse di aver condotto Israele sulla cattiva strada praticando la magia, esse «sono legate alla religione ebraica e non sono affatto collegate al dominio romano. B. Sanhedrin 43a afferma che il sinedrio stesso ha condotto l’intero processo, dall’arresto fino alla condanna a morte. Il “loro” usato all’inizio e alla fine si riferisce al sinedrio».
Ha scritto l’intellettuale ebreo Marco Treves nella sua Lettera aperta a un amico cattolico: «E i sacerdoti di Gerusalemme? Io non li voglio difendere di certo. Erano uomini rapaci e violenti, avidi di danaro e succubi dei Romani… Erano nominati dall’autorità romana, che li promoveva e destituiva a piacimento. Il popolo ebreo li detestava come risulta da una canzoncina del tempo. Se dal 15 al 18 i Procuratori cambiarono Sommo Sacerdote ogni anno e poi lasciarono che Giuseppe detto Caiapha rimanesse in carica 18 anni, se ne può dedurre che costui fosse più docile dei suoi predecessori e più zelante nel contentare i padroni».
Siamo d’accordo che da queste constatazioni non si sarebbe mai dovuti arrivare all’antigiudaismo cristiano. Siamo d’accordo sul fatto che bisogna vigilare perché esso non rinasca sotto nuove forme e bisogna lavorare per una collaborazione sempre più piena e una reciproca comprensione tra ebrei e cristiani. Quanto all’antisemitismo, che è fenomeno ben più grave, figlio del darwinismo e dunque di un’epoca moderna che si vantava di aver tagliato il cordone ombelicale con i secoli «bui» del cristianesimo ma ha partorito ideologie tremende come il nazismo e il comunismo, non si comprende perché un film che ripropone i passi salienti dei Vangeli dovrebbe istigarlo, quegli stessi passi che ogni anno, in occasione della Pasqua, risuonano letti e meditati nelle chiese di tutto il mondo. Anche se è necessario non abbassare mai la guardia e, soprattutto, non innalzare nuovi steccati in un mondo dove se ne costruiscono ogni giorno, pure in nome della religione.

Un’altra critica rivolta a Gibson, dopo le prime proiezioni del film, è stata quella dell’eccesso di violenza e di brutalità. Certe scene ricordano le sacre rappresentazioni medioevali, l’iconografia barocca del Cristo flagellato e crocifisso, taluni spaventosi volti dei quadri di Hieronimus Bosch. Gibson ha chiesto al direttore della fotografia Caleb Deschanel di rendere le immagini del film simili ai dipinti del grande Caravaggio, le cui tele sono caratterizzate da una luminosità «naturale», ricavata dal forte contrasto fra luce e ombra. L’autore ha scelto di servirsi, oltre che del racconto degli evangelisti, delle visioni di una mistica stimmatizzata tedesca, Anna Katharina Emmerick (un compendio della sua Passione del Signore è appena stato mandato in libreria dalla San Paolo), nata nel 1777 in un villaggio rurale nei pressi di Münster. La religiosa, non solo «veggente» ma anche «agente», cioè coinvolta nelle sue visioni – il suo spirito, come presente ai fatti contemplati, partecipava e soffriva con i personaggi biblici che ne erano gli attori – ci ha lasciato un dettagliato racconto della vita di Gesù e della Madonna. Morta nel 1824, sei anni prima aveva ricevuto la visita del famoso scrittore romantico Clemens Brentano, cioè colui che mise per iscritto le «visioni», continuando a chiederle di raccontarle anche quando ormai la mistica era debolissima e sofferente. Le pagine con la trascrizione delle visioni sono ben sedicimila. Diverse autorità ecclesiastiche si sono pronunciate a favore dell’ortodossia dei racconti della Emmerick, della quale si sta concludendo il processo di beatificazione, con il riconoscimento di un miracolo a lei attribuito. Come il lettore vedrà quasi tutto ciò che nel film non si riscontra nei Vangeli, è preso dalle visioni della mistica stimmatizzata tedesca, che in particolare drammatizza ed esaspera le sofferenze patite da Cristo durante la Passione, descrivendo le torture, la terribile flagellazione, le tante cadute lungo la Via Dolorosa, lo strazio indicibile della crocifissione.
Non si può dar torto a quanti, dopo la visione del film di Mel Gibson, si sono detti sconvolti per la quantità di sangue e di violenza. Bisogna però ricordare, con buona pace di chi oggi non vuole più sentire parlare di morte, di dolore e di sofferenza, che la crocifissione era il più infamante e terribile dei patiboli. Bisogna ricordare che il Nazareno non è stato «giustiziato» con un’iniezione letale o con una rivoltellata alla nuca. Certo, nel rievocare quella brutalità è utile e necessario anche comprenderne il significato e magari chiedersi chi davvero fosse quel galileo capace di sopportare volontariamente tale strazio per amore dell’umanità: questa è la vera domanda che sottende il film, molto più interessante di quella su chi ha davvero ucciso Gesù. Ha detto Paolo VI: «Proprio la dolorosissima morte del Salvatore è stata la nostra fortuna e ci riempie di gioia e d’amore. Gesù è morto non solo perché da noi ucciso; è morto per noi. Egli, morendo sulla Croce, ci ha salvati. Per noi Egli ha patito ed è morto… Effettivamente dalla Croce scaturisce un torrente di misericordia e offre a noi, a tutti, l’inestimabile sorte di essere perdonati, di essere redenti. Al punto tale che, con la liturgia della Chiesa, chiameremo “beata” la crudele Passione del Signore, poiché è fonte della nostra rinascita e della nostra felicità… Possiamo, volendo, ricevere dalle lacrime, dal sangue, dalla morte di Cristo il nostro gaudio, la nostra speranza, la nostra salvezza».

Due parole, infine, su questo libro. Il sottoscritto non ha una preparazione specifica nelle discipline bibliche e queste pagine non hanno intento o pretesa se non quello di offrire al lettore-spettatore un piccolo aiuto per vedere il film di Gibson, un modesto contributo per comprenderne il significato e inquadrarlo nel rapporto con le fonti evangeliche. Ho riprodotto i testi di riferimento (seguendo la traduzione ufficiale della Conferenza episcopale italiana), li ho affiancati ai passi salienti delle visioni della Emmerick, facendoli precedere o seguire dal racconto sintetico delle varie scene della «Passione di Cristo». «Chi vive in regioni di antica cristianità – ha scritto su “Avvenire” don Dario Viganò – può trovarsi in una paradossale condizione di curiosità spenta su Gesù, come se già conoscesse tutto e dunque possa permettersi un giudizio di sufficienza o di indifferenza. Per questi l’esperienza dell’incontro con un testimone o con un’opera d’arte può avere effetti benefici del tutto impensabili. Può segnare un itinerario di ripensamento e riscoperta. Tuttavia – aggiunge – non è una ricostruzione più minuziosa o ambiziosamente più attendibile (più attendibile dei Vangeli?) a dare più certezza alla fede. Vivendo noi in una cultura massmediale abbiamo mediamente una sensibilità più spiccata che in altre epoche verso il linguaggio delle immagini. La loro eloquenza talora “parla” al nostro cuore, meglio: al cuore dell’uno o dell’altro, mai a tutti insieme. E tuttavia non ci sono “lacune” nei vangeli da rimediare mediante il ricorso a ritratti devozionali, narrazioni d’arte, o a visioni che appartengono all’esperienza spirituale di singole persone. Tutto può essere d’aiuto ma tutto va misurato passo passo sul vangelo, senza unilateralità ingenue o ideologiche che siano».

Un merito, mi sembra, sia indubitabile dover attribuire alla «Passione di Cristo» secondo Gibson. L’uscita del film, il «caso» mediatico, la grande operazione di marketing, la mobilitazione e le polemiche, hanno fatto sì che per settimane – anzi per mesi – rotocalchi e giornali s’interrogassero sulla figura di Gesù, sulle circostanze della sua Passione, sul significato della sua sofferenza e della sua morte. I libri dedicati a questi argomenti conoscono un nuovo rilancio, gli studiosi e i biblisti sono contesi nei talk-show. Si parla di Gesù e non soltanto di sport, di moda o di gossip. Almeno questo, al sanguigno Mel Gibson di «Braveheart», andrebbe riconosciuto.
A.T.

Prefazione di Vittorio Messori

«Ci vorrebbe una guida, qualcosa come un piccolo manuale per aiutare a capire il significato di quelle dodici ore a Gerusalemme e di queste due ore di proiezione che ce le sbattono in faccia in modo tanto provocatorio».
Questa la convinzione cui arrivammo Andrea Tornielli ed io, confrontando le impressioni dopo avere visto in anteprima il film di Mel Gibson ed averne riferito sui giornali cui collaboriamo. Uniti dalla stessa prospettiva cristiana, The Passion of the Christ ci aveva colpiti come di rado capita a chi, per il mestiere che pratica, vorrebbe farsi credere al riparo dalle emozioni. Impraticabile, qui, il distacco – con magari il pizzico di snobismo un po’ cinico – dietro cui si maschera chi, ogni giorno, ne vede, letteralmente, “di tutti i colori”. Qui, avevamo visto tradursi in immagini di un realismo brutale le parole sui cui basa la nostra fede stessa. I versetti evangelici, pur tante volte letti e magari meditati, assumevano una rilevanza sconvolgente facendosi immagini concrete, sorrette non solo dal carisma del regista ma anche da tutte le risorse della tecnica più moderna. Da credenti non inconsapevoli dei contenuti e delle dinamiche della fede, ci eravamo resi conto che , in quelle due ore, grondavano dallo schermo significati religiosi che meritavano attenzione e riflessione, ma che rischiavano di sfuggire allo spettatore. Compreso quello cattolico, anche se praticante, vista la situazione deplorevole di una catechesi ecclesiale troppo spesso attratta, oggi, più dal sociologico che dal teologico, più dall’effimero della cronaca che dal fascino dell’Eterno.
Insomma, ci sembrò che sarebbe stato proficuo se qualcuno si fosse seduto accanto allo spettatore “ comune “, per aiutarlo a capire ciò che le immagini gli mostravano . Con umiltà certo, lontani dalla pretesa di avere tutto capito, di tutto saper interpretare. Ma anche consapevoli, con realismo, che qualche studio, qualche frequentazione – scontati , per chi, come noi, scriva articoli e libri su questi temi – ci consentivano la conoscenza delle fonti e degli eventi cui il regista si era ispirato.

Affrontando i rischi, le fatiche , le spese di un film come questo , Mel Gibson non si è proposto di fare “cultura” e forse, neppure “arte”: tutto, qui, anche la cultura e l’arte, è subordinato e messo al servizio di un progetto missionario, di una volontà di apostolato. Di una passion de convaincre, per usare la parola pascaliana. Questa l’anomalia di un’opera che non poteva non suscitare polemiche, tesa com’è a tentare di riannunciare Colui che (al contrario di certe attuali caricature buoniste) disse di non essere venuto a portare la pace ma la spada, non la concordia universale ma la divisione persino tra genitori e figli, tra fratello e sorella, tra marito e moglie. In fondo, le dispute che hanno accompagnato e ancor più accompagneranno questo film, anche se spesso ingiuste, settarie, aprioristiche, sono fisiologiche, direi obbligate . Sono, cioè, un segno che c’è , qui, almeno qualcosa dello spirito di quel Maestro davanti al quale gli uomini sempre si divideranno e per il quale sempre saranno in serbo l’odio e l’amore. Scrivere una piccola “guida” per accompagnare la visione della pellicola era dunque porsi nella prospettiva stessa di Gibson, era un mettersi al servizio di un’intenzione missionaria. La quale è segnata, ovviamente, dai limiti, dalle insufficienze,dai segni caratteriali di ogni impresa umana ma costituisce, comunque, un ritorno alla tensione apostolica, così carente tra i tiepidi, spesso sfiduciati, cattolici di oggi.
Comunque, mentre io mi limitavo, un po’ da velleitario, ad auspicare e ad esortare, Tornielli (e ne fui, ovviamente, felice) passava all’azione . Pur conoscendone la capacità di lavoro e l’esperienza di scrittura, restai stupito dal ritmo del suo lavoro, cominciato con la visione attenta, e più volte ripetuta, della pellicola. Il programma è poi continuato con richieste di informazioni e colloqui con alcuni dei collaboratori più stretti del regista. Una fase successiva del blitz di Andrea è consistita nella rilettura critica dalla gran massa di parole – di lode e di accusa – già dedicate a quest’opera dal media-system del mondo intero. Tutto è stato poi organizzato attorno a quei versetti in greco antico che costituiscono l’unica, vera “trama” di un film che null’altro desidera se non rendere in immagine, nel più fedele dei modi, quanto i vangeli raccontano. Anche il ricorso di Gibson alle visioni di Anna Katharina Emmerick (cui Tornielli dà giustamente rilievo), non trascina affatto il regista nel cielo evanescente del mito: al contrario, quanto è stato misticamente scorto dalla stigmatizzata tedesca serve a precisare la cronaca di quelle ore , a renderla ancor più concreta. Si discute se Giovanni Paolo II abbia davvero detto, dopo avere assistito alla proiezione: «E’ andata proprio così». Sia stato o no questo il commento papale, questa è in ogni caso la convinzione di Gibson : tutto ciò che i vangeli raccontano trova riscontro in ciò che è davvero successo, cominciando dal Getsemani, sino alla tomba vuota all’alba della prima domenica della storia. I vangeli, in questo film, non sono leggenda, pastiches di simbolismo mitico giudaico-ellenistico: sono cronaca fedele . Già questa è una sfida che i church-intellectuals giudicano inammissibile, come sa chi conosca lo stato sconcertante degli studi scritturali, anche cattolici; come sa chi debba scorrere quei commentari alla Bibbia, dove la sola cosa che è obbligatorio prendere sul serio sono le note a piè di pagina del biblista teologicamente corretto.

Il frutto del lavoro di Andrea Tornielli sta nelle pagine che seguono: intenzionalmente modeste ma serie, divulgative ma fondate, credo proprio che aiuteranno (com’era nelle intenzioni) a mettere a frutto un’occasione unica. L’occasione, cioè, offerta da un uomo ancor giovane, ricco di fama, di prestigio, di denaro che – cosa del tutto anomala nell’ambiente delle grandi star del cinema – afferma e pratica la sua fede cattolica nella vita concreta. Sette figli (tra cui una suora di clausura) avuti da una sola moglie non sono consueti dalle parti di Hollywood. Né è consueta una partecipazione quotidiana alla Messa, per giunta secondo la liturgia in latino. Ma ciò che contrassegna la fede aderente alla Tradizione, così come la intende Mel, è il bisogno di parteciparla ai fratelli: da qui, il progetto missionario cui già si accennava, da qui il desiderio di farsi apostolo, sfidando il fuoco di sbarramento subito aperto da molte parti, non escluse quelle di un certo cattolicesimo che si crede “adulto” perché ha rinunciato a convertire e diffama come “proselitismo” ogni tentativo di riannunciare il kérygma.
Il “caso Gibson”, insomma, non è per niente cosa frequente nei tempi che viviamo. Come non tentare di favorire un’intenzione tanto generosa quanto rara ? Sarebbe incongruo, dunque , cercare nel lavoro di Tornielli altre motivazioni che non siano di informazione esplicitamente religiosa. In fondo, c’è anche in lui la passion de convaincre. Pur consapevole che l’opera dell’attore fattosi regista non è un quinto vangelo ma solo un film, Andrea è convinto che una pellicola come questa potrà aiutare a riscoprire quei quattro libricini in cui è annunciata una Speranza che non delude.
In una prospettiva estranea alla fede, quanto, in The Passion, si vede sullo schermo rischia di apparire come una sconcertante esplosione di brutalità, come una macelleria, ritratta per giunta con un sospetto di morbosità e di sadismo. Queste pagine potranno aiutare a capire che, nella visione della fede, dietro quel sangue, dietro quelle sofferenza inaudita, c’è in realtà un mistero . Il mistero di un Uomo che ha caricato sulle sue spalle la colpa e il peccato di tutti gli uomini. E che per tutti, in questo modo terribile e al contempo sublime, ha ottenuto perdono e salvezza. Le scene impietose con cui Gibson sembra volere annichilire lo spettatore non sono di certo gratuite, nulla hanno a che vedere con un horror da spettacolo: è attraverso tanta crudeltà che si è manifestato l’Amore. Era importante che qualcuno cercasse di farlo comprendere allo spettatore, magari anche con un manualetto come quello che qui è proposto .

Postfazione di Gianfranco Ravasi

Aveva ragione lo scrittore greco Nikos Kazantzakis quando, nel 1952, nel suo romanzo L’ultima tentazione di Cristo – divenuto nel 1988 un discusso e modesto film di Martin Scorsese – aveva ripreso le parole dal Gesù morente secondo l’evangelista Giovanni con questa annotazione: «Levò un grido di trionfo: Tutto s’è compiuto! Ma fu come se dicesse: Tutto comincia!». È vero: l’esecuzione capitale di Gesù di Nazaret sullo sperone roccioso di Gerusalemme chiamato in aramaico Golgota, «cranio», ha avviato una sorta di onda lunga che ha percorso i secoli investendo ancora i nostri giorni, già liquidati da alcuni come post-cristiani. Quell’evento è di sua natura paradossale, come già segnalava s. Paolo, perché è in sé scandaloso e fallimentare, essendo la crocifissione il suggello giudiziario di schiavi e ribelli, eppure è glorioso e trionfale, come appunto suggerisce Kazantzakis, perché sorgente di una nuova storia religiosa e culturale.
Quanto quella condanna ancor oggi coinvolga è attestato dall’intreccio di sdegno e di entusiasmo, di rigetto e di adesione che ha generato il film di Mel Gibson. Ma la via migliore per coglierne l’anima segreta è quella di ripercorrere l’unica compiuta e coerente attestazione di quelle ore, cioè la testimonianza evangelica. E ciò che ha voluto fare – in forma limpida e immediata – un giornalista, Andrea Tornielli, in queste pagine costruite sostanzialmente secondo la tipologia, classica negli studi comparativi, della «sinossi», ossia dello sguardo d’insieme gettato su percorsi narrativi dai colori diversi ma dal movimento affine.
Alla filigrana del film (il testo appartiene, infatti, al genere dell’instant book, cioè dell’opera confezionata attorno a un evento immediato e contingente) si associano, infatti due flussi testuali. Il primo è quello capitale dei testi evangelici che ovviamente, a loro volta, comprendono quattro itinerari specifici, con prospettive e tonalità proprie. Già Chaucer, uno dei padri della letteratura inglese, nei Racconti di Canterbury notava che «ogni evangelista che ci narra il martirio di Gesù Cristo non tutto narra a modo del suo compagno. Eppure i loro racconti sono veri e tutti si accordano nel senso, pur nelle discrepanze del racconto».
L’altro tracciato è costituito da una delle infinite testimonianze «apocrife» che da sempre sono sbocciate attorno alle pagine sacre dei vangeli canonici, frutto spesso della fede e della spiritualità autentica ma anche non di rado della fantasia popolare. In questo caso si tratta delle visioni di una mistica agostiniana, Anna Katharina Emmerick (1774-1824), che nel suo corpo recava le stimmate della crocifissione di Cristo ai piedi e alle mani. Le sue esperienze interiori, cristallizzate nello scritto da un famoso autore tedesco, Clemens Brentano, hanno offerto a Gibson vari spunti narrativi ampi, come le epifanie diaboliche che costellano alcuni momenti della Passione o l’incrocio tra le vicende di quelle ore e il travaglio intimo della madre di Gesù, ma anche elementi minimi come il nome del centurione romano, Abenadar, di ipotetiche origini arabe.
Operazione, questa, per altro attestata nell’arte di tutti i secoli, allorché si amava introdurre nelle scene evangeliche ammiccamenti apocrifi: il più celebre, per quanto riguarda la Passione di Cristo, è appunto l’incontro con Maria o quello della Veronica. Certo è che la barra da tenere saldamente in pugno è quella che conduce lungo il fiume dei Vangeli canonici ed è ciò che Tornielli fa con finezza e rigore, rivelando accurate letture e significative capacità di sintesi. Attorno a quel pugno di capitoli si addensa, infatti, una selva bibliografica sterminata; ogni parola greca, ogni evocazione, ogni personaggio, ogni evento è stato sottoposto a complesse indagini ma anche a libere ricostruzioni. Basterebbe solo percorrere un monumentale studio (1815 pagine!) come quello dedicato alla Morte del Messia dall’esegeta americano Raymond E. Brown (ed. Queriniana 1994), testo imprescindibile per fare il punto su una ricerca instancabile dai risultati simili a un caleidoscopio.
Tornielli ha, certo, finalità ben più immediate, eppure sa muoversi con sapienza ed equilibrio, con circospezione e competenza, cercando sempre di mantenersi su un crinale delicatissimo ma decisivo, quello che corre tra storia e fede. I Vangeli, infatti, come spesso si ripete, non sono né opere storiografiche né verbali ma testimonianze per un annunzio di fede. Ma quella fede esige strutturalmente proprio un radicamento nella storia e quindi, come non è possibile cogliere in pienezza la vetta del monte della cristologia solo stando sul versante in penombra della storia, così è insufficiente collocarsi solo sul versante abbagliante della gloria pasquale, cioè della fede e della teologia. I Vangeli uniscono in sé due respiri, quello «fisico» e quello «mistico», la «carnalità» e la «spiritualità», perché Cristo è – come diceva s. Giovanni (1, 14) – Logos, «Verbo divino» e sarx, «carne», storia , esistenza.
Certo, il film segue prospettive più immediate, sollecita altre emozioni, provoca critiche, suggerisce riserve: lo stesso eccesso di violenza e di sofferenza contrasta con l’estrema sobrietà e asciuttezza della narrazione evangelica che, proprio in questo modo, riesce a segnalare la tragicità di quei momenti e di quegli atti. Ha fatto bene, allora, Tornielli a riportare il lettore a quella fonte unica e insostituibile, mostrandone la preziosità e la consistenza. Lungo l’itinerario che egli propone seguendo le varie tappe della Passione si riesce, allora, a comprendere – oltre ogni pur autentica commozione – il cuore del mistero cristiano. È la rivelazione della vicenda di un Dio che non si ritira dal mondo e dalla storia nell’alone dorato della sua trascendenza ma decide di entrare non come testimone bensì come partecipe della realtà umana, condividendone quella frontiera estrema che è il dolore e la morte, lasciandosi perciò ferire dal male e dal nulla.
Ma, anche in quell’estremo «svuotamento», come lo definisce Paolo (Filippesi 2, 7), egli non cessa di essere Dio. E per questo che in finale sorge l’alba di Pasqua ed è per questo che la nostra sofferenza e il nostro morire non sono più uguali a prima perché attraversati e fecondati dalla presenza divina, salvifica e gloriosa. Cristo crocifisso è, allora, ben più di un emblema eroico o sacrificale, è il segno della suprema fraternità dell’amore salvifico di Dio con l’umanità. Ed è anche per questo che molti cercano ininterrottamente quella figura crocifissa, «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Corinzi 1, 23). Lo fanno col fremito della speranza e della fiducia o anche solo col brivido dell’attesa. Proprio come confessava lo scrittore argentino Jorge L. Borges nel suo Cristo in croce: «La nera barba pende sul petto./ Il volto non è il volto dei pittori./ È il volto duro, ebreo./ Non lo vedo/ ma insisterò a cercarlo/ fino al giorno/ dei miei ultimi passi sulla terra».

Con il permesso dell’autore