La felicità del bene. Una rilettura di Tommaso d’Aquino

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G. Samek Lodovici, La felicità del bene. Una rilettura di Tommaso d’Aquino, Vita e Pensiero, Milano 2002, p. 201, 16,00 euro.
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L’idea che la prassi morale sia condizione di una vita felice è stata screditata da obiezioni ineludibili, che paiono compromettere in modo irrevocabile il nesso tra virtù e felicità. Vista l’urgenza del problema, il testo di Giacomo Samek Lodovici, dottore di ricerca in Filosofia morale all’Università cattolica di Milano, si rivela ancor più apprezzabile per la volontà di porre a tema una questione tanto attuale e complessa. Tale studio si inserisce, infatti, nell’ambito del dibattito contemporaneo in merito alla rinascita della filosofia pratica e tenta, attraverso un’indagine densa e stimolante, capace di un significativo affondo teoretico, di sviscerare la strutturale relazione tra virtù e felicità. 
Il saggio esamina la tesi, aristotelica prima e tomista poi, secondo cui l’uomo virtuoso è già un uomo felice, sebbene di una felicità imperfetta, senza dover quindi attendere un futuro escatologico. Per verificare se la felicità è propria di una vita secondo virtù, si comprende la necessità percepita dall’autore di concentrare lo sguardo su tale nesso, gravido di promesse e sviluppi fecondi. Per portare ad evidenza la relazione di dipendenza tra virtù e felicità, l’autore introduce un terzo elemento, ovvero l’amore, che, nell’economia generale della riflessione condotta, svolge il ruolo di medium.
Secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, la felicità è l’effetto di un’operazione connaturale che raggiunge un bene connaturale. Dunque, se la felicità (oggetto di un desiderio naturale e, al tempo stesso, radicale) coincide con il bene perfetto di ciascuno, bisogna affermare che il bene connaturale a quel soggetto personale che l’uomo “non può essere che la persona (e la Persona), la quale è quanto di ontologicamente più perfetto esiste in tutto l’universo” (p. 102). Ora l’amore, in quanto vis estatica ed unitiva, vale a dire in quanto proietta il soggetto verso l’amato e stabilisce una comunione con esso, si qualifica come l’operazione che non solo più perfettamente di ogni altra raggiunge il proprio oggetto, ma altresì che ha per oggetto ciò che è più connaturale all’uomo: la persona (e la Persona), appunto. L’amore, inoltre, è l’espressione più propria di una natura, quale è quella umana, caratterizzata dall’apertura, ovvero in costante tensione verso tutto ciò che è altro da sé e disponibile ad entrare in comunione con tutto.
D’altro canto anche la virtù intrattiene con l’amore una relazione privilegiata: il virtuoso non agisce per il dovere, ma agisce per amore e consegue in tal modo la felicità come corollario e risonanza della pratica morale, come un dono gradito, ma non direttamente ricercato (cosa che vale a parare l’obiezione antieudemonistica di Kant), perché destinato a chi esercita l’amore cercando la felicità altrui. Virtuoso è, infatti, colui che vive secondo la disposizione al dono, prerogativa propria dell’amore.

Raffaella Aliprandi
© "Filosofia oggi", n. 101 (2003), pp. 116-118.