La cattedrale e il cubo

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Weigel George – La cattedrale e il cubo – Rubbettino Editore – Soveria Mannelli (Cz) – 2006 – pp. 145 – €.14

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L’autore, che si definisce teologo cattolico, è uno dei più brillanti intellettuali degli Stati uniti. In italiano, sono stati tradotti in passato, la sua monumentale biografia di Giovanni Paolo II, di oltre 1300 pagine che lo ha reso famoso (Testimone della speranza: Mondadori, 2005) e L’ultima rivoluzione – La Chiesa della resistenza ed il crollo del comunismo (Mondadori – 1994), dedicato all’esame della parte avuta dai cristiani nelle vicende che hanno portato alla caduta dei regimi dell’est europeo.
Esce ora, appena un anno dopo quella originale americana, l’edizione italiana di un pamphlet che parla chiaro fin dal titolo: infatti, la Cattedrale di cui si parla è quella parigina di Notre Dame; il Cubo è invece l’enorme struttura della Grande Arche posta nel nuovo quartiere della Défense della stessa città. La prima è il simbolo delle radici cristiane della vecchia Parigi; l’altra –eretta come monumento ai diritti dell’uomo- da invece l’idea di un mondo geometricamente costruito senza alcun riferimento a Dio: come la Rivoluzione francese e la dichiarazione dei diritti dell’Uomo che essa intende celebrare.
Il libro di Weigel si inserisce dunque in quel filone culturale che, impressionato dalla deriva laicista dell’Europa, alla quale fanno da capofila le istituzioni comunitarie di Bruxelles e Strasburgo, è allarmato dall’autentico disastro antropologico verso il quale essa sta conducendo il vecchio continente.
Si tratta di un tema, invero, poco noto al grande pubblico che, tutt’al più, ne ha avuto qualche sentore nei reiterati ma inutili appelli di Giovanni Paolo II diretti a far inserire la menzione delle Radici cristiane nel preambolo della nuova costituzione europea.
L’argomento però, in anni recenti, ha costituito lo spunto per interventi di numerosi ed assai noti autori: quali gli italiani Baget Bozzo, Giovanni Reale e Marcello Pera (ex-Presidente del Senato), il francese Rémi Brague e, certamente il più noto di tutti, Joseph Ratzinger che, già cardinale, ne aveva fatto uno dei suoi argomenti preferiti.
La preoccupazione per quella sorta di finis Europae che oggi appare evidente agli occhi di chiunque, non è però nuova. Infatti, fin dalla prima metà del ‘900, attenti osservatori di vario orientamento ne avevano individuato numerosi sintomi. Il pensiero corre infatti ad opere come Il tramonto dell’Occidente di O. Spengler, Il tradimento dei chierici di J. Benda, La crisi della coscienza europea di P. Hazard, L’epoca della secolarizzazione di A. Del Noce, Il dramma dell’umanesimo ateo di H. De Lubac e tanti altri.
L’allarme, dunque, era suonato e non poche volte; anzi, era suonato in tutte le lingue: cattoliche e laiche.
A seconda delle preferenze dell’autore, qualcuno ne aveva visto l’aspetto demografico, altri quello culturale, altri ancora quello religioso.
Il libro di Weigel esce dunque quando la crisi del vecchio continente appare evidente a qualunque osservatore non fuorviato da lenti ideologiche: allo spaventoso crollo demografico in atto da decenni, si sommano infatti la crisi dell’istituto familiare (fino alla legalizzazione delle unioni omosessuali), la riduzione ai minimi termini dell’influsso sociale del sacro, l’ansia di demolizione verso il proprio passato del quale fin dai libri di scuola si insegna a vergognarsi ed, infine, un inesorabile declino economico.
Non è dunque difficile per Weigel cogliere con uno sguardo di insieme la decomposizione della vecchia Europa. Il suo osservatorio è infatti doppiamente privilegiato perché da un lato egli si trova al punto in cui la malattia si è oramai pienamente manifestata e, dall’altro, egli può osservarla con il privilegio dello spettatore che non ne è direttamente coinvolto perché oltreoceano.
Questo, oltre ad una notevole libertà di pensiero, gli consente di coniugare aspetti del problema che altri –specie in Europa- affrontano invece in modo settoriale ed è proprio questa visione d’insieme che costituisce il principale pregio del libro.
Weigel infatti non si ferma ad una generica lamentela sull’attuale declino europeo ma cerca di andare alla radice del male individuandolo in quella secolare opera di formazione del moderno umanesimo ateo che costituisce l’ossatura degli ultimi cinque secoli di storia europea. Questo gli consente di stabilire un filo conduttore inesorabile che parte dalla Riforma protestante e dal Rinascimento fino ad arrivare ai mostri del XX secolo (Hitler ed a Stalin). Con non poca chiarezza, essi appaiono dunque i soli frutti legittimi di un itinerario plurisecolare di abbandono di Dio e non causali aberrazioni del XX secolo.
E’ così che sinistrismo, permissivismo, crisi della morale, crollo demografico, della produttività, elefantiasi degli apparati burocratici nazionali ed europei appaiono fenomeni tra di loro collegati. Tutti infatti derivano dal medesimo crogiolo culturale che è quello che genera insieme l’odio verso gli Stati Uniti (la cui imperdonabile colpa agli occhi delle dominanti sinistre europee) è quella di aver vittoriosamente resistito al marxismo-leninismo sovietico e l’arrendevolezza verso l’aggressione demografica -e non solo- islamica.
Ulteriore merito di Weigel è poi quello affrontare l’argomento (da buon anglosassone) chiamando le cose … con il loro nome. E’ così che, ad esempio, ciò che viene, in genere, pudicamente, definito laicismo diventa nel libro cristofobia. Con altrettanta franchezza, l’autore rileva come i governanti europei non abbiano ancora saputo (e voluto) fare i conti con il crollo del comunismo dal momento che continuano ad accreditarne gli eredi come autentici democratici.
Tutti questi temi sono sviluppati nel libro con uno stile che ne rende agevole a chiunque la lettura. Sia solo consentito esprimere qualche perplessità sulla traduzione. Vogliamo infatti sperare che quella dall’originale inglese sia più corretta di quella delle poche parole francesi presenti nel libro: è infatti con non poco stupore che si nota, tra l’altro, come la Grande Arche de la Défense sia diventata, già nella prima pagina del libro, l’Arco. Ma questo -al pari della pur innocua inversione delle parole del titolo- non è certamente imputabile all’autore.
Andrea Gasperini