L’UNIFICAZIONE CHE HA DIVISO L’ITALIA

Fede e ragione
ARTICOLO TRATTO DAL DOSSIER DEL TIMONE N° 76
RISORGIMENTO: L’UNIFICAZIONE CHE HA DIVISO L’ITALIA
 
 
L’UNITA’ MALFATTA
 
Intervista di Roberto Beretta a mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino.\"Ordinazione
Che ricorda le ragioni che hanno diviso gli italiani, durante e dopo l’unificazione. Sono motivi culturali, perché riguardano i fondamenti della vita civile.
 
Adesso è vescovo, ma non è che la croce pettorale abbia esorcizzato la sua vena di polemista. Quella che – quand\’era ancora prete ambrosiano e braccio destro di don Luigi Giussani alla Cattolica – gli aveva fatto firmare libri puntuti come Pio IX. Attualità e profezia, Controstoria. Una rilettura di mille anni della vita del-la Chiesa e False accuse alla Chiesa. Quando la verità maschera i pregiudizi laicisti.
Inoltre, monsignor Luigi Negri ha ora occasione di sperimentare nel vivo gli effetti di un periodo storico sul quale si era cimentato come studioso, il Risorgimento: si ritrova infatti in una diocesi (per la precisione quella di San Marino – Montefeltro) erede dei territori pontifici.

Diciamo la verità, monsignor Negri: parlar male di Garibaldi si può, o magari si deve; ma deprecare l\’unità d\’Italia, con gli attuali chiari di luna pseudo-secessionisti non sembra la cosa migliore, soprattutto per i cattolici. 0 no?
«Certo, bisogna cercare di evitare i cortocircuiti di carattere politico; ma il problema per me si pone a un livello fondamentalmente culturale. È ormai indubbio, difatti, che l\’uni‑tà d\’Italia è stata fatta male, e questo è un giudizio storico che non proviene solo dai presunti "nostalgici" papalini: Ernesto Galli della Loggia, che non è del tutto delle nostre parrocchie, ha sottolineato più volte come l\’unità italiana sia stata sostanzial-mente un fallimento. Si è tentato cioè di sovrapporre, a una cultura di popolo for-temente radicata e che aveva avuto nellastoria varie modalità per influire nella società, un\’ideologia laicista, anti-cattolica, progressista, illuminista che la genteha sempre sentito estranea; per questo gli italiani hanno assistito solo dai margini a un cambiamento che la classe dirigente definiva invece "epocale"».
 
Insomma, fatta l\’Italia non sono stati fatti gli italiani… Ma basta per scredi-tare l\’unità?
«lo non sostengo che l\’unità d\’Italia non si dovesse fare: c\’erano anzi ragioni econo-miche e politiche e sociali che rendevano plausibile, anche auspicabile tale sbocco; ma fu scelta una strada troppo veloce e soprattutto violenta per realizzarla. Abbia-
mo avuto fenomeni quasi da genocidio, e d\’altra parte l\’unita è stata contestata con violenze uguali e contrarie… In generale, una rivisitazione critica del Risorgimento ha senso in quanto gli eventi di allora hanno avuto ripercussioni che durano tuttora. Non si tratta di promuovere fughe nostalgiche nel passato pre-risorgimentale, come neppure di difendere in modo ottusoil suo meccanismo d\’attuazione (che è profondamente discutibile); ma di chiedersi se oggi esiste nel nostro popolo una cultura che si è appropriata delle istituzioni e le sente come sostegno alla sua vera
cultura».
 
 Non ritiene che la «questione romana» abbia avvelenato fin troppo la storia d\’Italia, tra l\’altro tenendo artificiosamente lontani i cattolici dalla politica e ponendo i presupposti per le attuali incomprensioni tra «laici» e Chiesa?
«La questione romana, cioè l\’occupazio­ne di Roma da parte del nuovo Stato, mi sembra indebitamente enfatizzata nella sua evoluzione. C\’è un aspetto più imme­diato e di superficie, ovvero i rapporti isti­tuzionali tra due enti uno dei quali, distrug­ge o si annette l\’altro: si può eliminare un ordine. precedente senza una dichiarazio­ne di guerra o un pronunciamento inter­nazionale?
Ma lasciamo perdere; esiste un aspetto più profondo: per la gente, Roma al Papa era la certezza del nesso sostanziale tra la Chiesa e la società italiana. La fine dello Stato pontificio non è stata avverti­ta dai cristiani quale perdita di territorio, ma come la possibilità che la funzione dei Papa potesse essere ridotta, quando non negata. E che la sua libertà d\’azione po­tesse essere fortemente condizionata, come di fatto è a volte avvenuto. Il popolo vuole che il Papa possa esprimersi libera­mente, perché la sua libertà è quella del­la Chiesa».
Lei è stato tra quanti hanno difeso addirittura il «Sillabo». Perché?
«Perché in quel documento Pio IX ha avu­to la forza di individuare con chiarezza le differenze tra modernità e Chiesa. Credo che aver preso le distanze dal fenomeno complesso, articolato, e magari all\’epoca non totalmente compreso che si chiama liberalismo abbia reso possibile il confron­to tra esso e la tradizione cattolica. Sen­za Sillabo non sarebbe stato possibile lo scontro anche duro da cui è nata la dot­trina sociale della Chiesa: perché è dalla coscienza delle differenze che comincia il dialogo. Senza il Sillabo saremmo ancora cattolici in Europa, o non tutti fasci­sti, comunisti, tecnoscientisti, eccetera? Quel testo è stato un attacco formidabi­le al totalitarismo, che da culturale sareb­be diventato socio-politico; pertanto credo si debba una grande riconoscenza a chi ha detto che la società è fatta di differenze e nessuno ha il diritto di eliminarne un’altra »
 
Due Papi, Paolo VI e Benedetto XVI – quand\’era ancora cardinale – hanno però ammesso che «grazie a Dio» lo Stato pontificio non esiste più. E ciò che all\’inizio sembrò alla Chiesa un sopru­so, cioè la breccia di Porta Pia, oggi dev\’essere letto come una grazia. E d\’accordo?
«E’ ovvio: lo Stato pontificio aggiungeva alla missione papale una responsabi­lità di gestione amministrativa e immetteva nell\’autorità del Papa aspetti che appesantivano il suo compito; il Pontefice ha ben altro da fare, diremmo oggi. Va pure rilevato che lo Stato pontificio è comun­que servito nella storia moderna a garan­tire la libertà pastorale del Papa: quando la politica e la culturasi svolgevano in un rapporto tra Stati, infatti, la posizione dei Papa in quanto capo di Stato poteva esercitare il suo influsso (cosa poi non sempre facilmente concessa) nel concerto del­le nazioni. Non riesco a pensare che co­sa sarebbe accaduto, per esempio, se dal \’500 in poi il Papa non avesse potuto ap­poggiarsi a una realtà statuale. Detto que­sto, non c\’è nulla da sacralizzare: lo stes­so Pio XII si disse pago di poter avere uno Stato col perimetro del suo studio. Però stiamo attenti a dire che era tutto sbaglia­to, perché nella storia esiste una provvidenzialità che va riconosciuta».
Lei è vescovo in una diocesi posta nei territori che furono della Chiesa. Che differenze riscontra rispetto, per esem­pio, la sua esperienza in Lombardia? E vero che gli ex sudditi del papa-re oggi sono i più anticlericali d\’Italia?
«Su quest\’aspetto è stata fatta tanta reto­rica senza riscontri obiettivi. Certo, mate- rialmente e marginalmente lo Stato pontificio può aver alimentato risentimenti, fa­tiche, scontenti: ma mi pare che non fosse diverso dagli altri Stati dell\’epoca, an­zi ci sono revisioni storiche che rilevano nei territori papali efficienze economiche, educative o sanitarie migliori che in altri. In sostanza, la popolazione qui ha una base cattolica uguale al resto d\’Italia. Ma, aldilà di questo, sia dove hanno governato i Pa­pi sia dove hanno regnato principi o granduchi, il problema è se la Chiesa fa vivere oggi la grande tradizione di cui è por­tatrice. La tradizione non è andata in crisi per lo Stato pontificio, infatti, ma perché la Chiesa ha avuto altre preoccupazioni an­ziché educare il popolo cristiano all\’unità tra fede ed opere.

Banalmente si può spiegare un certo anti­clericalismo romagnolo con le delusioni o gli sconcerti di un\’antica amministrazione; ma in realtà ci vuoi ben altro per chiarire le responsabilità della scristianizzazione, qui e altrove»