L’Europa prima delle Crociate

In libreria

Alberto Leoni, L'Europa prima della crociate, Fede & guerre nella formazione della Cristianità occidentale, Ares 2010, pagine 296, Euro 18.

Sconto su http://www.theseuslibri.it

 

IL LIBRO – I secoli compresi tra la fine dell’Impero romano d’Occidente e gli albori del secondo millennio segnano la nascita dell’Europa. Queste pagine narrano le vicende di Imperi e principati duraturi o effimeri, di popoli e stirpi, di eroici condottieri e di eccezionali individualità religiose, in uno spazio geografico che va dal Mediterraneo al mare del Nord, dalle coste dell’oceano Atlantico alle pianure germanico-slave, fino alle terre di Bisanzio e agli altipiani iranici. Su questo immenso scacchiere geopolitico si sono svolte nell’alto Medioevo battaglie decisive per la sopravvivenza della fede cristiana e della libertà. Nel descriverle in tutta la loro barbarica crudezza, Leoni spiega le tattiche e le strategie delle forze in campo, sottolineando con realismo come la resistenza armata dei cristiani prima e poi le loro vittorie su pagani e islamici siano state condizioni essenziali per l’opera di evangelizzazione e inculturazione promossa dalla Chiesa verso i popoli dell’intera Europa, progressivamente inglobati nell’universalismo cristiano. Nei ferrei secoli dell’Età di mezzo il cristianesimo occidentale fu spesso a rischio di estinzione: i saraceni dell’Africa settentrionale giunsero addirittura a Roma, saccheggiando la stessa basilica di San Pietro. Pochi decenni dopo, alle soglie del Mille, lo scenario muta radicalmente: terminate le invasioni, definita nei suoi contorni generali la mappa politico-territoriale del Continente, portata a compimento la riforma della Chiesa per iniziativa di grandi Pontefici, gli europei si accingono nel segno della Croce a varcare il mare diretti in Oriente.

 

DAL TESTO – “Con la vittoria di Costantino e il riconoscimento non più della semplice esistenza del Cristianesimo, ma della sua superiorità su tutte le altre religioni, l'atteggiamento della Chiesa davanti alla questione militare passò da «una rigorosa non ingerenza al riconoscimento della funzione positiva dell'esercito stesso». In realtà la svolta costantiniana è molto meno marcata di quanto possa sembrare. Non essendoci mai stata una pronuncia ufficiale della gerarchia ecclesiastica su questo argomento, il fatto che la fine della persecuzione fosse stata procurata dalle armi costantiniane non poté non far apparire l'elemento militare come decisivo nella storia della Chiesa e della salvezza. I tempi erano cambiati, poiché i cristiani, come fedeli del «Dio più forte», dovevano ora assumersi la responsabilità della sicurezza dell'Impero, e la risoluzione del Concilio di Arles del 314 ha proprio questo significato. La questione esaminata dai vescovi in quell'occasione era nata dalla diserzione di alcuni soldati cristiani dalle file di Massenzio. Tale atto, ben lungi dall'essere approvato, incorse nella condanna recisa da parte dei vescovi. Erano ormai maturi i tempi in cui Ambrogio, in una lettera a Paterno del 393, poteva esprimersi con la durezza di un veterano: «Hostem ferire victoria est, reum aequitas, innocentem homicidium». La Chiesa, di fronte a un mondo che scompariva in modo clamoroso e ineluttabile, raccoglieva la sfida che le veniva lanciata, assumendosi fino in fondo la responsabilità che era stata propria dell'Impero”.

INDICE DELL’OPERA – Premessa – Introduzione – Capitolo primo. Alle origini della tradizione militare cristiana: cittadini, legionari, martiri (l. La situazione militare nell'Impero romano da Traiano ai Severi & la risposta cristiana – 2. L'anarchia militare & l'avvento di Diocleziano – 3. Il soldato romano (& cristiano) al tempo di Costantino & la nascita della cavalleria medioevale – 4. I cristiani nel III secolo & la grande persecuzione di Diocleziano – 5. L'avvento di Costantino il Grande – 6. La campagna d'Italia & la battaglia di Ponte Milvio – 7. La rivoluzione costantiniana – 8. Marsa, la Persia, Adrianopoli: tappe della disfatta – 9. Lo scontro finale tra Cristianesimo & paganesimo: Ambrogio, Simmaco & l'altare della Vittoria – 10. La battaglia del Frigido) – Capitolo secondo. Gli eroi cristiani dei secoli «oscuri» (l. L'Armenia di Vardan Mamikoyan – 2. La Francia di Clodoveo – 3. San Germano, san Lupo & la battaglia dell'Alleluja – 4. Armi & battaglie di Artorius di Britannia) – Capitolo terzo. L'epopea di Eraclio & la guerra della Vera Croce (622-629) (l. La discutibile riconquista di un Impero: Giustiniano & Belisario – 2. L'Impero romano d'Oriente sull'orlo del crollo – 3. Eraclio, l'uomo del destino – 4. La riforma di Eraclio & l'esercito dei themi – 5. La guerra della Vera Croce – 6. Gli Avari assediano Costantinopoli – 7. L'offensiva finale di Eraclio) – Capitolo quarto. L'espansione islamica dalla Siria alla Francia (1. La catastrofe dello Yarmuk & la perdita della Palestina (633) – 2. I due assedi di Costantinopoli – 3. La rinascita dell'Impero bizantino – 4. L'Islàm alla conquista dell'Europa: l'invasione della Spagna dal Guadalete a Covadonga – 5. Poitiers & la fine dell'espansione musulmana) – Capitolo quinto. Carlo Magno & la formazione dell'Europa: la spada & la missione (I. L'avvento dei Franchi nella storia dell'Occidente – 2. L'evoluzione dell'esercito carolingio – 3. Dalla distruzione di Irminsul (772) alla conversione di Vitichindo (785) – 4. Dalla rivolta bretone (786) alla morte di Pipino (810)) – Capitolo sesto. La prima grande guerra europea: le invasioni barbariche del IX secolo (1. Un secolo di ferro – 2. Il monastero: da arca della cultura a bersaglio prioritario – 3. Il regno di Ludovico il Pio (814-840) & i primi segni del cedimento – 4 . La disintegrazione dell'Impero carolingio – 5. Le prime offensive saracene verso la Sicilia & Roma – 6. La resistenza in Irlanda & nei Paesi celtici all'invasione carolingia – 7. L'Inghilterra salvata dai santi guerrieri: il martirio di Edmondo & l'epopea di Alfredo – 8. La fine dell’Impero carolingio & l’inizio dell’Europa delle nazioni – 9. Il momento della riscossa: Saucourt, Parigi & Lovanio – 10. Dalla campagna del Tamigi alla battaglia di Brunanburh. Il trionfo del Cristianesimo sassone) – Capitolo settimo. Vittoria & rinascita dell'Europa cristiana nel X & XI secolo (1. Le ragioni di una ripresa – 2. Origine & affermazione della cavalleria medioevale – 3. Il flagello magiaro & la difesa dell'Europa centrale – 4. Enrico di Sassonia a Riade – 5. Ottone il Grande & la battaglia della Lech – 6. La conquista della Sicilia da parte dei Saraceni – 7. L'ascesa della potenza navale delle Repubbliche marinare – 8. La venuta dei Normanni in Italia – 9. La seconda invasione vichinga in Inghilterra – 10. Brian Boru, una vita per l'Irlanda – 11. La battaglia di Clontarf – 12. L'epopea della Reconquista iberica: da Alfonso I al saccheggio di Santiago di Compostela – 13. La lotta per le investiture & la libertas Ecclesiae: le imprese di Matilde di Canossa – 14. La seconda fase della Reconquista: l'avvento degli Almoravidi & il Cid Campeador – Capitolo ottavo. La nascita delle Crociate (1. La Cristianità alla vigilia della prima Crociata – 2. Il crollo della potenza bizantina – 3. La Crociata, sintesi di secoli di storia – 4. «Dio lo vuole!») – Indice dei nomi – Indice generale

Crociati prima delle Crociate

Nel 2005 Daniel Johnson ha pubblicato su Commentary, rivista dell’American Jewish Committee, un saggio sulle Crociate assai critico nei confronti della tradizionale descrizione demonizzante — da Edward Gibbon a Steven Runciman — di quelle spedizioni. Interpretazione che in tempi più recenti si è condensata in un celebre articolo pubblicato sul New York Times il 20 giugno del 1999, nel quale, per ricordare l’impresa a novecento anni dalla conquista di Gerusalemme, la si metteva sullo stesso piano dei misfatti hitleriani e di altri genocidi.

Nel saggio su Commentary Johnson denunciava il fatto che quelle spedizioni militari avessero lasciato un’immagine di sé così negativa nonostante fossero state assai meno distruttive per la civiltà musulmana di quella mongola del XIV secolo.

Secondo l’autore quel pregiudizio ostile non ha ragion d’essere tanto più che quell’esperienza, al di là degli elementi negativi presenti in quella come in tutte le guerre, provocò una vera e propria rivoluzione culturale di cui ha poi beneficiato il mondo intero (compreso quello islamico). In virtù di alcune argomentate considerazioni, Johnson sosteneva che quando gli studiosi di oggi deprecano i crociati, al di là delle loro legittime opinioni, intendono mandare un messaggio in codice sia a Israele sia al mondo islamico; e il messaggio dice che come occidentali non «siamo» disposti a difendere né il mondo cristiano né lo Stato ebraico.

In coincidenza con l’uscita di quel saggio (in realtà la cosa era iniziata già da qualche tempo) sono comparsi in libreria studi di rivalutazione delle Crociate, il più recente dei quali — Gli eserciti di Dio di Rodney Stark (Lindau) — capovolge per intero i luoghi comuni su quei due secoli di confronto non solo militare tra il mondo cristiano e quello musulmano. Di impianto simile — anche se mai inquinato da intenti apologetici — è il nuovo volume di Conor Kostick, L’assedio di Gerusalemme (Il Mulino).

 

[Si omette questa parte della recensione di Paolo Mieli perchè direttore di un quotidiano a servizio della secolarizzazione]

 

Ma vinsero ugualmente, dal momento che la caratteristica distintiva dell’assedio di Gerusalemme stette «nella mentalità degli attaccanti». E quella mentalità produsse la rivoluzione culturale di cui si è detto all’inizio.

La gestazione di tale mentalità non fu qualcosa di improvvisato, prodottosi nel giro di pochi mesi o di qualche anno. Essa fu dovuta a secoli di Fede e guerre nella formazione della Cristianità occidentale, come recita il sottotitolo di L’Europa prima delle Crociate (Edizioni Ares) il nuovo libro di Alberto Leoni, già autore dei fortunati La croce e la mezzaluna (Ares) e Storia militare del Cristianesimo (Piemme). Secondo Leoni può essere tenuta nel conto di una precrociata quella dell’imperatore bizantino Eraclio, che, poco meno di cinquecento anni prima del proclama di Urbano II, reagì con una spedizione militare alla conquista di Gerusalemme da parte dei persiani (614) e in particolare al furto della reliquia più sacra del modo cristiano: il legno della Vera Croce. Cosa fu il trauma del 614 lo ha ben sintetizzato Judith Herrin nel suo Bisanzio (Corbaccio): Gerusalemme fu selvaggiamente saccheggiata; dopo il massacro della popolazione locale, il patriarca e i restanti cristiani che custodivano le reliquie della Vera Croce furono avviati alla prigionia in Persia, che essi paragonarono alla cattività babilonese degli ebrei; nel 619 i persiani giunsero ad occupare Alessandria, interrompendo i rifornimenti di grano a Costantinopoli. Non ci fosse stato Eraclio, avrebbe potuto essere la fine della civiltà bizantina.
Eraclio era stato incoronato imperatore nel 610 con l’aiuto del patriarca Sergio, come successore dello spietato Foca, che era stato il primo imperatore orientale ad andare al potere nel 602 con la violenza. Eraclio dedicò i suoi primi anni di comando alla riorganizzazione dell’esercito, poi, con la benedizione dell’autorità religiosa, nel 621 lanciò una controffensiva — efficace come era stata nove secoli prima tra il 331 e il 326 a.C. quella di Alessandro Magno — che lo spinse fin dentro la Persia, dove nel 628 sconfisse Cosroe II, il re dei re, e recuperò la Vera Croce. Nel 630 la reliquia tornò a Gerusalemme. Grande, strepitosa vittoria. Ma paradossalmente quella vittoria, fino a qualche anno prima impensabile, sortì l’effetto di rompere gli equilibri del tempo e consentì a Maometto (che proprio in quegli anni lanciava la sua offensiva) di conquistare una vastissima area. E i successori di Maometto nel 638, pochi anni appena dopo la vittoria di Eraclio, riuscirono ad impadronirsi di Gerusalemme. Il che spiega perché — anche se alla storia della Vera Croce è dedicato il celeberrimo affresco di Piero della Francesca nella cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo — alla vicenda sia stato dato tradizionalmente minor risalto di quel che avrebbe meritato.
A proposito della storia della Vera Croce, una nota, a parer nostro, stonata del libro di Leoni è nel modo con cui in più occasioni fa riferimento al ruolo svolto all’epoca dagli ebrei. Ad esempio, nel trattare della conquista di Gerusalemme da parte dei persiani, l’autore scrive: «Per tre giorni e tre notti la città fu abbandonata agli invasori che compirono misfatti inauditi; gli ebrei, in particolare, erano così assetati di sangue per i lunghi anni di servaggio e di persecuzione, che arrivarono a comprare dai persiani i prigionieri cristiani per avere la gioia di sgozzarli di propria mano». E cita come fonte un libro del 1905 del cattolico Angelo Pernice, L’imperatore Eraclio (Galletti&Cocci). Ora è accertato che gli israeliti collaborarono dapprima con i persiani e poi anche con i musulmani, per reazione alle vessazioni bizantine che avevano fatto seguito all’accusa ad un ebreo di Antiochia di aver profanato un’icona della Vergine (592) e in particolare, ai tempi di Foca, dopo l’assassinio del patriarca Anastasio di cui furono ingiustamente accusati.


Seconda vicenda storica che Leoni prende in considerazione come una precrociata è quella che indusse addirittura un pontefice, Leone IV, a mettersi, nell’849, alla testa di un’armata per sconfiggere i musulmani che dal 652 erano sbarcati in Sicilia, nell’830 avevano attaccato Roma e nell’849 si accingevano a prenderla e devastarla una volta per tutte. Già nell’830 erano state raggiunte le basiliche di San Paolo e di San Pietro, che si trovavano fuori dalle mura aureliane. Scrive Rinaldo Panetta in un libro pubblicato da Mursia qualche tempo fa, I saraceni in Italia, che, in quella occasione, nella difesa di Roma ebbero un ruolo decisivo gruppi di Longobardi, di Frisoni e di Franchi. Ma ciò non impedì ai saraceni di fare razzia di un immenso bottino (censito con grande accuratezza alla metà dell’Ottocento da Gregorovius nella Storia della città di Roma) e li indusse a preparare una seconda impresa che nelle loro intenzioni avrebbe dovuto essere quella definitiva. Impresa che, osserva Leoni, sarebbe stata resa possibile dalla crisi dell’impero carolingio e dalle difficoltà di quello bizantino.
I veneziani inviarono una flotta per difendere Roma dai saraceni, ma furono travolti al largo di Taranto nell’839. Da quel momento furono scorrerie lungo tutta la costa adriatica: nell’840 fu devastata e incendiata Ancona. In Sicilia, dove già Palermo era caduta nell’831 in mano musulmana, «la resistenza bizantina crollò di schianto»: Messina capitolò nell’843, Ragusa nell’845. In Puglia avevano ceduto sia Bari che Taranto. Il 23 agosto dell’846 una grande flotta di 73 navi con undicimila uomini a bordo approdò a Ostia. Il borgo, racconta Leoni, venne saccheggiato, la guarnigione di mercenari Sassoni e Frisoni travolta a dispetto di una resistenza pari a quella di sedici anni prima. Gli invasori giunsero ai Campi di Nerone, isolando la Basilica di San Pietro dal resto della città: «La chiesa più augusta e sacra della Cristianità fu saccheggiata e profanata come mai fino a quel momento nessuno, né barbaro né eretico, aveva osato fare; i tesori accumulati per secoli furono depredati e perduti per sempre, furono asportate persino le lamine d’oro delle porte». Dopodiché i predoni, che sicuramente avrebbero di lì a breve portato a termine la loro opera, eseguirono come era nei loro principi tattici, una brillante ritirata. Ma in mare li colse una furiosa tempesta di fine estate che colò a picco l’intera flotta. Per questa ragione furono costretti a ritentare l’impresa, anziché dopo qualche settimana, soltanto nell’849.
Stavolta però ad affrontarli c’era una flotta agguerrita, alla cui guida si era messo lo stesso pontefice, Leone IV. Che, a seguito di uno scontro il cui esito non fu chiaro fino all’ultimo momento, riuscì ad annientare le navi saracene. «Per la prima volta», scrive Leoni, «un esercito composto da italici aveva vinto una grande battaglia e l’aveva fatto sotto la guida del Pontefice in una guerra a difesa della Cristianità occidentale; in effetti si può dire che la storia militare della Chiesa nasce quel giorno, così importante da essere celebrato negli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane». E non finì lì. Nell’871 su sollecitazione della Chiesa fu riconquistata Bari. Nell’878 fu emessa una bolla per chiamare alle armi tutti i cristiani a difendere il patrimonio di Pietro (si tratta della «prima assegnazione di un’indulgenza concessa a combattenti per la fede»). I monaci benedettini si armarono a difesa di San Vincenzo al Volturno, ma nell’882 furono sopraffatti dai saraceni. Riuscirono a prevalere invece i frati di San Martino in Marsico. E nel 915 papa Giovanni X si pose alla testa di una coalizione di italici per annientare i saraceni del Garigliano «in una delle prime guerre sante della storia». La campagna durò mesi e si concluse con una strepitosa vittoria della Chiesa. Giovanni X fu in seguito assai criticato per essersi messo alla testa di quelle truppe e per aver sterminato i nemici che aveva sconfitto. Ma, gli riconosce oggi Panetta nel libro già citato sui saraceni in Italia, quel genere di nemici non avrebbe di certo potuto essere vinto «con preghiere, con bolle e con scomuniche, né quella crociata avrebbe avuto esito se i combattenti non fossero stati incoraggiati dalla presenza del Papa e sospinti al combattimento dalla sua tenacia».

In quegli stessi anni si ebbe un’epopea cristiana in Irlanda, Scozia e Galles. E cristiana fu la vittoria di Alfredo di Wessex contro il re vichingo Guthrum nella battaglia di Edington (879). Vittoria che venne dopo innumerevoli peripezie e sconfitte, ma che, proprio per questo, fu assai significativa. Alfredo chiese e ottenne che lo sconfitto Guthrum e 29 suoi vassalli si battezzassero. Quel battesimo è di enorme importanza. La grandezza di Alfredo, per cui ancor oggi è venerato come santo, scrive Leoni, «non risiede solo nella sua capacità militare, per quanto si sia rivelato come un genio tattico e strategico come pochi nella storia; la sua capacità si rivela straordinaria nel saper fare la pace con il proprio nemico, legarlo a sé come alleato e far nascere un popolo da una turba confusa e barbarica».

Da quegli eventi degli ultimi secoli del primo millennio trasse alimento lo spirito della Riconquista in Spagna. Leoni mette in luce l’importanza del 1063, l’anno in cui il re di Castiglia Ferdinando I ristabilì l’unità dei regni cristiani e fu ripresa agli arabi la città di Coimbra. Quello stesso anno, papa Alessandro II emise l’enciclica Eos qui in Hispaniam, che concedeva la remissione dei peccati a tutti coloro che avessero partecipato alla guerra contro i musulmani. Fissa l’attenzione sul 1085, l’anno in cui, forte di quell’enciclica, Alfonso VI di Castiglia riuscì a prendere Toledo. E ripercorre la vicenda di Rodrigo Diaz, passato alla storia come il Cid Campeador, che riuscì a compiere le sue conquiste e ad ampliarle fino al dì della sua morte, il 10 luglio del 1099, cinque giorni prima che Goffredo di Buglione riuscisse a mettere piede sugli spalti di Gerusalemme.

Il fine di questo libro, scrive Leoni, e quello di ricostruire la strada lunga, sanguinosa e drammatica che «portò l’Europa cristiana a proiettarsi fuori dai propri confini» nel corso di secoli «nei quali tutto sembrò perduto dopo la fine dell’Impero romano d’occidente». Anni in cui i cristiani salvarono l’Europa per ben due volte, «sperando contro ogni speranza». L’attenzione, più ancora che ai pontefici che seppero impugnare la spada, è dedicata a uomini politici dell’epoca (oggi alquanto trascurati dai libri di storia), come Eraclio o Alfredo di Wessex, che, ispirati dalla fede, diedero un contributo determinante alla costruzione della civiltà occidentale. E in ciò anticiparono le Crociate.

di Paolo Mieli

Corrierone (che si tiene sotto l’ala da chioccia comunisti e amanti del cannone) del 16/11/2010