L’Europa del diritto

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\"\"Paolo Grossi, L\’Europa del diritto, Laterza, pp. 284 , ISBN: 8842084549, Euro 22.

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"Avremo in queste pagine un oggetto e uno scopo ben precisi: seguire, tra medievale, moderno, postmoderno, una dimensione della storia generalmente trascurata, quella giuridica; una dimensione che, pur immersa nella globalità del divenire storico, ha una sua autonomia, che ha talvolta grossi legami con il potere politico e gli è sottomessa, ma che, soprattutto nelle manifestazioni della pratica quotidiana e della riflessione scientifica, ha la forza e la capacità di percorrere strade proprie. Seguiremo legislatori, giudici, scienziati, semplici uomini di affari in una vicenda segnata da una perenne dialettica fra localismo-particolarismo e universalismo, dove il diritto rivela il suo carattere di realtà affiorante alla superficie della quotidianità dalle radici profonde di una civiltà e pertanto capace di esprimerla nella sua cifra più genuina; rivelando altresì la sua possibile autonomia dalle scelte contingenti del potere politico. Il nostro cammino è lungo: più di millecinquecento anni. Hanno – Medioevo, modernità e postmodernità – una visione uniforme del diritto, della sua genesi e del suo esprimersi, tanto da consigliare di vedere quei millecinquecento anni come un continuum che corre ininterrotto? O constatiamo visioni diverse, se non addirittura opposte?". (Paolo Grossi) Paolo GROSSI
La legge come proiezione di voglie?
tratto da: Tracce. Litterae Communionis, giugno 2005, p. 22-23.
Intervista di Stefano Zurlo

La tendenza preoccupante del diritto a sganciarsi sempre più dal riferimento alla realtà e alla ragione. Se la maggioranza ha una certa idea, la si fa diventare legge.
Il severo giudizio del giurista di Firenze.

Si vorrebbe parlare subito dei matrimoni fra i gay, con annesse adozioni secondo il modello zapaterista, degli embrioni e dei loro diritti, di Terri Schiavo e dell’eutanasia. Ma Paolo Grossi, giurista raffinato con cattedra a Firenze e autore di numerosi libri, innesta la retromarcia e va indietro per duecento anni fino alla data spartiacque della modernità: il 1789. «È lì, e lo dico da storico del diritto, che sta la grande cesura dentro la nostra storia».

Che cosa vuol dire professore? Forse certe leggi, come quelle che la Spagna socialista sta sfornando a getto continuo, sono anzitutto figlie della Rivoluzione Francese?

Paolo GROSSI: In un certo senso, sì. Ne sono uno sviluppo coerente. Fino al 1789 il diritto era più legato alla società: la esprimeva, utilizzando una vasta gamma di strumenti, dalle leggi alle consuetudini, e in qualche modo ne era lo specchio. Poi tutto cambia: il diritto si riduce fino a coincidere con la legge e la legge è soltanto la volontà di quell’apparato di potere che è lo Stato.

Un attimo, allora è necessario fare un altro passo indietro: che cosa è il diritto per lei?

Paolo GROSSI: È la società che si autorganizza spontaneamente, si dà un ordine. Non a caso il giurista Santi Romano quasi un secolo fa parlava di ordinamento e di ordinamento osservato, insomma spontaneamente rispettato. Il mistero del diritto è tutto nell’esempio della fila.

La fila? Che cosa è: un suo apologo?

Paolo GROSSI: Accennato da giuristi classici, io l’ho ripreso e sviluppato in un mio recente libretto di iniziazione per dei novizii: “Prima lezione di diritto” edito da Laterza. C’è una coda e un tizio salta fuori e propone agli altri una regola da seguire per evitare incidenti e assembramenti. Il progetto organizzativo viene raccolto e la coda si dà un ordine. Il diritto è tutto lì. Il punto è che da un certo periodo in poi il diritto si è sempre più identificato con il potere: lo Stato borghese ha capito il valore politico del diritto e lo ha legato a sé, facendogli perdere, almeno secondo me, quella ricchezza e quella corrispondenza con la complessità del reale che prima lo caratterizzavano. È diventato appunto diritto legale.

Sì, ma che c’entra la Rivoluzione Francese con Zapatero e le leggi di oggi?

Paolo GROSSI: C’entra, eccome. È il Parlamento a produrre diritto, e soltanto il Parlamento.

Questo è un limite?

Paolo GROSSI: La maggioranza parlamentare segue il progetto del potere, lo asseconda.

In Spagna come in Italia?

Paolo GROSSI: Mi pare di sì. Questo avviene soprattutto nei Paesi di «civil law», in cui la legge ha occupato tutti gli spazi, in cui il diritto coincide con la legge. Nei Paesi di «common law», come la Gran Bretagna e gli Usa, questa penetrazione è molto minore. Nel sistema di «common law», che non ha conosciuto la Rivoluzione Francese, batte un cuore medioevale: il giudice decide osservando la realtà e i precedenti, sulla base delle consuetudini. Così recupera meglio la tradizione di un popolo.

Da noi?

Paolo GROSSI: Da noi la legge è sempre più sganciata da ogni riferimento alla realtà, alla ragionevolezza della realtà che la tradizione di un popolo ha saputo leggere nel tempo. Oggi il diritto è sempre più la proiezione di volontà potestative, quali che siano. Basta che quelle volontà trovino una sponda nel voto del Parlamento: se la maggioranza lo vuole, quell’idea la si fa diventare legge.

Così si arriva a una sorta di tirannia della maggioranza.

Paolo GROSSI: Se non si fissano dei paletti tutto diventa opinabile.

E come si fa a fissare questi paletti?

Paolo GROSSI: C’è il ricorso al diritto naturale, cioè a quell’insieme di norme che rappresentano il minimo etico scritto nel cuore di ogni uomo e che sono però la bussola, il sestante di ogni uomo di buona volontà, a prescindere dalla sua figura di credente in una Rivelazione.

Molti non lo riconoscono.

Paolo GROSSI: Però avvertono l’esigenza di ancorarsi in profondità a qualcosa di stabile.

Allora, come si esce da questo cortocircuito?

Paolo GROSSI: Abbiamo la Corte Costituzionale, dal 1956. Direi che la Consulta pesca in profondità, in una zona del diritto da tempo inesplorata e in cui si esprime di più la voce profonda della società. La Consulta svolge sulle leggi una sorta di esame di ragionevolezza. Ecco, questa è una finestra aperta sulla realtà, sul mondo dei valori circolanti. Questi valori circolanti possiamo anche chiamarli diritto naturale: in base al diritto naturale io affermo che il matrimonio dev’essere fra due figure di sesso diverso e la prima cellula della vita sociale è la famiglia.

Altri giuristi, però, sono pronti a rovesciare il suo ragionamento.

Paolo GROSSI: Il problema, come dicevo, è aprire le finestre su una realtà più profonda. La Corte Costituzionale va, tentativamente, in questa direzione; le consuetudini, care al diritto anglosassone, salvaguardano di più questo rapporto fra diritto e società. Poi c’è lo strumento referendario.

Un’arma a doppio taglio.

Paolo GROSSI: È vero anche questo, basta vedere com’è andata a finire in Italia con l’aborto.

Insomma, come il tecnico del diritto affronta il tema della norma ingiusta?

Paolo GROSSI: Dobbiamo sempre tenere presente il grande scalino che separa il diritto legale da quello naturale. Se una norma è ingiusta, io, uomo di buona volontà, non importa se cristiano o ateo, sono tenuto a non applicarla.

Professor Grossi, da giurista insegna la disobbedienza?

Paolo GROSSI: Insegno l’obiezione: l’obiezione del medico davanti all’aborto, l’obiezione dell’assessore comunale davanti al matrimonio dei gay, e via di questo passo. So benissimo che l’obiezione è una risposta individuale, ma se anche la società tradisce il diritto naturale e fa suoi alcuni disvalori, allora non mi restano alternative. E l’obiezione ha tutto il diritto di andare fino in fondo, fino alle estreme conseguenze. Fino al rischiare e subire anche una sanzione da parte dello Stato.