L’Africa Nera fra Cristianesimo e Islam. L’esperienza missionaria in Africa di D

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Gianpaolo Romanato, L’Africa Nera fra Cristianesimo e Islam. L’esperienza missionaria in Africa di Daniele Comboni (1831-1881), Corbaccio, Milano 2003, pp. 464, € 24,50.

Il 5 ottobre scorso, Giovanni Paolo II ha canonizzato monsignor Daniele Comboni (1831-1881), proclamato beato nel vicino 1997, fondatore della congregazione dei Missionari Comboniani del Sacro Cuore di Gesù e delle Pie Madri della Nigrizia.

Come ha recentemente e puntualmente appuntato il vaticanista de L’Espresso, Sandro Magister, il mondo missionario italiano è diviso al suo interno e una parte rilevante nella diatriba intraecclesiale, che in fondo finisce per mettere in discussione lo stesso ruolo e il senso della missione nella nostra epoca, è giocato proprio dagli eredi del novello santo: da una parte – appunto – il comboniano padre Alex Zanotelli, grande maestro per l’arcipelago no global e acceso sostenitore dell’anticapitalismo, del terzomondismo e della lotta alle multinazionali, dall’altra padre Piero Gheddo, del Pontificio Istituto Missioni Estere, sostenitore a oltranza della via «originaria» della missione, ovvero la trasmissione nuda e cruda del Vangelo. La via media è invece rappresentata da un altro comboniano, padre Renato Kizito Sesana, che opera in Kenya, Zambia e Sudan.
Un contributo alla comprensione del «vero» spirito del Comboni, e – di conseguenza – una possibilità di sciogliere alcuni nodi della diatriba, ci è offerto, oltre che dalla lettura degli scritti del santo, pubblicati da EMI (Editrice Missionaria Italiana) di Bologna nel 1991 con prefazione dell’allora arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, da un recentissimo volume di Gianpaolo Romanato, docente di Storia della Chiesa Moderna e Contemporanea all’Università di Padova e – fra l’altro – autore con il celebre storico delle religioni Ioan Petru Culianu (1950-1991) e con Mario G. Lombardo di Religione e potere, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1981. «L’Africa va lasciata agli africani»

Così diceva Daniele Comboni nel suo Piano per la rigenerazione dell’Africa. E poneva il problema dell’inculturazione del cristianesimo nella realtà africana. Intervista con Gianpaolo Romanato, docente di Storia della Chiesa all’Università di Padova, sul pioniere delle missioni in Africa recentemente canonizzato
 
di Giovanni Ricciardi
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      «Quanti scrivono le vite dei santi di solito scrivono una grande bugia. Bisognerebbe che scrivessero tutto di loro: le ripugnanze, le difficoltà, le lotte sostenute per mantenersi virtuosi; anche le cadute, i difetti». Il saggio che Gianpaolo Romanato, docente di Storia della Chiesa all’Università di Padova, dedica a Daniele Comboni (G. Romanato, L’Africa nera fra cristianesimo e islam. L’esperienza di Daniele Comboni, 1831-1881, Corbaccio, Milano 2003), sembra aver rispettato alla lettera questa osservazione di san Leopoldo Mandic. E proprio perché la sua è opera storica a tutti gli effetti e non agiografica, le sue pagine riescono a evitare gli stereotipi di questo genere di letteratura e restituiscono al lettore una figura viva e complessa, immersa com’era in tutte le contraddizioni del difficile momento storico in cui agì, nelle immense difficoltà che dovette affrontare in una regione del mondo che, a metà Ottocento, era ancora, a tutti gli effetti, terra incognita.
      
      La canonizzazione di Daniele Comboni, il 5 ottobre scorso, ha permesso di riscoprire questo pioniere della missione in Africa. Una figura che, nell’introduzione al volume, lei definisce ancora in gran parte “sconosciuta”. Perché?
      GIANPAOLO ROMANATO: Comboni fino a oggi è stato conosciuto e studiato praticamente solo all’interno della sua congregazione. Questi studi, peraltro pregevoli, hanno posto l’accento più che altro sugli aspetti spirituali e ascetici del personaggio. Il mio lavoro ha voluto collocare Comboni nella storia, ricostruendo il più fedelmente possibile l’ambiente in cui visse e raccogliendo testimonianze attraverso tutte le fonti dell’epoca: missionari, esploratori, militari, avventurieri che ebbero modo di conoscerlo o di fare esperienza del mondo in cui dispiegò la sua azione missionaria.
 
      La Santa Sede, nei riguardi della missione in Africa, dimostrò all’inizio un grande interesse, ma poi si tirò indietro, raffreddando ben presto gli entusiasmi iniziali. Perché avvenne questo?
      ROMANATO: Nel 1846 la decisione di fondare il vicariato dell’Africa centrale e avviare la missione fu presa in tempi molto brevi. Giungevano allora notizie di una lenta ma costante espansione dell’islam verso l’Africa nera e la Santa Sede ebbe la sensazione che occorreva far presto. Fu una scelta indubbiamente avventata. La giurisdizione del vicariato comprendeva, almeno teoricamente, tutta l’Africa interna a sud del Sahara, fino all’equatore, e anche oltre, ma di quella immensa regione non si sapeva assolutamente nulla. Le grandi esplorazioni dell’Africa saranno tutte successive, e la colonizzazione europea avverrà cinquant’anni dopo, alla fine del secolo. Perciò, ignorandone tutto, e ignorando soprattutto i rischi e le difficoltà che avrebbe comportato l’Africa, i primi cinque missionari inviati a Khartoum, la sede prescelta, furono mandati sostanzialmente allo sbaraglio. Vi giunsero inoltre nel 1848, mentre in Europa scoppiavano i moti rivoluzionari, con la crisi conseguente. Le vicende del 1848 contribuirono così ad allentare, per non dire a porre fine, all’interesse di Roma nei riguardi della missione. A tal punto che, poco tempo dopo, arriva ai missionari il suggerimento di tornare indietro e abbandonare tutto.

      Come reagirono i missionari?
      ROMANATO: Lo sloveno Ignaz Knoblecher, responsabile della missione, si rifiutò di porvi fine, anche perché era stato già pagato un prezzo di vite elevato, con la morte del primo superiore, Maximilian Ryllo. Non potendo più aspettarsi sostegno da Roma, andò a cercarlo altrove. E a Vienna, presso il suo governo – la Slovenia era allora parte dell’Impero austroungarico – riuscì a trovare tutti gli appoggi politico-diplomatici e i finanziamenti necessari a mandare avanti la missione, che ebbe sempre costi altissimi, ponendola sotto il patronato degli Asburgo.

      Quale fu l’esito dell’operato di Knoblecher?
      ROMANATO: Knoblecher giunse nella missione a Khartoum nel 1848 e morì nel 1858. Il risultato fu quasi nullo dal punto di vista dell’evangelizzazione. Le conversioni furono pochissime e non ressero alle prove successive. Però, a pensarci bene, era un risultato inevitabile. Knoblecher e i suoi compagni erano arrivati in una delle zone più primitive e arretrate del continente africano, sotto il profilo della civilizzazione materiale, cioè nell’attuale sud Sudan, l’alto Nilo. Una regione dell’Africa che non aveva mai avuto rapporti né con il cristianesimo né con l’Europa. Le tribù che avvicinò non avevano mai conosciuto l’uomo bianco prima di incontrare i missionari. Per cui si pose a Knoblecher il problema prioritario dell’esplorazione del territorio, quello di farsi accettare dai locali, che non capivano perché questa gente fosse venuta da tanto lontano a sconvolgere il loro sistema di vita. Knoblecher cercò di comunicare nelle lingue locali, ma le lingue locali bisognava impararle dalla gente. E così fu necessaria una drammatica e lunghissima fase di adattamento e di accettazione reciproca, assolutamente non sufficiente ad avviare un’opera di evangelizzazione. Il merito di Knoblecher, una delle maggiori figure del risorgimento sloveno ottocentesco, fu quello di aprire una strada, nonostante le morti, le difficoltà, il clima spaventoso: la strada che poi seguirà Comboni. E Comboni gli ha sempre riconosciuto questo grande merito.

      Come nasce la vocazione di Comboni per l’Africa?
      ROMANATO: Negli anni della formazione di Comboni, che nacque nel 1831, cominciavano ad arrivare in Europa le prime notizie da esploratori e viaggiatori. Notizie nebulose, favolistiche, spesso irreali, che però creavano attorno all’Africa un clima di attesa e di speranza. La passione di Comboni per l’Africa nasce così, e anche la sua decisione, presa ben prima dell’ordinazione sacerdotale, di dedicarsi alla cristianizzazione dell’Africa. Poi, il contatto concreto con il vicariato di Khartoum avvenne tramite don Angelo Vinco, uno dei primi missionari partiti con Ryllo e Knoblecher. Vinco incontrò Comboni a Verona, dove era tornato per recuperare la salute e per cercare appoggi. Questo incontro rappresentò per Comboni la conferma della sua vocazione “africana”, alla quale poi non venne mai meno.

      Lei scrive che «vale la pena di conoscere Comboni, perché fu un uomo di frontiera, un personaggio che sfugge a tutti i nostri criteri di normalità e di buon senso». Che cosa intende?
      ROMANATO: Intendo dire che a quel tempo ci voleva molto poco buon senso per andare in Africa. In Africa si moriva. Le condizioni climatiche e sanitarie in cui si svolgeva la missione erano drammatiche. Nel libro ho documentato che dei circa cento missionari, tra sacerdoti e laici, che affluirono nella missione nell’arco di tempo in cui rimase aperta prima dell’arrivo di Comboni, e cioè tra il 1848 e il 1863, morirono i tre quarti. Morirono di malaria, di febbri tropicali o di malattie intestinali. Un’ecatombe senza paragoni. E ai missionari possiamo aggiungere gli esploratori e i mercanti, morti quasi tutti sul campo. Ecco perché la passione di Comboni per l’Africa lo colloca fuori dai nostri criteri di normalità e di buon senso. Fu veramente una vocazione che ha qualcosa di misterioso per lo sguardo dello storico: una scelta spiritualmente straordinaria, quasi inspiegabile razionalmente.

      In che cosa si differenziò la missione di Comboni rispetto a quella dei suoi predecessori?
      ROMANATO: Comboni andò una prima volta in Sudan nel 1857, poté conoscere Knoblecher e fare tesoro della sua drammatica esperienza. E capì chiaramente che occorreva cambiare metodo, anche dal punto di vista dell’approccio materiale con l’Africa. Attraverso un lento ripensamento, arrivò nel 1864 a stendere il suo Piano per la rigenerazione dell’Africa, che sarà alla base del metodo missionario in Africa anche di altre congregazioni negli anni successivi. Comboni comprese anzitutto che non era possibile a nessuno passare di colpo dall’Europa all’Africa, sia dal punto di vista sanitario che culturale. Occorreva soggiornare a lungo in un luogo “intermedio”, che egli individuò nell’Egitto, dove ci si abituava fisicamente al clima africano, e si cominciava ad apprendere, anche culturalmente, l’inimmaginabile diversità dell’Africa. L’errore, inevitabile, dei primi missionari era stato anche quello d’aver sottovalutato questi aspetti, cosa che portò qualcuno a dare segni di squilibrio. In secondo luogo, Comboni capovolse l’illusione nella quale egli stesso si era adagiato all’inizio: e cioè l’idea che gli africani dovessero essere portati in Europa, rieducati all’europea e poi trasferiti, per diventare essi stessi fattori di civilizzazione per i loro connazionali. Al contrario, essi andavano, senza forzature, con molta gradualità e cautela, portati a livelli superiori di civilizzazione, ma senza strapparli al loro ambiente, creando in Africa scuole, centri artigianali, università (Comboni ipotizza addirittura università in Africa!). Questo, secondo Comboni – ed è la terza novità del suo piano –, fa sì che la missione debba essere concepita come un’impresa estremamente lunga. Comboni aveva previsto benissimo che nell’arco della sua vita non ci sarebbero stati risultati tangibili. I risultati sarebbero arrivati dopo.
 
      Nel suo libro afferma che la Chiesa «non smise mai di diffidare di Comboni». In che senso?
      ROMANATO: Comboni aveva una grande capacità di relazionarsi con chiunque e in primis con gli ambienti della Curia romana; ma, di suo, non aveva né protezioni né garanzie. Non aveva certo la forza che ebbe dietro le spalle, ad esempio, il futuro cardinal Lavigerie, una figura quasi coeva e che ha operato nel campo delle missioni in Africa. In più, era un uomo dall’entusiasmo prorompente e contagioso e probabilmente, per una lunga fase della sua vita, dette la sensazione di essere uno che poteva facilmente “bluffare”, o puntare troppo in alto, e rispetto al quale era meglio prendere le distanze. Inoltre, nonostante fosse un sacerdote veneto di formazione intransigente, antiliberale, illimitatamente devoto alla Chiesa e alla Santa Sede, fu anche un uomo straordinariamente libero, nelle scelte, nelle decisioni, nei giudizi, nelle valutazioni che diede durante la vita. E l’Africa, quest’ambiente così selvaggio e sconosciuto, infinitamente lontano da Roma, acuì e rafforzò questa sua libertà interiore. Credo che anche questo abbia contribuito, almeno all’inizio, a rendere un po’ diffidente la Santa Sede nei suoi confronti.

      Come si esprimeva questa libertà?
      ROMANATO: I giudizi che dà, per esempio, nelle lettere, sulla politica ecclesiastica, espressioni anche molto dure sui prelati della Curia romana che «hanno visto solo i saloni dorati di Roma, Parigi e Lisbona e non sanno che cosa vuol dire soffrire e morire per la causa di Cristo». Parole e giudizi che Comboni non risparmia alla Santa Sede o ai prefetti della Congregazione di Propaganda Fide, quando ritiene che stiano commettendo errori, per esempio nell’eccessiva fiducia che, a suo giudizio, Roma stava dando al cardinal Lavigerie e alla sua congregazione, a danno della giurisdizione di Comboni sul vicariato dell’Africa centrale.

      Chi era Lavigerie?
      ROMANATO: Lavigerie, arcivescovo di Algeri e poi cardinale, fu il fondatore dei Padri Bianchi, una delle più importanti congregazioni missionarie dedite all’evangelizzazione dell’Africa. Era un personaggio di straordinaria influenza politica. Godeva di un largo credito presso il governo francese, e a un certo punto ottenne da Roma lo scorporo dell’attuale Uganda dal vicariato di Comboni, per farlo attribuire alla sua giurisdizione. Comboni lo interpretò come un grave errore, e non ebbe nessuno scrupolo a scrivere al prefetto di Propaganda Fide che stava prendendo, come dice egli stesso, «un solenne granchio».

      Propaganda Fide avrà avuto le sue ragioni…
      ROMANATO: Il problema è che, dopo il 1870, quando inizia l’avventura coloniale delle potenze europee, Roma tentò di adeguarsi alla mappa delle sfere d’influenza che si andavano allora delineando. Poiché la Francia in quegli anni aveva di mira la zona dei Grandi Laghi, la Santa Sede preferì affidarne la cura pastorale a un vescovo francese piuttosto che a un italiano, qual era Comboni, con protezione austriaca. Comboni era nettamente contrario, non solo perché meditava di portare la sua azione fino alle sorgenti del Nilo, all’attuale Uganda, ma anche e soprattutto perché sapeva che, da Algeri, Lavigerie non poteva avere idea delle spaventose difficoltà che l’Africa nera presentava. Infatti la prima spedizione dei padri bianchi verso l’Africa interna, partita nonostante i moniti di Comboni, con destinazione Tombouctou, finì per essere massacrata dai beduini del deserto. Alla fine dell’Ottocento, molti anni dopo la morte di Comboni, Roma tornò sulla propria decisione e riattribuì ai comboniani la competenza sull’attuale Uganda, dove tuttora operano.

      Che rapporto c’è tra l’esperienza di Comboni e il colonialismo nascente?
      ROMANATO: Comboni non fece in tempo a vedere l’impresa coloniale europea. Fu invece in qualche modo “debitore” verso il colonialismo egiziano. La prima potenza che realizzò un’impresa coloniale in Africa fu infatti l’Egitto, che conquistò il Sudan agli inizi dell’Ottocento con il viceré Mohammed Ali, ansioso di espandere il suo giovane regno ormai praticamente autonomo dall’Impero ottomano, di cui era ancora formalmente parte. Senza la conquista egiziana e senza il consenso egiziano, né Comboni né Knoblecher sarebbero entrati in Sudan. Naturalmente i missionari, secondo gli accordi presi con le autorità, non potevano fare proseliti tra i musulmani, ma solo tra i neri non ancora islamizzati. Gli egiziani, da parte loro, ritenevano che un’opera di civilizzazione dei neri sarebbe risultata utile ai loro propositi di dominio. Ma quando la classe dirigente egiziana, sempre più subordinata a modelli europei, chiamerà una schiera di inglesi, americani, italiani e austriaci a coprire tutti i ruoli di controllo delle province sudanesi, quasi ingovernabili, e Charles Gordon diventerà governatore generale del Sudan, allora venne piantato il seme della Mahadia, la grande rivolta islamica che nel 1885 portò alla cacciata di egiziani ed europei dal Sudan, ma che travolse anche la missione cattolica. I mahdisti, infatti, percepirono l’invasiva presenza di questi europei al soldo degli egiziani come una minaccia troppo grave, e non fecero distinzione tra militari, avventurieri, governatori e missionari.

      Qual era il giudizio di Comboni sul mondo islamico?
      ROMANATO: Per vent’anni, sia in Egitto che Sudan, Comboni visse in un contesto islamico. Ebbe a che fare con un’islam decadente, secolarizzato, in crisi, ma percepì ugualmente tutta la forza, la saldezza, l’impenetrabilità di questo mondo. E il giudizio di Comboni sull’islam, maturato attraverso una lunga esperienza a contatto con il governo e con il mondo islamico ufficiale, ma anche con l’islam “di base” in Sudan, è drasticamente negativo, senza sfumature. Comboni, questo va detto chiaramente, è molto lontano dall’ecumenismo di oggi. Comunque il cuore dell’esperienza di Comboni non è nel rapporto con i musulmani. È nell’incontro sconvolgente di un uomo, europeo, civilizzato, con la diversità assoluta e totale dell’Africa primitiva. Questa è la chiave di volta della straordinaria esperienza umana di Comboni.
Comboni sacrifica letteralmente la vita per l’Africa. Rischia la vita continuamente. Si ammala di febbri tropicali la prima volta che va in Africa, e da queste febbri non si riprende più. Periodicamente lo aggrediscono, e tutta la sua vita è travagliata da questi continui crolli fisici, che lo porteranno a morte prematura, a soli cinquant’anni. Comboni conobbe l’Africa nera, selvaggia, primitiva, tutte le immense difficoltà di una missione in territorio vergine. Toccò con mano il dramma dell’incontro fra l’europeo e il primitivo: sperimentò lo shock del contatto con questo mondo. È in forza di quest’esperienza che manda i suoi moniti a Roma. Ed è grazie ad essa e ai frutti che ne ricava, che diventa, a mio giudizio (ma Massaja, che lo conosceva bene, la pensava allo stesso modo), il maggiore missionario africano dell’Ottocento, il più originale, il più innovativo, il più coraggioso, quello che intuisce di più i tempi lunghi della missione in Africa e coglie per primo, pur senza dare una soluzione, il problema dell’inculturazione. Quando Comboni, nel suo Piano per la rigenerazione dell’Africa, dice che «l’Africa va lasciata agli africani», pone il problema di trapiantare il cristianesimo nelle categorie africane: culturalmente, teologicamente, liturgicamente e come modi di vita. Non ebbe tempo di risolvere questo problema, ma ne ebbe, nettissima, l’intuizione.

      Da storico, che giudizio dà della canonizzazione di Comboni?
      ROMANATO: La santità di Comboni emerge dalla sua vita, dalle circostanze drammatiche e incredibili in cui scelse e volle consapevolmente vivere. Dall’aver accettato continuamente la possibilità di morire, fino a morire anzitempo. Dalla scelta di vivere per portare il cristianesimo in una realtà sconosciuta e in contesti di vita incredibili per un europeo. Dalla consapevolezza di non poter avere nessun successo immediato in termini di conversioni, ma di spendere la vita per piantare un seme che altri avrebbero visto spuntare e fiorire, magari a decenni di distanza. Dalla somma di tutto questo deriva secondo me la grandezza umana di Comboni ma anche la sua santità. Portò in concreto, non in astratto, la croce di Cristo, di cui parla spesso nelle lettere. Per questo rimango convinto che alla sua santità non si possa arrivare che a partire dalla concretezza della sua vita.