Joseph Ratzinger, La bellezza, la Chiesa

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Joseph Ratzinger, La bellezza, la Chiesa, ITACAlibri, Castelbolognese (RA) 2005, pp. 61, € 5,00

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Sono qui raccolti due interventi dell’allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, in cui il futuro papa spiega «[…] due parole sostanziali per comprendere il Mistero della salvezza cristiana» (p. 5) – come le definisce S.E. mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, nell’Introduzione (pp. 5-7). Il primo, pronunciato al Meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini nel 2002, ha come oggetto la bellezza, e in specie l’incontro con la bellezza di Cristo, prendendo spunto dal salmo 44, la cui antifona, nella Liturgia delle Ore, è costituita dai suoi stessi versi «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia», e che invece durante la Settimana Santa è introdotto da Is 53,2: «Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore». Ci troviamo di fronte al paradosso – che «[…] è una contrapposizione, ma non una contraddizione» (p. 13) – del rapporto tra bellezza e dolore; la bellezza non può ignorare il dolore, pena la rinuncia alla verita, e «[…] la bellezza della verità comprende offesa, dolore, e, sì, anche l’oscuro mistero della morte […]» (p. 14).
Il nesso tra bellezza e dolore è presente già in Platone (427-347 a.C.), a causa della nostalgia della perfezione che essa suscita: «[…] lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto» (p. 15). Questa esperienza è intensificata dall’incontro con la bellezza di Cristo: «L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo» (p. 16), afferma il teologo bizantino Nicolas Kabasilas (1319/1321-1391 ca.). L’incontro con la bellezza, infatti, non è altro che la forma più concreta e profonda di conoscenza – una forma immediata, che a differenza dell’istruzione avviene per esperienza diretta – e sta all’origine dell’amore: «Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, noi non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato» (p. 17)
La bellezza di Cristo può dunque condurci a conoscerLo e ad amarLo, cioè alla conversione, e qui Ratzinger richiama la sua – già altrove espressa – «[…] convinzione che la migliore apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato» (p. 21).
Tuttavia si potrebbe obiettare che la bellezza sia un illusione che allontani dalla realtà, la quale invece si trova spesso in balia del brutto e della menzogna. L’obiezione però è confutata proprio dal paradosso iniziale per cui «il più bello tra i figli dell’uomo» «non ha apparenza né bellezza»: «Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine […]. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza» (p. 23). In Cristo crocifisso, il nesso tra bellezza e dolore acquista un senso e il paradosso si ricompone mediante la coincidenza di vero, bene e bello.
L’altra arma di cui si serve la menzogna è «[…] la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in sé stessi» (p. 24)
Occorre dunque rigettare i due errori opposti, da un parte l’idea che il brutto sia la vera realtà e dall’altra parte la bellezza mendace, per lasciarsi invece colpire dalla vera bellezza, quella di Cristo, poiché solo «se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice» (pp. 24-25).

Il secondo contributo, risalente al 1990, sempre nell’ambito del Meeting per l’amicizia fra i popoli, ha invece come oggetto la Chiesa, che Ratzinger constata essere oggetto di un rifiuto persino maggiore di quello riservato ad altre istituzioni, sia perché i suoi «divieti» coinvolgono anche la sfera interiore, sia – soprattutto – perché «[…] silenziosamente ci si attende da essa di più che da altre istituzioni mondane. In essa si dovrebbe realizzare il sogno di un mondo migliore» (p. 32). Così ci si interroga sulle riforme che permetterebbero di realizzare «[…] una Chiesa piena di umanità, piena di senso fraterno, di generosa creatività, una dimora di riconciliazione di tutto e per tutti» (p. 33), e la prima riforma che viene in mente è il passaggio ad una Chiesa «democratica», in cui non si riceva passivamente ma in cui tutti, al contrario, siano operatori attivi. Ovviamente questa aspirazione si scontra con i problemi di qualsiasi democrazia, in specie l’inevitabile subordinazione di una parte – sia perché minoranza, sia per il mancato rispetto del mandato da parte dei rappresentanti eletti – alle decisioni altrui, e questa parte che si ritrova tutt’altro che attiva può anche risultare ampia o addirittura maggioritaria. Il problema maggiore risiede però nel fatto che «tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un’altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana» (p. 37), a cui, in ultima analisi, non ci si può affidare, poiché in essa «[…] il significato dell’espressione “credo” non va mai al di là del significato “noi pensiamo”» (ibid.).
In effetti, afferma Ratzinger, questa non è che la logica conseguenza del lavoro dell’«attivista», il quale, al contrario dell’«ammiratore», «[…] restringe l’ambito della propria ragione e perde così di vista il Mistero» (p. 38), mentre nella Chiesa, «[…] la dimensione grande, liberante, non è costituita da ciò che noi stessi facciamo, ma da quello che a noi tutti è donato. Quello che non proviene dal nostro volere e inventare, bensì è un precederci, un venire a noi di ciò che è inimmaginabile, di ciò che “è più grande del nostro cuore”» (ibid.), e a cui bisogna lasciar spazio: in questo consiste la vera riforma, in una ablatio, in «[…] un toglier via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente» (p. 41).
La prima fondamentale ablatio è l’apertura alla fede, che ci permette di non restringere il reale nel solo ambito del visibile e del quantificabile, bensì di «[…] uscir fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere» (p. 44), di oltrepassare quella frontiera tra cielo e terra, cosa che nessun progresso scientifico è in grado di fare; ed è questa la funzione della Chiesa, che non è fine a sé stessa – e la dimenticanza di ciò riduce la Chiesa a puro associazionismo e dando luogo alla diffusa «[…] idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali» (p. 45). La seconda ablatio è la liberazione dal peccato: «se infatti vengono tolte via da me la polvere e la sporcizia, che rendono irriconoscibile in me l’immagine di Dio, allora in tal modo io divengo davvero anche simile all’altro, il quale è anche lui immagine di Dio, e soprattutto io divengo simile a Cristo, che è l’immagine di Dio senza limite alcuno […]» (p. 55).
In tal modo la Chiesa – e ciascuno di noi in essa – si rivela davvero quel mondo migliore cui aneliamo, poiché la sua essenza trascende il suo aspetto umano: «[…] il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte» (p. 56). Nella compagnia dei santi, cioè di coloro che sono simili allo Sposo – belli come Lui, potremmo dire, riprendendo la prima parte del libro – acquistano senso persino il dolore e la morte, e proprio i santi ci mostrano che «la vita va più in là della nostra esistenza biologica. Dove non c’è più motivo per cui vale la pena morire, là anche la vita non val più la pena» (p. 58)

Stefano Chiappalone