Il suicidio dell’Occidente

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\"\"Roger Scruton, Il suicidio dell\’Occidente, a cura di L. Iannone, Le Lettere 2010, ISBN 9788860873583; Pagine 74; € 9,50

 


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Chi abbia avuto la possibilità di accostarsi agli scritti di Scruton non avrà difficoltà a comprendere la ragione dei tanti modi con cui è stato definito: anticonformista, geniale divulgatore, laicissimamente cattolico, astuto polemista, tuttologo illiberale, o anche, per dirla con il New Yorker, “il più influente filosofo del mondo”.
L’ampiezza delle tematiche affrontate da Scruton è davvero impressionante e sempre trae origine dalla sentita necessità, per l’uomo moderno, di riformulare le sue teorie all’interno di un sistema di pensiero che si attenga alla tradizione senza, al tempo stesso, trascurare l’importanza della conservazione di memorie personali e collettive. Punto di partenza della sua indagine è la crisi profonda dell’uomo occidentale, e in particolare dell’uomo europeo, che si lascia alle spalle tradizione e caratteri ereditari per perdersi sempre più in un indistinto universalismo e in un dedalo di riferimenti che sono sempre più vasti e dispersivi.
Quest’ampia intervista raccolta da Luigi Iannone ha il pregio di affrontare, in breve, uno spettro molto ampio di temi attuali che possa restituirci, in sintesi, il nucleo della sua speculazione: l’idea di stato e di nazione, la necessità di un risveglio della cristianità in Europa, i rapporti tra arte, bellezza e mercato, il conflitto tra scienza e ragione, il matrimonio, l’omosessualità, l’eutanasia, il diritto alla privacy nella società contemporanea e molto altro.

 

(27 febbraio 1944) è filosofo, letterato, columnist, compositore, editore. E’ attualmente Resident Scholar all’Enterprise Institute.

 

 
Luigi Iannone, laureato in Scienze politiche, è tra i fondatori dell’ISIS (Istituto Italiano di Scienze Sociali). Nel 2003 ha ottenuto il Premio nazionale della cultura istituito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri per la saggistica. È autore di numerose pubblicazioni.


Roger Scruton

Cap III – BIOETICA E SACRO

 


Un tema particolarmente complesso è quello del progresso scientifico e delle ricadute che le nuove scoperte hanno nella nostra quotidianità. Eravamo convinti che la scienza fosse neutra, mentre era solo il modo in cui poteva essere impiegata che poteva essere definito positivo o negativo. E così, oggi, ci troviamo di fronte a questioni enormi, per esempio la bioetica che tocca temi fondamentali come quello della vita e le posizioni di neutralità ci sembrano più un escamotage dialettico che una reale soluzione?

 

La scienza non tratta i valori ma i fatti. In questo senso è neutra. Ma, naturalmente, il progresso scientifico si presenta sempre con nuovi problemi morali.

Da questo punto di vista le armi nucleari possono rappresentare un esempio evidente. Peraltro "bioetica" è una parola davvero stupida, poiché implica che l’etica diventi qualcos’altro quand’è applicata ai problemi creati dai progressi nella conoscenza biologica. Ma i problemi sono sempre esempi di un unico problema, e cioè: abbiamo il potere di usare la nostra conoscenza per fare qualcosa di nuovo? Dovremmo usarlo?

Facendo questa cosa nuova violeremmo qualche norma morale? Aldous Huxley sollevò tale questione, nel contesto della biologia umana, in Brave New World.

Come egli ha mostrato, quando si usa la nuova tecnologia si devono valutare i risultati. E qualora tali risultati fossero la rovina dell’umanità e del modo di vivere in cui sono radicati i nostri valori morali, allora non si dovrebbe in alcun modo procedere.

 


Spesso sentiamo dire che le ideologie sono morte, sepolte dalla storia e dalle loro contraddizioni. Non pensa che siamo in un’epoca in cui esista il pericolo reale che la scienza e quindi la tecnica possano porsi come nuova e unica ideologia?

 

La scienza e la tecnica non possono essere ideologie.

Ma c’è qualcosa chiamato "scientismo" che è già un’ideologia. S’intende la pretesa sistematica che tutte le questioni siano scientifiche e quindi si crea una sorta di scienza feticista ("Mumbo Jumbo") usata per rispondere a tali domande. Il marxismo fu una cosa simile.

Penso che anche la neuro-filosofia, nelle mani di Paul e Patricia Churchland e di altri filosofi americani, si stia muovendo in questa direzione; allo stesso modo anche la biologia evolutiva nelle mani di Richard Dawkins e Steven Pinker. Il risultato è una sorta di superstizione grottesca, in cui la scienza è usata per ammaliare l’incredulo.

 


Però si fa sempre più strada l’idea che la tecnica sia un evento del tutto auto-referenziale, così come ha scritto Emanuele Severino, cioè che si muova secondo una logica immanente. Il fatto che essa stia pervadendo in maniera totalizzante la cultura, l’arte e il pensiero, significa che siamo di fronte a un processo ineluttabile.

 

Quest’idea che Lei afferma e che sta diventando generalmente condivisa non riesco a comprenderla. E sicuramente non è stata accettata dai miei vicini agricoltori.

La risposta è semplice e va nella direzione di riconoscere la tecnologia come unmezzo, che è poi ciò che davvero Technè significa. Ma non è un fine per se stessa e, trattarla come tale, significherebbe farne cattivo uso. Penso che i miei vicini sarebbero d’accordo. Essi considerano il trattore un mezzo per lavorare la terra; ma il lavorare la terra non è solo un mezzo che conduce a uno scopo ma è anche uno scopo in sé. Coloro i quali diventano ossessionati dai trattori, in maniera tale da considerarli fini a sé stessi, diventano dei cattivi agricoltori. E in questo modo anche gli agricoltori vengono a conoscenza dell’ossessione tecnologica.

 


Visti i progressi della scienza, Lei ritiene che il conflitto che si svolge quotidianamente fra fede e ragione, nonostante timidi e saltuari compromessi (Blaise Pascal ha affermato: «Stanco di studiare l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, lo scienziato si mise a contemplare l’infinitamente medio»), possa arrivare prima o poi a un punto di rottura definitiva?

 

A mio parere il progresso della scienza non porta al conflitto tra fede e ragione. Se così sembra è perché le persone non usano la ragione in maniera corretta.

La fede e la scienza pongono domande differenti. La fede si rivolge all’intero universo chiedendo quali sono le sue intenzioni. Mentre la scienza si occupa del mondo in cui lo fa ed è maggiormente interessata alle parti piuttosto che all’intero; infatti, essa è probabilmente incapace di percepire l’universo nella sua totalità, come suggeriva Kant nel capitolo sulle Antinomie della prima Critica.

 


Non sarei così ottimista. La scienza entra nelle relazioni sociali, nelle professioni, nel tempo libero. Quale spazio resta per la fede?

 

La scienza entra nelle cose come technè mai come aretè. Non può dirci come dovremmo vivere, ma solo come scegliere i mezzi per i nostri fini. C’è tanto spazio per la fede, ma la disciplina della fede è dura; ed è per questo motivo che noi fuggiamo da essa.

Ma laicizzazione e desacralizzazione stanno per fare irruzione definitiva nella nostra contemporaneità. Ci sarebbero però delle vie di fuga. Per esempio,Mircea Eliade, le intercetta nel mito che vivrebbe mascherato sotto varie forme, tant’è che il pensiero tradizionale non sarebbe scomparso ma si esprimerebbe attraverso idee nuove. Qual è oggi, secondo Lei, la funzione del mito?

Il suggerimento di Eliade è interessante. Indubbiamente, ci sono molti miti che sono accettati dalle società moderne, alcuni dei quali si sono insinuati nelle strutture dei governi. Per esempio, il mito dell’uguaglianza umana: per cui nessuno è migliore, più interessante o amabile degli altri. Un mito che potrebbe essere considerato assurdo se solo venisse slegato dalle storie in cui è coinvolto. Tuttavia ritorniamo sempre su di esso e forma parte cospicua di quella letteratura grazie alla quale le società moderne sono ordinate e governate.Ma gli antichi miti, – quelli degli eroi e delle principesse, degli esseri umani ideali dalle quali azioni e bellezza dipende il mondo –, questi non sono pubblicamente riconosciuti. Solo i bambini sono alla ricerca delle loro tracce, ritrovandole nelle leggende di Harry Potter, de Il Signore degli Anelli o de Le Cronache di Narnia.

 


L’umanità va sempre difesa, ma Lei ha aggiunto che «tutte le altri visioni della riproduzione umana (che non siano quelle religiose, [ndr]) negano la dignità dell’uomo. […]. La forma umana è vulnerabile alla profanazione e al sacrilegio. Alcuni momenti della vita (nascita, morte, procreazione) traducono il carattere sacro della vita in una percezione immediata e realistica. La riproduzione umana è un processo di milioni di anni di adattamento, perciò fino a ieri era vista come qualcosa di troppo sacro per metterci sopra le mani, come un dono degli dei». In tal senso, una questione molto intricata, che è diventata non più rinviabile, è quella dell’eutanasia.

 

Quali sono le ragioni alla base del suo netto rifiuto rispetto a questa possibilità?

Non penso di essermi espresso esattamente nella maniera che Lei dice. Sull’eutanasia ho una visione abbastanza complessa. Credo che alcune cose dovrebbero essere considerate dei crimini, anche se si hanno tutte le ragioni per commetterli, perché quella volta che vengono rimossi dal libro dei crimini, si comincia ad abusarne. D’altra parte, però, quando le persone soffrono molto e la vita diventa insopportabile, si è scusati se li si aiuta a raggiungere il loro obiettivo di morire velocemente. È un tema estremamente complesso e delicato che ho trattato in un capitolo del mio libro A Political Philosophy [Manifesto dei conservatori, ndr].

 


Quindi l’eutanasia, nei casi limite, potrebbe essere una soluzione?

 

Direi che il sollievo dalle pene è più importante che estendere la vita, quando non ci sono speranze di guarigione. Se poi ci dovesse essere una legge che autorizza l’eutanasia, allora sarebbe un altra cosa. Ma, finché è possibile, è meglio evitare una legge.

 


Heidegger ha parlato della Gelassenheit anche se, ancora oggi, nessuno sa come questo termine vada esattamente interpretato.Ma quale atteggiamento dovremmo assumere nei confronti della tecnica? Scegliamo un "totale abbandono" visto il ventaglio sempre più limitato per le scelte dell’uomo, una resistenza incondizionata che ha una sua logica anche se direttamente riconducibile a forme sociali reazionarie o cos’altro ancora?

 

Il suo modo di fare il punto della situazione è però estremamente teorico. Non conosco esattamente le intenzioni di ciò che dice Heidegger; una conoscenza della Gelassenheit comporta allo stesso modo calma e tranquillità a dispetto delle difficoltà. E questa è un’antica virtù che consiglio vivamente. Non sono per l’abbandono di ogni cosa, tanto meno delle illusioni.

C’è una tendenza nel pensare che ci si debba lasciare trasportare dal corso degli eventi e che non si possa fare niente per cambiarli. Questo non è vero. La tecnologia aumenta il nostro controllo sugli eventi, l’importante è sapere come usare tale controllo.

 


Perciò è convinto che saremo sempre capaci di tenere sotto controllo la tecnologia?

 

Saremo sempre capaci di tenere la tecnologia sotto controllo; ma vorremo sempre farlo? Tutto dipende dalla nostra determinazione che è stata fortemente indebolita.

 


Secondo Lei, visto l’interesse, le polemiche e gli accesi dibattiti, sta crescendo la domanda di un più ampio spazio pubblico per la religione o invece, al contrario, cresce il timore che questo possa davvero avvenire?

 

Le cose in Italia sono diverse rispetto a come lo sono in Inghilterra. Direi che in Inghilterra non esiste un reale dibattito su quest’argomento. Tuttavia, se le persone fossero oneste, penso che direbbero di volere più spazio pubblico per la religione cristiana e una completa privatizzazione dell’islamismo che è, in realtà, il contrario di quello che stanno ottenendo.

 

Ma quanto è cambiato l’atteggiamento nei confronti del sacro da parte dell’uomo moderno? È soprattutto, perché tra i maggiori accusati lei pone Freud e le sue teorie «sull’ossessione del sesso e per i genitali»?

Ovviamente, il concetto del sacro cambia quando è staccato dal suo fondamento nella fede religiosa.
Non sono sicuro di biasimare l’ossessione di Freud per i genitali o per qualcos’altro di questo genere.
Però biasimo Alfred Kinsey, e di conseguenza pure Freud, per il fatto di disincantare l’atto sessuale, descrivendolo come relazione tra parti della persona piuttosto che tra persone come tali. Secondo me il desiderio sessuale è diretto verso un altro essere umano libero, e il tentativo di "rivendere" e quindi riproporre il sesso come una "eccitazione dei genitali", può essere motivato da un numero di fattori diversi, ma è un esempio di perversione sessuale. Penso che Freud sia stato "essere polimorfo perverso", per usare il suo linguaggio, soprattutto perché era un pesce freddo completamente privo di reale passione erotica.

 

Sì, scappiamo dalla morte così come "strumentalizziamo" il sesso, poiché possiamo affrontare la morte solo quando si ha un appropriato concetto e rispetto del sacro.

E poi, non solo la fede, ma anche i riti sono stati sostituiti.

Alcuni sociologi hanno scritto che l’esatta periodicità con cui le famiglie si recano al centro commerciale o la stessa ricerca dell’ultima novità tecnologica, possono rappresentare il tentativo di sostituire i riti e tutto ciò che va oltre la possibilità dell’uomo.

Il rito del centro commerciale certamente esiste.

Ma è solo un sostituto povero del rituale religioso, in quanto appartiene almondo ordinario deimezzi,mentre il rituale, così come noi lo concepiamo, è l’entrata nel mondo dei fini. Shopping significa acquisire i mezzi per vivere; il vero ritualemostra il fine dell’esistenza, l’incontro col significato della vita che si può raggiungere solo grazie all’entrata collettiva nella danza, quando Dio balla accanto a noi e noi diventiamo unici.

 


 

E in questo contesto di desacralizzazione come colloca il fondamentalismo?

 

Il sacro appartiene al secondo. L’islamismo ha una concezione del sacro molto limitata: il culto e la preghiera sono accompagnati da rituali di purificazione e lo stesso Corano è sacro. Ma è una religione profondamente iconoclasta che non tollera immagini sacre e che mette la parola santa al di sopra di tutti i simboli della presenza di Dio. Un rituale come l’Eucarestia agli occhi dell’islamismo sembra assurdo e blasfemo.

 


Il fondamentalismo islamico è un reale pericolo?

 

Ovviamente il fondamentalismo islamico è una minaccia seria, proprio come lo fu il bolscevismo nel 1917 e il nazismo nel 1938. Quando le persone hanno una causa per la qualemorire e sono pronte amorire per essa, diventano pericolose. E quando questa causa implica l’imposizione della propria volontà su tutti gli altri, c’è bisogno di affrontare e disarmare queste persone.

Il fondamentalismo cristiano è una cosa completamente differente da quello islamico: esso implica il ritorno alle verità inconfutabili del Vangelo, ed è spesso in conflitto con la pratica ordinaria del sacro, com’è riassunto nella Messa cattolica. La religione ha due componenti abbastanza differenti: la fede e il rituale.


Non solo questa ossessione del sesso ma anche la scomparsa della morte, il tentativo di esorcizzarla attraverso il silenzio è tipico della nostra società.