Il mito dell’uomo perfetto

In libreria

Giorgia Brambilla, Il mito dell’uomo perfetto. Le origini culturali della mentalità eugenetica, Ed. If-press 2009, pp. 217, ISBN 978-88-95565-16-3 , Euro 10,80

 

 

 

Parte Seconda. Dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’alba di una “nuova” eugenetica
I. La Genetica dopo la Seconda Guerra Mondiale
II. L’eugenetica liberale: a chi tocca oggi migliorare la vita?
III. Al cuore del problema teorico

Parte Terza. La questione antropologica ed etica
I. La “nipotina” dell’Illuminismo
II. La vera perfezione dell’essere umano

Conclusioni
Appendice I
Bioetica e ingegneria genetica
Bioetica e Diagnosi prenatale
Bioetica ed eutanasia neonatale
Appendice II
Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti alla XV Assemblea Generale Ordinaria della Pontificia Accademia per la vita
Bibliografia

 

 


Di seguito proponiamo l’introduzione del volume:

 


INDICE
Parte Prima. I volti storici dell’eugenetica: da Galton ai regimi
I. Alle origini dell’eugenetica
II. Uno sguardo all’eugenetica anglosassone
III. Dall’esaltazione delle teorie di Mendel alla legge sull’aborto del 1938.
IV. Il positivismo italiano e la sua utopia eugenetica
V. L’eugenetica dei regimi

 


Le pratiche eugenetiche furono messe in atto solo dagli scienziati di Hitler?
L’ottimismo positivista e le organizzazioni statuali liberal-democratiche dell’Ottocento furono davvero così immuni dal controllo eugenetico della popolazione? E oggi a chi tocca migliorare la vita?
Quel compito di ricercare l’uomo perfetto, che prima era toccato a politiche di Stato o alla mano di dittatori, ora chi lo svolge e perché?
L’“eliminazione dei difettosi”, che da Galton è passata a politiche di “igiene pubblica” e poi alla tragedia nazista, come e dove avviene oggi?
La risposta a tali domande è possibile se si considera l’eugenetica attraverso un approccio antropologico, ovvero analizzando nei vari ambiti storico-culturali quella visione riduttivista e biologista dell’essere umano che caratterizza l’eugenetica e che, come tale, non è necessariamente legata ad un unico periodo storico. Visione, profondamente svilente, che riduce l’essere umano al suo patrimonio genetico e che questa ricerca intende descrivere a partire dalle sue origini culturali, dimostrando, quindi, che l’eugenetica è presente anche nel mondo contemporaneo sottoforma di mentalità, per poi mostrarne le gravi conseguenze sull’individuo e sulla società, con particolare riferimento al mondo della Bioetica.

 


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Introduzione

Il termine “eugenics”, da cui “eugenetica” o “eugenica” – che noi utilizzeremo indistintamente (1) – è di derivazione greca. L’aggettivo significa di buona qualità, se riferito agli animali, e di buona stirpe – nel senso di nobile – se riferito agli uomini. Il sostantivo, vuol dire nobiltà, ma anche eccellenza fisica. Sia per l’aggettivo, sia per il nome vi è il richiamo ad una qualità che si possiede per nascita; dunque, come qualcosa di originario e non di acquisito.

L’etimologia della parola ci aiuta a comprendere meglio la scelta da parte di Francis Galton 2 (1822-1911) di tale termine e, quindi, la sua definizione:
Eugenics is the science which deals with all influences that improve the inborn qualities of a race; also with those that develop them to the utmost advantage. The improvement of the inborn qualities, or stock, of some one human population will alone be discussed here (3).

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Già Platone nella Repubblica (4) prevedeva che lo Stato attuasse un controllo sulla capacità riproduttiva dei suoi membri. Così, nella cultura della Grecia antica, nascere in buone condizioni fisiche consentiva di sfuggire all’eliminazione. A Sparta, la decisione di far vivere il neonato era riservata ai membri della tribù degli anziani: il neonato che appariva deforme o gracile poteva essere gettato dal Taigeto – catena montuosa del Peloponneso – e ad Atene chiuso in un vaso di coccio e abbandonato (5). Nel Rinascimento sarà poi Campanella, nella prospettiva utopica della “Città del Sole”, a sostenere l’opportunità di combinare i matrimoni e controllare la vita sessuale dei cittadini (6).
Tuttavia è da Galton in poi che l’idea di regolare la fertilità e di selezionare le nascite acquisisce una peculiarità che permarrà anche nelle applicazioni successive ovvero la sua fisionomia scientifica. Infatti, mentre nella concezione illuministica di miglioramento della specie umana vi era un’élite minoritaria che riteneva di possedere le qualità intellettive migliori a cui gli altri dovevano sottostare o adeguarsi, l’eugenetica di Galton si fonda sulla nuova fede nella scienza, capace di “perfezionare” l’umanità e di liberarla dal dominio del caso. Scrive Galton:
«I wish again to emphasise the fact that the improvement of the natural gifts of future generations of the human race is largely under our control» (7).
I mezzi con i quali Galton proponeva di raggiungere tale scopo hanno dato origine a due accezioni apparentemente opposte dell’eugenetica: selezionare i soggetti adatti alla riproduzione per le loro qualità (eugenetica positiva) e fare in modo che i portatori di caratteri disgenici non giungano alla riproduzione (eugenetica negativa). Galton si espresse a favore di un’eugenetica prevalentemente positiva, finalizzata alla creazione di un élite biologica attraverso l’unione di individui “superiori”, anche se negli ultimi anni di vita egli arrivò anche a proporre misure di eugenetica negativa, come segregare i malati mentali, o sterilizzare le persone affette da disagio mentale al fine di non permettere loro di procreare.

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Queste idee si svilupparono e si diffusero sempre di più anche grazie alla costituzione di diverse società di eugenetica, la prima fondata da Galton stesso, e alla nascita di diverse riviste divulgative che si proponevano di diffondere la pratica e la mentalità eugenetica.
L’iniziale impostazione di Galton, il suo metodo e i suoi obiettivi erano destinati a ridimensionarsi. Ma non l’eugenetica, che, anzi, agli albori del nuovo secolo si diffuse in molti Paesi come nuovo credo e nuova dottrina sociale, assumendo forme diverse a seconda dei contesti sociali e culturali entro i quali venne pensata, intersezione di svariate discipline, dalla genetica alla medicina, alla sociologia, ma sempre caratterizzata da una spiccata volontà d’azione e da una forte connotazione politica (8).

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Si pensi, infatti, all’applicazione che il nazionalsocialismo tedesco fece delle idee di Galton e dei suoi seguaci: preservare la “purezza ariana” evitando le “contaminazioni” con razze giudicate inferiori, mediante programmi di “rigenerazione” della razza tramite la sistematica eliminazione delle vite non degne di essere vissute e fino alla “soluzione finale” verso gli Ebrei.
Così come anche, prima e dopo il nazismo, numerose società, da quelle anglosassoni a quelle svedesi, imposero la sterilizzazione dei “difettosi” – generalmente individui con ritardo mentale, ma anche delinquenti o prostitute – con programmi di igiene pubblica allo scopo di “preservare” la società dai mali che essi avrebbero propagato trasmettendoli alla loro progenie. Così in Svezia, dove la sterilizzazione rimase in vigore fino al 1976 e così in Svizzera, dove la legge approvata nel 1928 fu abrogata soltanto nel 1970; in Giappone, in cui la legge sull’obbligatorietà della sterilizzazione è rimasta in vigore fino al 1996 (9). E poi in Cina, dove dal 1995 è fatto obbligo alle coppie di sottoporsi a dei test genetici prematrimoniali che, laddove risultassero positivi, impedirebbero il contrarsi del matrimonio, e dove vige la politica del figlio unico, pena il carcere o la confisca dei beni (10).
Fino a un’applicazione del tutto particolare, sempre legittimata dalla sostanziale derivazione scientifica: la mappatura cromosomica e la possibilità di individuare precocemente – già nella vita prenatale – malattie a carattere genetico o persino predisposizioni a contrarre le stesse nella vita adulta.
Il tema del miglioramento della generazione futura, attraverso la selezione di chi potesse procreare e chi no e attraverso l’eliminazione o la segregazione di chi fosse ritenuto difettoso in quanto tale o in virtù della contaminazione da parte sua della società – secondo l’intuizione di Galton – si è protratta lungo tutto un secolo.

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Attualità del tema: possiamo ancora chiamarla “eugenetica”?
Ottimismo positivista, regimi totalitari, organizzazioni statuali liberal-democratiche. L’eugenetica è arrivata fino a giorni nostri? Scrive Lucia Galvagni, commentando Hans Jonas: «Le forme che l’eugenetica ha assunto ricalcano una triplice distinzione» (11). Il controllo protettivo ha i tratti di un’eugenetica preventiva, intesa come una politica della riproduzione tesa a prevenire la trasmissione di geni patogeni o comunque nocivi, impedendo la procreazione ai loro portatori. «Questo tipo di arte genetica», scrive Galvagni, «è assimilabile all’attuale medicina preventiva» (12). Si pensi al counselling genetico, mediante il quale alla coppia si forniscono le probabilità della nascita di un figlio affetto dalla loro stessa malattia, oppure alla diagnosi prenatale. Se nel primo caso il consiglio è volto a evitare il concepimento di un figlio malato o portatore di una determinata malattia genetica, nel secondo si pone persino la possibilità di abortire il feto malato o supposto tale. «La selezione prenatale […] rappresenta, quindi, una seconda forma dell’eugenetica e denota già un passaggio dal piano preventivo a quello migliorativo»: si dischiude la possibilità di distinguere e selezionare – e questa sarebbe eugenetica negativa – gli individui sani da quelli malati. Vi è infine la vera e propria eugenetica positiva, come selezione umana pianificata, «dato che il suo intento è quello di migliorare la qualità della specie e di renderla più perfetta di quanto la natura non l’abbia fatta» (13).
È importante, però, sottolineare che fino alla cosiddetta “genetica liberale” (14) i poli entro cui si muoveva la “scelta del più adatto” erano Stato-specie (o razza o categoria sociale): lo Stato mediante eugenisti e scienziati in nome del benessere della collettività metteva in atto programmi medico-sociali massificati rivolti a una determinata categoria di individui ritenuti “dannosi”. Invece, la prassi eugenetica della società liberale si basa sul binomio individuo-individuo nel contesto di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell’applicazione delle tecniche di ingegneria genetica (15). Quindi, mentre la vecchia genetica autoritaria cercava di modellare i cittadini a partire da un unico stampo centralizzato, portando come conseguenza una diminuzione dell’ambito della libertà riproduttiva, la nuova genetica liberale, caratterizzata dalla neutralità dello Stato, estende radicalmente tale libertà ed è il singolo a decidere quali fattori genetici siano vantaggiosi o meno (16).

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Il problema terminologico consiste nel decidere se chiamare “eugenetica” tale pretesa individuale e individualistica, ponendo l’accento sulla questione antropologica che vi soggiace, oppure, dando più rilievo alle origini storiche, ritenere che tale termine usato oggi, in assenza di coercizione e non diretto alla specie, sia anacronistico.
La ricerca intende dimostrare la presenza dell’eugenetica nel contesto contemporaneo, partendo dall’idea che di eugenetica si possa parlare anche oggi, ma in termini di mentalità. Bisogna chiedersi, allora: a chi tocca oggi migliorare la vita? Quel compito di ricercare l’uomo perfetto, che prima era toccato a politiche di Stato o alla mano di dittatori, ora chi lo svolge e perché? L’“eliminazione dei difettosi”, che da Galton è passata a politiche di “igiene pubblica” e poi alla tragedia nazista, come e dove avviene oggi?
La risposta a tali domande è possibile se si considera l’eugenetica attraverso un approccio antropologico, ovvero analizzando nei vari ambiti storico-culturali quella visione riduttivista e biologista dell’essere umano che caratterizza l’eugenetica e che, come tale, non è necessariamente legata ad un unico periodo storico. Il presente lavoro vuole mettere in evidenza, infatti, che l’eugenetica, come in altri momenti storici, possieda una sua particolare connotazione anche in quello attuale: cambia la “scenografia”, ma il “copione” resta lo stesso. E questo copione altro non è che lo sguardo reificante nei confronti dell’essere umano ridotto al suo patrimonio genetico; una visione svilente che questa ricerca intende descrivere a partire dalle sue origini culturali, dimostrando, quindi, che l’eugenetica è presente anche nel mondo contemporaneo, come lo è stata in altri periodi storici, sottoforma di mentalità, per poi mostrarne le gravi conseguenze sull’individuo e sulla società, con particolare riferimento al mondo della Bioetica.

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Note

1 Alcuni autori ravvisano una differenza semantica nei due termini. Ad esempio, Luigi De Carli afferma che: «al primo [eugenetica] può essere attribuito un significato più tecnico, in quanto con esso viene indicato il miglioramento genetico ottenuto attraverso la selezione e la induzione di modificazioni nel DNA, al secondo [eugenica] un significato più “politico” in quanto espressione di un particolare indirizzo della genetica umana ed un insieme di misure atte ad eliminare caratteri ereditari deleteri e a incrementare la diffusione di caratteri vantaggiosi nelle popolazioni umane». Cfr. L.DE CARLI, Biologia ed Eugenetica, in “Humanitas”, 4/2004, p.678.

2 Cfr. F.GALTON, Memories of My Life, Methuen, London 1908; ID, Hereditary Genius, MacMillan, London, 1892.

3 F.GALTON, Eugenics: its definition, scope, and aims, in “The American journal of Sociology”, 1/1904, p.1.

4 Cfr. PLATONE, Repubblica, libri IV e V, in PLATONE, Tutte le opere, G.PUGLIESE CATTARELLI (a cura di), Sansone editore, Milano, 1993.

5 Cfr. L.CANFORA, Il Cittadino, in AA.VV., L’uomo greco, J. VERNANT (a cura di), Laterza, Roma-Bari, 1991, p.87.

6 Cfr. T.CAMPANELLA, La Città del Sole, Feltrinelli, Milano, 2003.

7 F.GALTON, Hereditary Genius, MacMillan, London, 1892, p.24.

8 Cfr. G.WIDMANN, Origini e breve storia dell’eugenetica, in “Humanitas”, 4/2004, p.662.

9 Cfr. L’eugenetica giapponese sconfitta dall’insorgenza degli handicappati, in “Il Foglio”, 11/3/2005.

10 Cfr. G.FERRARA, Le quote rosa mancanti, in “Il Foglio”, editoriale, 30/11/2005.

11 L.GALVAGNI, L’eugenetica: la prospettiva etica di H.Jonas, in “Humanitas”, 4/2004, p.710; Cfr. H.JONAS, Dalla fede antica all’uomo tecnologico, Il Mulino, Bologna, 1991; ID, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio di responsabilità, Einaudi, Torino, 1997.

12 Ibidem.

13 Ibidem.

14 Cfr. J.HABERMAS, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino, 2004

15 Cfr. R.MORDACCI, La sfida dell’eugenetica nell’orizzonte della biopolitca, in “Humanitas”, 4/2004, pp.718-722.

16 Cfr. N.AGAR, Liberal Eugenics, in H.KHUSE, P.SINGER (a cura di), Bioethics, Blackwell, London, 2000, p.17.