Il libro Rosso dei Martiri Cinesi

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Gerolamo Fazzini (A cura di), "Il libro Rosso dei Martiri Cinesi. Testimonianze e resoconti autobiografici", Con una prefazione del cardinale Giuseppe Zen, vescovo di Hong Kong, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007, N. ISBN 88-215-5811-8, Pagine 272, Euro 16.

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Dalla Introduzione di Gerolamo Fazzini, curatore del volume e condirettore di Mondo e Missione:

Questi eccezionali documenti si riferiscono a un arco temporale che inizia dalla guerra tra comunisti e nazionalisti a metà degli anni Quaranta e arriva fino al 1983, poco prima della fase della "modernizzazione" promossa da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao. Ripercorrono quattro decenni cruciali della storia contemporanea cinese. Questi documenti sono le memorie di persone che hanno provato sulla loro pelle fino a che punto possa arrivare la violenza di un potere accecato dall’ideologia, un potere che – dopo aver vinto la battaglia con il nemico armato – aveva deciso di sterminare i "nemici senza fucile", come Mao dipinse, in un celebre discorso, intellettuali, credenti, oppositori.
Dal punto di vista storiografico si tratta di apporti di grande valore, specie per chi voglia conoscere soprusi e brutalità del maoismo. Solo in anni recenti il pubblico dei non addetti ai lavori ha potuto accedere alle testimonianze autobiografiche sui laogai, i campi di lavoro forzato cinesi. Ma siamo ancora lontani dal conoscerne nel dettaglio la vita così come è avvenuto per i gulag sovietici grazie a Solgenizin. Il Libro rosso dei martiri cinesi colma, in parte, questo vuoto. Un vuoto che ha precise origini politico-culturali e che spiega come mai un libro del genere veda la luce solo adesso.
L’ipoteca ideologica sulla storiografia e sulla pubblicistica in tema di Cina ha limitato pesantemente la possibilità di far conoscere storie di persecuzione e martirio cristiano. Il Libro rosso dei martiri cinesi intende essere (anche) un atto di denuncia del maoismo e dei suoi crimini. Dopo decenni di propaganda ideologicamente connotata, si sta finalmente approdando a una "demitizzazione di Mao", responsabile di crimini pari o addirittura superiori a quelli di Stalin e di Hitler (ottanta milioni di morti nel periodo del "Grande balzo in avanti", 1958-61).
Leggendo il Libro rosso dei martiri cinesi, non si può fare a meno di percepire quale tragedia si sia abbattuta sul popolo cinese, in particolare sui credenti. Ma tutto ciò non ha annullato la fede. Per questo il cardinal Zen può scrivere nella sua Prefazione: "Le pagine che leggerete non sono innanzitutto pagine di sofferenza e dolore; sono anche, e soprattutto, pagine di gioia".

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La Lunga Marcia di dolore dei cristiani nella Cina di Mao

In un libro le drammatiche testimonianze dei sopravvissuti alle persecuzioni negli anni della dittatura. Leggi e inorridisci e ripensi a quelli che ti parlavano di Mao Tze Tung come il «Grande Timoniere»…

Era iniziata come sempre, quando hai un libro da recensire: un’occhiata alla copertina, una scorsa al risvolto per trovare lo spunto… Poi, però, incuriosito leggi la prefazione. D’un fiato. E da lì, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, ti ritrovi a divorare questo libro sempre più velocemente, con incredula avidità e inesplorato orrore. Ciò che hai tra le mani – Il libro rosso dei martiri cinesi, edizioni San Paolo, 272 pagine, 16 euro – è la storia di un incubo, il racconto di una follia, ma anche la grande poesia della fede. Leggi e inorridisci. Leggi e quasi non ci credi. Leggi e ripensi a quelli – ne hai conosciuti, mica solo ragazzi, perfino professori, per non dire dei colleghi – che ti parlavano, e convinti, di Mao Tze Tung come il «Grande Timoniere». Ma anche del maoismo come il migliore dei sistemi possibili e di quella Cina come un Paradiso in terra.
Vorresti farle leggere a loro, adesso, queste pagine. E scrutarne sui volti le reazioni. Sono le storie, tutte documentate, di alcuni cristiani sopravvissuti ai campi di prigionia cinesi nel quarantennio iniziato a metà anni 40, con la guerra tra comunisti e nazionalisti, e conclusosi nel 1983, poco prima dell’inizio della «modernizzazione» avviata da Deng Xiaoping. In quell’arco di tempo – anzi, sotto ad esso – sono rimaste le vittime di un’immane e sanguinosa «recita» ideologica, animata da coreografie di bimbi in divisa e scandita da slogan idioti spacciati come grandi saggezze. Un numero spaventoso di vittime, tale da porre Mao, il «Sole rosso», alla stregua degli altri due mostri del XX secolo, Hitler e Stalin: 80 milioni di morti solo nel periodo del «Grande balzo in avanti», dal ’58 al ’61, come rivelato dall’ex gerarca Chen Yizi con il conforto di un documento dello stesso Partito comunista in cui erano stati censiti, con zelo e gelo burocratici, gli scomparsi – letterale – «per cause non naturali».
Erano uomini e donne di fede cristiana, nonché sacerdoti e missionari, ma anche dissidenti e intellettuali in genere, definiti dal cereo mummione in divisa verde «i nemici senza fucile». E destinati quindi all’eliminazione in quella che lui stesso chiamò, con cinica ipocrisia, la «riforma del pensiero». Cioè la morte di chi osava pensare. Mao, quindi, primo propagatore di quella malattia mentale che ebbe poi un degno portatore malsano nel dittatore cambogiano Pol Pot, sterminatore di chiunque indossasse un paio di occhiali.
Il libro contribuisce a squarciare un velo ancora quasi intatto, ovvero quello che avvolge i laogai, i campi di sterminio della Cina comunista. Luoghi criminalmente rimossi, perfino dopo la morte di Mao (9 settembre ’76), da certi inutili e nocivi intellettuali occidentali come Jean Paul Sartre, colpevoli quanto meno di connivenza culturale con quel regime. Luoghi taciuti anche dai governanti attuali di Pechino, quasi «per accantonare l’ingombrante figura» di Mao e per non dover fare «i conti con la storia», come scrive nell’introduzione il curatore del libro, Gerolamo Fazzini, condirettore del mensile Mondo e Missione. Luoghi rimasti quindi nell’ombra anche perché i laogai cinesi non hanno avuto un Solzhenicyn che ne testimoniasse in prima persona gli orrori, com’era invece accaduto con l’Arcipelago gulag del premio Nobel sovietico.
Così ora, leggendo queste pagine, da quel buio si vedono uscire, prendendo corpo, uomini e donne di cui ignoravamo l’esistenza e il martirio. Come Geltrude Li, maestrina di una scuola cattolica incarcerata per la sua amicizia con i missionari e che scrisse le proprie memorie su pezzi di carta sagomati a forma di suole, per nasconderli nelle scarpe del sacerdote che di tanto in tanto andava a visitarla. O come i frati del monastero di Yangjiaping (saccheggiato dai maoisti nel ’47), umiliati e torturati prima di essere sottoposti a un’autentica Via Crucis protrattasi per settimane. O ancora, come padre Tan Tiande, cacciato dalla cattedrale di Canton (poi chiusa fino al ’79, con un eloquente cartello «Vietato entrare» all’ingresso) e trascinato senza processo in un gelido campo di lavoro nel Nordest del Paese. Ne uscì dopo trent’anni passati tra catene, celle anguste e la fatica quotidiana dei campi induriti dal gelo. Eppure oggi, ultranovantenne, è ancora qui a raccontarsi e a dirci come ce l’ha fatta. Perché «per chi non ha fede, un giorno in carcere è come un intero anno. Ma io ho fede e tutte le sofferenze che sopportavo per amore di Gesù divennero per me una gioia», spiega con parole semplici e invidiabili.
Parole che anche se fosse vivo, Sartre non capirebbe ancora. Inutile anche da morto.

di Guido Mattioni
Il Giornale n. 276 del 22-11-06

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Un «libretto rosso» per i martiri cinesi

Si è sempre pensato che nella storia della Chiesa il martirio dei primi cristiani abbia raggiunto vette ineguagliabili per numero di esecuzioni e atti di ferocia. Molti potrebbero allora rimanere sorpresi: questo triste primato è caduto addirittura nel secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. E, in larga parte, in un Paese assai distante dai luoghi di quel Nazareno: la Cina di Mao Zedong. Il bilancio è ancora molto provvisorio: solo negli ultimi tempi cominciano ad affiorare le massicce persecuzioni maoiste contro i cristiani.
Le prime crepe nel muro di silenzio del comunismo cinese erano nascoste nelle scarpe di un missionario espulso dalla Cina negli anni Cinquanta. Nelle calzature di padre Giovanni Rabone c’era il diario di Geltrude Li, giovane cattolica bersaglio dell’ostilità di Mao. L’autrice aveva trascritto la propria biografia su fogli di carta modellati su una suola di scarpa. Oggi possiamo leggerla tra le agghiaccianti testimonianze riportate da Gerolamo Fazzini ne Il libro rosso dei martiri cinesi. Testimonianze e resoconti autobiografici in uscita a metà mese per le Edizioni San Paolo (pp. 272, euro 16). Sono pagine amare di un incredibile album degli orrori.
Lasciano senza parole i racconti in prima persona dei protagonisti, vessati da indicibili sofferenze. Se è da brividi il martirio di trentatrè monaci cistercensi a Yang-Kia-Ping, non sono da meno gli altri vissuti. Padre Tan Tiande, classe 1916, ricorda così trent’anni di lavori forzati: «Fui rinchiuso in una stanza strettissima. Per tutto il gior no mi era possibile soltanto stare seduto a gambe incrociate. Non potevo alzarmi o distendermi. Dovevo avere il permesso della guardia se volevo andare al gabinetto e persino per schiarirmi la gola. Solo dopo aver ricevuto il suo permesso potevo alzarmi. Non mi era consentito parlare con nessuno, e nemmeno assopirmi, altrimenti sarei stato sottoposto a una dolorosa sferzata sulla lingua». Liberato nel 1983, oggi il novantenne padre Tiande continua a esercitare la sua attività pastorale.
Venticinque sono stati gli anni di reclusione per padre Giovanni Wong: «In prigione recitavo cinque decine di rosario al giorno e la messa a memoria». Scarcerato nel 1980, padre Wong è morto nell’ottobre 2005. Padre Li Chang, scomparso nel 1981, era invece finito in esilio in una foresta. A suo modo non s’era perso d’animo: aveva soprannominato ciascun albero con il nome di un santo. Tuttavia per tutti ci furono momenti di angoscia. Padre Tiande ha scritto nel suo diario: «Avrei voluto correre nei campi e gridare ad alta voce: "Dio, dove sei?". Non so quante volte ho pensato di farla finita. Ma proprio al momento cruciale vedevo Gesù sulla croce e lo sentivo dire: "Uomo di poca fede, dubiti forse che io ti ami?"».
Siamo ancora lontani dal conoscere nel dettaglio la vita nei laogai, i campi di lavoro forzato cinesi. Ma le memorie dei sopravvissuti provano una volta di più le atrocità del comunismo e tolgono il velo a una storiografia spesso accecata dall’ideologia. Come scrive Fazzini: «Mentre in Europa, negli anni Sessanta, il verbo del maoismo veniva propagandato come il "volto buono" del comunismo, arruolando simpatizzanti anche in casa cattolica, in Cina il culto del "Grande timoniere" era imposto con la forza per soggiogare coscienze e masse. E l’ipoteca ideologica sulla storiografia e sulla pubblicistica nostrana in tema di Cina ha limitato pesantemente la possibilità di conoscere e far conoscere storie di persecuzione e martirio cristiano».
Il libro è un macigno nel silente stagno delle torture subite dalla Chiesa cattolica, dilaniata in Cina tra una Chiesa ufficiale riconosciuta dal governo e una comunità fedele alla Santa Sede. Oggi la vita per i credenti non è quella del tempo di Mao. Rimane però il rigido controllo di un potere che ammette solo il marxismo-leninismo come risposta alle domande dell’uomo. Se la Chiesa cinese è sopravvissuta, lo si deve al coraggio di questi uomini che hanno pagato col sangue. Nelle loro testimonianze non c’è una sola parola di astio e di vendetta verso i carcerieri, bensì preghiere per i nemici. Un eroismo che interroga anche i non credenti: per quale motivo sopportare tutto questo? E soprattutto: per chi?
A nome di tutti loro, risponde nella prefazione il cardinale Giuseppe Zen, vescovo di Hong Kong: «I numerosi vescovi, sacerdoti e fedeli, nonostante i lunghi e terribili periodi di detenzione, erano persone felici e serene. Nessuno ci potrà togliere la gioia e la bellezza di essere discepoli di Gesù».

Antonio Giuliano
Avvenire – 12 novembre 2006