Il declino della cristianità sotto l’islam

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Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’Islam. Dal jihad alla dhimmitudine, Ed. Lindau 2009, ISBN: 978-88-7180-829-1, pp. 576, euro 32,00

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L’islam ci annienta con dolcezza

di Andrea Morigi, Libero 10/10/09

C’è un sistema perfetto per annientare i cristiani e gli ebrei, senza lasciarne più traccia. Antico quanto basta per affermare che si tratta del metodo di sterminio più efficace, duraturo e sperimentato della storia. Quel meccanismo complesso si mette in moto gradualmente, a mano a mano che si applicano i princìpi della sharia, la legge coranica, e poco a poco soffoca le comunità non islamiche, riducendone inesorabilmente le dimensioni fino al nulla.

Si deve all’opera di Bat Ye’or, di cui esce ora in traduzione italiana un testo edito in francese nel 1991, Il declino della Cristianità sotto l’Islam. Dal jihad alla dhimmitudine (Lindau, pp. 576, euro 32), la descrizione storico-giuridica finora più accurata del processo di islamizzazione delle terre conquistate attraverso il jihad, la guerra santa.

Battaglie e imprese militari delle armate di Maometto e dei califfi suoi successori sono soltanto la premessa per dar vita a un’amministrazione in grado di mettere in ombra qualsiasi potenza colonizzatrice occidentale moderna.

Pulizia etnica
Tutto ruota intorno al termine dhimmitudine, all’incirca traducibile con “apartheid” se quest’ultimo istituto giuridico non fosse che una pallida imitazione sudafricana della colossale operazione di pulizia etnica messa a punto dopo le invasioni dei musulmani nel Medio Oriente, in Africa, in Spagna e in Sicilia.

Dhimmi, letteralmente, significa “protetti”. Nella sostanza, indica le minoranze non islamiche appartenenti alle religioni del Libro, cioè i cristiani e gli ebrei, ai quali immediatamente dopo la loro sconfitta si applica un trattamento da cittadini di serie B.

Si inizia con un’imposizione fiscale discriminatoria che culmina nella jizya, un testatico dovuto dalla comunità degli “infedeli” ai nuovi dominatori. Sono questi ultimi a stabilire l’entità della somma, che rimane tale anche quando la popolazione assoggettata diminuisce numericamente. Così chi rimarrà fedele alla propria religione fatalmente vedrà aumentare la propria quota parte del tributo globale, fino a non poterne più sostenere l’onere. Anche per una ragione di mero calcolo economico, conviene convertirsi all’islam.

I musulmani, infatti, pagano individualmente la zakat, la tassa per il culto. Sono considerati cittadini di serie A. Ai dhimmi non è concessa nemmeno la proprietà fondiaria, ma soltanto la conservazione del possesso della terra, percepirne l’usufrutto ed ereditarla. Ma devono pagare il kharaj, l’imposta fondiaria. Perciò, quelli che un tempo erano imprenditori agricoli, si trasformano improvvisamente in lavoratori dipendenti, ai quali spetta mantenere le truppe d’invasione e rifornire le popolazioni arabe immigrate di cibo, vestiario e manufatti.

Il secondo ingranaggio, che scatta contemporaneamente, è la proibizione dell’apostasia. Si può abbandonare qualsiasi altra religione per convertirsi all’islam, ma il percorso inverso implica la morte. Ugualmente, a un “infedele” non è consentito contrarre matrimonio con una donna musulmana. Ovviamente, un musulmano può tranquillamente sposare (anzi è caldamente invitato a farlo) una donna di altra religione, poiché i figli saranno educati nella religione del padre, l’islam.

Va da sé che la manovra a tenaglia, così congegnata, ottiene lo scopo prefisso, cioè la scomparsa di tutto quanto testimonia l’esistenza di civiltà precedenti. Tutto dipende dall’intensità con cui si decide di azionare la leva del razzismo radicale. Ondate persecutorie, saccheggi sistematici e conversioni forzate si alternano con manifestazioni di tolleranza più o meno durature, sempre intese però a mantenere in vita le galline dalle uova d’oro, le comunità sottomesse che garantiscono il mantenimento gratuito ai dominatori musulmani, che a lavorare non ci pensano nemmeno.

Lavori forzati
Perciò l’autrice, a cui si deve anche il termine “Eurabia”, descrive le dinamiche per le quali, quando abbisognava «l’esperienza dei cristiani in fatto di edilizia, arboricoltura e irrigazione – arti in cui i musulmani non eccellevano di certo, e che peraltro non praticavano – era opportuno farli insediare fra gli islamici per favorire lo sviluppo di quella città e indebolire gli infedeli». Un concetto di flessibilità, mobilità e delocalizzazione moderno, tanto quanto quello dei campi di lavoro organizzati dai nazionalsocialisti tedeschi e poi presi come esempio da comunisti russi e cinesi.

Senza l’opera di Bat Ye’or, che non fornisce soltanto un elenco freddo di date e avvenimenti, ma anche la cornice al cui interno si situano, molti episodi potrebbero apparire indipendenti. La realtà della dhimmitudine, al contrario, è il filo rosso, o meglio verde, che li collega, fino all’epoca contemporanea e ora minaccia l’Occidente dai ghetti dell’immigrazione musulmana. Le varie Dichiarazioni dei Diritti del Musulmano, scritte dai Paesi arabi in alternativa alla Carta dei Diritti dell’uomo approvata a Helsinki nel 1948, risalgono alla cultura della sharia tanto quanto la falsa tolleranza esercitata da 1.400 anni a questa parte dai governanti islamici.


 

L’AUTORE

Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine». Tra i suoi numerosi saggi dedicati al rapporto tra l’islam e la cristianità, ricordiamo il fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita e Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano, editi entrambi da Lindau.


 

Ecco uno stralcio del magnifico libro di Bat Ye’or, "Il declino della cristianità sotto l’islam" (Lindau). La storica inglese è l’unica ad aver raccontato  l’estinzione del cristianesimo nelle terre musulmane. Di fronte al silenzio dei baroni cattolici risplende il coraggio di questa pioniera ebrea da trent’anni sulla scena intellettuale europea. Un libro poderoso, audace, che tormenta e scuote le coscienze.

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La dhimmitudine è un fenomeno storico vivente, con i suoi periodi di espansione e di arretramento. Numerosi popoli ne sono stati toccati, e milioni di individui hanno subito le sue restrizioni (…) La dhimmitudine – attraverso i suoi tipici strumenti, il jihād e la sharī‘a – è stata un motore decisivo della storia umana. A partire dal suo originario nucleo di espansione, l’Arabia, ha dato luogo a continue guerre in più continenti. Ha provocato ribellioni a non finire e ripetuti interventi armati dei paesi europei e della Russia; nel XIX secolo, poi, ha letteralmente dominato la politica degli Stati occidentali, divisi tra la sua abolizione o la sua conservazione nell’area balcanica. La dhimmitudine ha inghiottito nella morte infiniti popoli e brillanti civiltà. Ha plasmato e distrutto innumerevoli generazioni, ha condizionato intere mentalità. Ancor oggi essa mobilita forze politiche e militari di livello planetario (…) Questo progetto di islamizzazione di enormi territori e miriadi di popoli (dalla Russia al Sudan, dal Maghreb all’Indo), che avrebbe potuto fallire – e spesso la storia sembra effettivamente esitare – deve il suo successo tanto all’ardore impetuoso dei combattenti islamici e all’acume dei suoi politici quanto alla venalità, ai tradimenti, all’attiva collaborazione dei leader dhimmī e dei rinnegati ambiziosi (…) Di questi popoli, dalla Turchia all’Iran ai paesi arabi, sopravvivono ormai solo sparute minoranze, ultime vestigia delle moltitudini di cristiani e di ebrei che un tempo popolavano queste terre. Soltanto i cimiteri e le rovine evocano il loro passato. I loro diritti storici, politici e culturali si dissolvono nel grande oblio del tempo, e nella loro storia usurpata si svela il senso profondo della dhimmitudine: la scomparsa nella non esistenza e nel nulla. Per questo è con un sostanziale omaggio che questo studio vorrebbe concludersi. Certo, con il passare dei secoli e il graduale affiorare della verità storica, emergono sempre più le infinite varietà dei caratteri umani – servili, corrotti, codardi, pusillanimi e presuntuosi, ma anche eruditi, laboriosi, eroici – di questi reietti della storia. Ma tutti questi aspetti si confondono e si mescolano sui loro volti pieni di sangue e lacrime, pieni di interrogativi e di saggezza, scolpiti in un millenario magma umano a cui lo storico può solo accostarsi con rispetto, e senza alcun giudizio.