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«Sbagliato cedere sulle coppie di fatto»


Il vescovo Luigi Negri, teologo dell’università Cattolica di Milano, attacca il ministro della Famiglia

di PAOLO LUIGI RODARI


L’«ASSORDANTE SILENZIO» dei vescovi italiani, “denunciato” dal presidente emerito della Repubblica Cossiga in merito al dibattito sui nuovi diritti civili, viene interrotto da un vescovo appartenente alla conferenza episcopale italiana. È monsignor Luigi Negri il quale, oltre che pastore e guida di una piccola ma importante diocesi, quella di San Marino Montefeltro, è docente di Storia della filosofia e introduzione alla teologia nella facoltà di Scienze dell’educazione della cattolica di Milano. Monsignor Negri, cosa dovrebbe dire la Chiesa a seguito delle parole della Bindi sui Pacs secondo le quali sarebbe opportuno non relegare nella «clandestinità giuridica», le persone che affidano i propri progetti di vita a forme diverse di convivenza? «Mi preme rifarmi innanzitutto alle parole più volte pronunciate sia da Benedetto XVI che dal cardinal Ruini. Entrambi hanno ricordato quei valori innegabili che, come ho scritto anch’io in svariati messaggi inviati alla diocesi che mi è affidata, sono riconducibili a tre: vita, famiglia ed educazione. È quanto mai necessario difendere la vita dal concepimento fino al suo termine naturale, senza concedere nessun diritto alla manipolazione. È necessario difendere la famiglia che la natura ha voluto fosse eterosessuale, fondata sulla paternità e sulla maternità, aperta alla fecondazione. È necessario favorire la responsabilità civile e sociale dei genitori che insieme devono imparare ad educare i figli a essere parte attiva della società. Se inversamente si pensa che la società possa essere fondata anche su altri valori, e cioè che altri valori possano essere riconosciuti oltre quelli appena spiegati – ad esempio le coppie di fatto formate da persone anche di diverso sesso che stanno assieme per stabilità d’impegno o da persone dello stesso sesso che decidono di convivere -, allora purtroppo si decide di proporre un altro tipo di società che io non ritengo sia giusto favorire». È un po’ quello che lei sosteneva in un suo messaggio inviato alla diocesi il 10 maggio sulla necessità che venga promossa una cultura della vita? «La Chiesa professa l’assoluta positività della vita, dal suo primo esserci, pieno di un valore assoluto fino alla sua inevitabile e misteriosa conclusione: la vita della persona è di Dio, non è nella disponibilità di nessun altro. Cultura della vita significa anche centralità della persona e il riconoscimento del suo protagonismo culturale e morale; significa centralità della famiglia in cui ogni persona nasce e matura la propria personalità. Questa famiglia, che noi professiamo insieme cellula fondamentale della Chiesa e della società, è dotata di diritti inalienabili: dalla libertà culturale e religiosa, alla libertà della generazione, alla libertà di educazione, dell’aggregazione sociale, dell’intrapresa culturale, sociale ed economica. Sono questi i diritti che spero lo Stato promuova». Le coppie di fatto non hanno diritto all’esistenza? «Non ho detto questo. Ognuno è libero di dire quello che vuole e di proporre le idee che ritiene più opportune per la propria esistenza. E di perseguirle. Ma io ritengo – ed è ciò che contesto a chi vorrebbe riconoscere giuridicamente i Pacs – che sia sbagliato che i diritti soggettivi delle persone diventino automaticamente diritti civili. Perché così facendo si crea un’altra società che io non credo sia opportuno creare. E la Chiesa fa bene a dire – e deve dirlo con voce sempre più forte – quale sia il modello di società che ha in mente». Perché i vescovi pubblicamente parlano così poco di questi temi? «Questo non lo so. So che le parole del Papa e di Ruini sono sempre puntuali e precise. Forse anche tanti altri vescovi dicono la loro, ma magari vengono ripresi poco dai giornali». L’Osservatore Romano ha criticato le parole del ministro della Salute Livia Turco la quale aveva aperto alla possibile promozione, nel rispetto della legge 194, della pillola abortiva RU486 come metodica alternativa all’aborto chirurgico. Cosa ne pensa? «Concedere alle donne la possibilità di utilizzare a piacimento la pillola abortiva RU486 è di una gravita assoluta». Perché? «È stato dimostrato da studi qualificati come la pillola sia tutt’altro che positiva per le donne: è come porre nella vita delle donne che ne vogliono fare uso una bomba ad orologeria». In che senso? «Nel senso che la pillola è risultata di fatto – nessuno, o meglio soltanto in pochi, ne parlano ma è così – una minaccia alla vita delle donne. Decine di donne sono decedute per emorragia negli Usa dopo averla presa. Si conoscono casi di donne che hanno preso la pillola magari all’ospedale e poi sull’autobus tornando a casa sono morte per emorragia. Se venisse introdotta la possibilità che chiunque possa prendere la pillola quando e come vuole, sarebbe un problema innanzitutto da un punto di vista dell’incolumità di quelle stesse persone che decidono di assumerla. La cosa più drammatica, comunque, è che si faccia passare la pillola RU486 come una medicina incontestabile scientificamente e addirittura neutrale». La Chiesa cosa deve dire in questo caso? «Deve dire chiaramente che la pillola è una forma abortiva e se lo Stato la promuove compie un’azione scorretta innanzitutto dal punto di vista scientifico».


Il Tempo
giovedì 25 maggio 2006