(Il Giorno) Il Papa: ”Si rischia la catastrofe religiosa”

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Il Papa: “Si rischia la catastrofe religiosa”

CITTÀ DEL VATICANO, 29 MARZO 2003 – Cresce la preoccupazione e l’angoscia tra il Papa e i suoi collaboratori per il pericolo che la guerra in Iraq, combattuta in nome di Dio da entrambi gli eserciti, inneschi uno scontro drammatico a livello mondiale tra cristianesimo ed Islam.
Giovanni Paolo II non ha esitato oggi a parlare di rischio di «catastrofe religiosa», incontrando un gruppo di vescovi cattolici dell’Indonesia, paese musulmano dove la minoranza cristiana vive sulle propria pelle le ripercussioni delle tensioni interreligiose.

Dalle nunziature del mondo arabo e islamico arrivano segnali allarmanti in questi giorni in Vaticano: a livello popolare è diffusa la percezione che la guerra angloamericana contro l’Iraq sia una sorta di decima crociata contro i musulmani. Non a caso Saddan Hussein invoca sempre più spesso Allah ed esorta il suo popolo alla Jihad contro gli invasori.

Il «ministro degli Esteri» vaticano, mons. Jean Louis Tauran, ha parlato della minaccia incombente di terrorismi ed estremismi di ogni tipo. «Non dobbiamo permettere – ha esortato stamane il Papa riferendosi alla guerra in Iraq – che una tragedia umana diventi anche una catastrofe religiosa». «Alla guerra non deve essere mai consentito di dividere le religioni del mondo», ha insistito Giovanni Paolo II. «Bisogna essere attenti – ha ammonito – a non unirsi alla tendenza di giudicare gruppi di persone sulla base di azioni di una minoranza estremistica».

«L’autentica religione – ha avvertito – non proclama nè il terrorismo nè la violenza, ma cerca di promuovere in ogni modo l’unità e la pace dell’intera famiglia umana».

L’Indonesia è uno dei primi paesi dove lo scontro religioso potrebbe trasformarsi in catastrofe, come conseguenza della guerra in Iraq: lo sanno bene i vescovi cattolici,guida spirituale di alcuni milioni di fedeli abituati – come ha ricordato lo stesso Giovanni Paolo II – a discriminazioni e talvolta ad atti vandalici e di violenza. L’Indonesia, 232 milioni di abitanti di cui l’87 per cento di religione islamica, rappresenta la nazione con il più alto numero di musulmani nel mondo ed è percorsa da tempo da forti spinte fondamentaliste ed antioccidentali, come ha dimostrato il recente sanguinoso attentato di Bali. La guerra in Iraq ha infiammato ulteriormente gli animi, e sono numerosi gli indonesiani, arruolati dai mullah, per andare a combattere come volontari insieme alle milizie di Saddam Hussein.

Giovanni Paolo II ha esortato i vescovi cattolici a non scoraggiarsi ed anzi a «usare questo momento destabilizzante come un’occasione per lavorare insieme , come fratelli impegnati per la pace, con il vostro stesso popolo, con le altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per assicurare la comprensione, la cooperazione e la solidarietà».

Le parole del Papa, al di là del caso indonesiano, diventano attuali per tutti quei paesi, dall’Asia al Medio Oriente all’Africa alla stessa vecchia Europa, dove la convivenza tra musulmani e cristiani potrebbe farsi sempre più difficile.
Anche i vescovi cattolici europei hanno lanciato un appello ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani perchè «lavorino insieme in maniera solidale, per porre fine al conflitto attuale in Iraq e promuovere relazioni armoniose nei nostri Paesi». «Mai il nome di Dio – hanno ripetuto in un documento stilato da tutte le Conferenze episcopali del Continente – dovrebbe essere invocato per giustificare il ricorso alla guerra o l’uso della violenza».

Il richiamo del Papa è stato fatto proprio anche dai movimenti cattolici di base.. Chiara Lubich, leader del movimento dei Focolari, invita ad iniziative interconfessionali e di preghiera.«Stiamo vivendo – scrive in una lettera ai famiglie musulmane algerine – momenti difficili nei rapporti internazionali, momenti che ci chiedono una misura maggiore di fede nell’amore misericordioso dell’Unico Dio, una appassionata ricerca ‘a tutti i costi ‘ della fratellanza universale».