Identità cattolica e anticomunismo nell’Italia del dopoguerra

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\"\"Giuseppe Brienza, Identità cattolica e anticomunismo nell’Italia del dopoguerra. La figura e l’opera di mons. Roberto Ronca, D’Ettoris, Crotone 2008, pp. 244, ill., € 18,90

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Monsignor Roberto Ronca, nato nel 1901 a Roma dove muore nel 1977, è una figura dimenticata ma fondamentale per la storia dell’Italia cattolica del secondo dopoguerra, troppo spesso semplificata mediante l’identificazione tout court con la storia della Democrazia Cristiana. Alla vita del sacerdote e poi vescovo romano, ma soprattutto al suo ruolo di animatore del movimento politico Civiltà Italica, è dedicata Identità cattolica e anticomunismo nell’Italia del dopoguerra. La figura e l’opera di mons. Roberto Ronca, ultima opera dello studioso Giuseppe Brienza, dottorando di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma e già autore di Famiglia e politiche familiari in Italia (Carocci, Roma 2001), Famiglia, sussidiarietà e riforma dei servizi sociali (Città Nuova Editrice, Roma 2002), La libertà ed identità religiosa nell’Unione Europea. Fra «Carta di Nizza» e trattato costituzionale (Solfanelli, Chieti 2006) e I gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848 (Solfanelli, Chieti 2007).
La Presentazione (pp. 9-12) è affidata al cardinale Fiorenzo Angelini, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, il quale, formatosi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore proprio sotto la guida di monsignor Ronca, ricorda il tratto umano e sacerdotale del Vice-Rettore e poi Rettore, sbrigativamente etichettato come «di destra» e pertanto dimenticato: «Fu l’attività di mons. Ronca e di tanti altri personaggi generosi e coraggiosi una scelta sbagliata? Prima di dare siffatto giudizio, occorre cercare di capire questa scelta» (p. 11). Nella Prefazione (pp. 13-17) Marco Invernizzi, presidente dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità nazionale, colloca la figura di mons. Ronca sullo sfondo dei tre episodi in cui «[…] i cattolici intervennero nella vita politica italiana senza presentarsi come un partito, come invece accadde dopo la prima guerra mondiale con il Partito Popolare di don Luigi Sturzo [1871-1959] e dopo la seconda con la Democrazia Cristiana» (p. 13), vale a dire l’Opera dei Congressi (1874-1904) che annovera tra i suoi esponenti il beato Giuseppe Antonio Tovini (1841-1897), poi il Patto Gentiloni con candidati moderati antisocialisti promosso nel 1913 dal conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916) e infine i Comitati Civici fondati da Luigi Gedda (1902-2000) in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948. «Sono tre episodi importanti nella vita di tutto il paese, non soltanto per i cattolici. Essi dimostrano l’esistenza di una storia poco conosciuta – e anche poco apprezzata e studiata – che mette in evidenza come l’impegno politico dei cattolici italiani non si possa ridurre alle figure, peraltro importanti, di don Sturzo, Alcide De Gasperi [1881-1954] e Aldo Moro [1916-1978], e che l’unica alternativa a un certo modo di concepire la Dc nel secondo dopoguerra sia stata la figura di don Giuseppe Dossetti [1913-1996]» (p. 15). La ricostruzione della vita e dell’opera di monsignor Roberto Ronca si configura quindi non come una storia di segno opposto, bensì come la riscoperta di una parte dimenticata di quella medesima storia e, in ultima analisi, di un elemento costitutivo dell’identità italiana.

Dopo la Premessa (pp. 19-23) in cui dichiara intenti dell’opera e fonti consultate, nel primo capitolo – La vita (pp. 25-57) – l’Autore descrive l’inizio del ministero di Roberto Ronca, entrato nel Seminario Romano dopo la laurea in ingegneria ed ordinato sacerdote dopo appena un anno e mezzo, «A motivo della sua vocazione allora considerata “adulta”, e della formazione culturale e scientifica ormai compiuta […] il 7 aprile, Sabato Santo, del 1928, continuando comunque la sua permanenza nel Seminario per ultimarvi gli studi teologici […]» (p. 26). Nel 1931 il cardinal Vicario Francesco Marchetti Selvaggiani (1871-1951) lo sceglie come assistente ecclesiastico della Federazione Universitari Cattolici Italiani (FUCI) di Roma e nel 1933 addirittura Rettore del Seminario Romano. In tale veste egli mette a frutto persino le sue competenze professionali per l’ampliamento della cappella della Madonna della Fiducia e la ristrutturazione di un’ala del seminario.
In questi anni egli si scontra con le tendenze progressiste diffuse nell’associazionismo cattolico che fanno riferimento al presidente della FUCI Igino Righetti (1904-1939). La maggiore fermezza e il differente orientamento impresso dal nuovo assistente ecclesiastico fa sì che i fucini legati al suo predecessore – monsignor Giovanni Battista Montini (1897-1978), sostituto alla Segreteria di Stato e futuro papa Paolo VI (1963-1978) – e a Righetti, gli rivolgano accuse di pietismo e di autoritarismo. In realtà, «Il timore che il diffondersi di una ‘nuova cultura’ negli ambienti giovanili cattolici potesse generare gravi danni si può ritenere del tutto fondato, se si pensi che, proprio negli anni 1930, nasceva la “Sinistra cristiana”, o “partito cattolico-comunista”, che poteva allora essere considerato la forma più “avanzata” del ‘cattolicesimo democratico’» (p. 35).
Durante la seconda guerra mondiale Ronca ospita nel Seminario Romano diversi perseguitati politici e svolge una capillare attività caritativa verso i meno abbienti mediante l’associazione Aiuto cristiano, da lui fondata, e che si avvale di uno stretto legame, non solo economico, con il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (1891-1960). «Non è […] un caso se, a poco meno di un anno dalla intensificazione e “sanzione pubblica” del sodalizio fra il movimento di Giannini e l’organizzazione di mons. Ronca, alle elezioni amministrative tenutesi a Roma nel novembre del 1946, esso riuscì ad allargare talmente i suoi consensi (raggiungendo i 106.000 voti) da superare la D.C. ponendosi al secondo posto dietro il blocco socialcomunista» (p. 53).
Sempre durante la guerra, monsignor Ronca nasconde oltre 800 ebrei nel Seminario Maggiore, e parallelamente si adopera per il rabbino capo di Roma Israel Zolli (1881-1956), battezzato nel 1945 – col nome di Eugenio, in segno di riconoscenza verso papa Pio XII (1939-1958) – e pertanto privato anche dell’aiuto materiale da parte dei suoi ex-correligionari.
Il secondo capitolo (pp. 59-127) è incentrato su L’Unione Nazionale Civiltà Italica (1946-1955), il movimento fondato da monsignor Ronca. L’impegno politico del sacerdote è dettato dalla considerazione delle carenze quantitative e qualitative della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, che non è in grado di – e comunque non intende – formare un fronte anticomunista, auspicato invece, nell’immediato dopoguerra, tanto da papa Pio XII quanto dagli Stati Uniti d’America. Ronca si avvale della collaborazione di due padri gesuiti, Riccardo Lombardi (1908-1979), noto come il microfono di Dio, e Giacomo Felice Martegani (1902-1981), direttore de La Civiltà Cattolica.
Civiltà Italica non si propone come un partito alternativo alla DC, piuttosto «[…] riprende il principio di un intervento politico non necessariamente partitico (e partitocratico) da parte della “società civile” […]» (p. 66), non limitandosi ad attività elettorali, ma anche culturali, economiche, assistenziali, finalizzate ad un’opera di aggregazione del corpo sociale in grado di contrapporsi alla disgregazione comunista e di sconfiggere nettamente il blocco social comunista alle elezioni del 1948. Civiltà Italica quindi assume i connotati di «[…] un movimento “trans-partitico” per quegli italiani che, simpatizzanti di qualsiasi partito politico o aderenti a nessuno di essi, avrebbero potuto ‘sinergicamente’ incontrarsi a difesa dei valori tradizionali […]» (p. 73), mirando ad assumere «[…] un ruolo di “lievito” del tessuto sociale, ancora sostanzialmente “sano” dal punto di vista morale e religioso, benché aggredito dalla secolarizzazione avanzante e dalla propaganda laicista e marxista» (p. 85). I «[…] numerosi saggi pubblicati sul mensile Civiltà Italica, pur non configurando altrettante “ricette” ai problemi politico-sociali del tempo (non si tratta, lo ricordiamo, della rivista di approfondimento di un partito politico), essi presentano comunque quella dose di “ricaduta operativa” che permette d’identificare intorno alla testata di mons. Ronca uno dei più interessanti “laboratori politici” dell’Italia del dopoguerra […]» (p. 103), animato da varie personalità laiche, di varia provenienza partitica.
Uno dei punti principali del programma riguarda il rilancio del settore agricolo, in alternativa alla riforma agraria del ministro Antonio Segni (1891-1972), «[…] al fine di dimostrare l’incongruenza economica di espropriare fattorie mezzadrili e aziende in economia condotte secondo i più evoluti dettami della tecnica» (p.107). Altri ambiti di intervento riguardano il rilancio della marineria, la regolamentazione – e prevenzione – dello sciopero, valorizzazione del ceto della burocrazia pubblica, incremento e flussi migratori e assistenza dei lavoratori italiani mediante accordi bilaterali, il sistema universitario, intangibilità del Concordato, nonché la battaglia, ripresa nel 1968, per la salvaguardia della famiglia che «[…] con decenni di anticipo rispetto alle pastorali di molti altri vescovi, vedeva la comunità familiare al centro del processo di disintegrazione civile e culturale della società in via di progressiva secolarizzazione» (p. 117).
Civiltà Italica è caratterizzata – oltre che da una forte sensibilità patriottica – dall’impegno anticomunista, sia mediante lo studio e la diffusione di materiale formativo e informativo, sia mediante il sostegno ai resistenti al di là della cortina di ferro. La battaglia anticomunista di monsignor Ronca – che possiamo riassumere nella lotta all’ateismo, nella difesa della proprietà privata e nella solidarietà tra le classi – si configura come una battaglia culturale sul lungo periodo, pertanto non si esaurisce affatto nella congiuntura elettorale del 1948; inoltre non si limita ad una più o meno ampio gruppo di intellettuali, tenendo anzi ben presenti i ceti popolari, facile preda dell’ideologia comunista.
Nel terzo capitolo l’Autore descrive l’azione di Civiltà Italica negli anni del centrismo (pp. 129-152). La strategia del blocco d’ordine cattolico e anticomunista è condivisa dall’assessore della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nonché futuro cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), che studia il fenomeno comunista – anche mediante incontri con Palmiro Togliatti (1893-1964), leader del Partito Comunista Italiano – ed è orientato a limitare il monopolio degasperiano sul voto cattolico e a distogliere la DC dalla collaborazione con le sinistre. «Se non era in questione per Pio XII, quindi, perché non ce n’erano le premesse, la restaurazione di una società cattolica, non era pensabile, come avrebbero pure voluto certi esponenti politici “laicizzanti” (presenti anche nella Dc), “[…] nemmeno la riduzione della Chiesa ad una mera “parte” nella società pluralista”» (p. 133). Sempre in chiave anti-degasperiana si configurano i tentativi di monsignor Ronca e dell’industriale Oscar Sinigaglia (1877-1953), nel 1945 e nel 1947 – vanificati dal compattarsi delle forze di centro-sinistra – volti a favorire un governo «di transizione» presieduto da Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), assertore «[…] dell’importanza, al fine della ricostruzione dell’identità italiana, del cattolicesimo anche nella sua proiezione socio-politica […]» (p.138), nonché dell’interclassismo e del principio di autorità. «[…] “Transizione” doveva intendersi come guadagno di tempo necessario alla costruzione di una serie d’alleanze volta a contrastare l’incipiente “regime del CLN” ad egemonia comunista» (p. 143)
La diffidenza del gruppo di monsignor Ronca verso il segretario della DC Alcide De Gasperi – il che non impedisce al sacerdote romano di reperire finanziamenti per il partito – è ulteriormente comprensibile alla luce dell’interesse prioritario che lo statista trentino attribuisce all’equilibrio con i partiti laici. «Negli ambienti fedeli a Pio XII, che guardavano con diffidenza quel “connubio” fra cattolici e socialcomunisti sul quale si stava impostando,nel nome dei comuni ideali dell’anti-fascismo e della Resistenza, la costruzione della nuova Italia, il dissenso con la linea politica ufficiale della D.C. si andava facendo nel dopoguerra sempre più intenso, accrescendosi parallelamente le simpatie per l’Uomo Qualunque […]» (p. 147) di Guglielmo Giannini, la cui amicizia con monsignor Ronca sopravvive alla breve vita del movimento; il crollo elettorale del 1948 infatti lascia, a destra della DC, soltanto il Partito Nazionale Monarchico e il Movimento Sociale Italiano.
Col quarto capitolo siamo all’avvenimento centrale dell’impegno politico di monsignor Ronca, ovvero La mobilitazione di Civiltà Italica nelle elezioni del 18 aprile 1948 (pp. 153-157). Civiltà Italica svolge un’intensa azione di mobilitazione anticomunista, in vari settori, e fa da «megafono» alle esortazioni di papa Pio XII in vista di quello che si configura come molto di più di un evento puramente elettorale: «La vittoria a quelle elezioni, piuttosto, costituì [secondo l’ex senatore democristiano Giuseppe Vedovato] la “[…] condizione per cui il diritto alla libertà religiosa della nostra Patria non fu sottoposto, da allora e in seguito, alle persecuzioni a cui soggiacquero la Russia ed i paesi costretti al suo controllo. In tutte le occasioni in cui il 18 aprile è stato ‘rivisitato’ o meglio ‘rivissuto’ è mancato, da parte degli organi di informazione, anche cattolici, il compito di considerare questa data nell’ottica più di ogni altra preziosa, e cioè nell’ottica religiosa”» (p. 157). Solo in quest’ottica non meramente politica è possibile comprendere il legame tra la «battaglia di civiltà» dell’aprile 1948 e la promozione – parallela a quella di Luigi Gedda, alla Vice-presidenza dell’Azione Cattolica Italiana – di mons. Ronca alla prelatura di Pompei, col titolo di arcivescovo in partibus di Lepanto, richiamo alla storica vittoria cristiana sui turchi conseguita nel 1571.
Il quinto capitolo è appunto dedicato a Mons. Ronca, Prelato di Pompei (1948-1955) – pp. 159-172 – e alla confutazione delle interpretazioni «punitive» – in base alle quali la nomina episcopale di Ronca sarebbe un promoveatur ut admoveatur imposto al fine di eliminarlo politicamente – che non tengono conto della relativa vicinanza di Pompei e quindi della frequenza settimanale con cui il prelato continuava ad essere presente a Roma e a seguire le sue opere, nonché della connotazione mariana della destinazione in piena sintonia con la spiritualità del novello presule, e della particolare solennità che la Santa Sede volle conferire alla consacrazione avvenuta nella basilica lateranense.
Monsignor Ronca a Pompei continua a seguire Civiltà Italica, sia dal punto di vista spirituale, mediante la preparazione al Giubileo del 1950, sia in occasione delle amministrative del 1952 in cui il blocco anticomunista patrocinato dal movimento permette l’elezione a sindaco di Ernesto Marotta a capo della Lista Bartolo Longo. «Ricorrendo alle competenze tecniche acquisite in gioventù, il vescovo romano giunse persino a studiare e promuovere la redazione del primo piano regolatore della città di Pompei. Per quanto riguarda invece il Santuario, mons. Ronca profuse tutte le sue energie in un’opera grandiosa intesa alla esaltazione della devozione mariana […]» (p. 164).
Nel 1955 viene allontanato da Pompei, con l’accusa – che si rivelerà infondata – di «[…] improbabili spericolate operazioni finanziarie da parte della stessa persona che, peraltro, riuscì in poco più di sei anni a triplicare quasi il valore economico dei beni appartenenti al patrimonio del Santuario» (p. 167); più probabilmente la rimozione è dovuta all’attività anti-degasperiana del vescovo, ampiamente condivisa dal pontefice, ma non dagli ambienti democristiani della Curia romana facenti capo a monsignor Montini.
Intanto, con l’assunzione della guida del MSI da parte di Augusto de Marsanich, si creano le condizioni per una confluenza della destra nel blocco d’ordine cattolico, descritta nel sesto capitolo, Mons. Ronca, l’M.S.I. e l’“Operazione Sturzo” (pp. 173-194). «Mons. Ronca “[…] dal MSI ottenne notevoli impegni di moderazione e cattolicità durante l’iter della legge Scelba” ma, con l’approvazione della stessa il 20 giugno 1952, De Gasperi, “[…] che non intendeva servirsi delle strutture dei partiti di destra, veniva così a mortificare i tentativi di avvicinamento cattolici alla formazione neofascista”» (pp. 175-176). Nella medesima logica del blocco anticomunista si situa la proposta di «[…] una lista unica, che raccogliesse qualificate rappresentanze di tutti i partiti anti-comunisti e fosse capeggiata da Don Luigi Sturzo» (p. 179), in occasione delle elezioni comunali romane del 1952. In merito alla scarsa accoglienza che De Gasperi e molti dirigenti dell’Azione Cattolica riservano all’ “Operazione Sturzo”, il pontefice «Sorridendo osserva che l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana […]» (p. 181)
All’ultimo governo De Gasperi sconfitto alle urne nel 1953 segue il breve governo del liberista Pella, che riceve «[…] un numero solido di preferenze […] fra le quali si mischiavano per la prima volta quelle monarchiche e, sebbene come “astenuti”, anche i voti missini» (p. 183), ma proprio per questo minaccia equilibri politici cari alla leadership democristiana. Il V Congresso della DC tenuto a Napoli dal 26 al 29 giugno 1954 sancisce il fallimento della battaglia condotta «[…] da alcuni esponenti della destra D.C. con l’appoggio della Civiltà Cattolica e di mons. Ronca […] per impedire l’affermazione, non osteggiata da De Gasperi, delle sinistre democristiane “coagulatesi” intorno al gruppo Iniziativa democratica» (p. 190) e per «[…] affermare una corrente di destra nazionale e anti-comunista all’interno o, even¬tualmente, anche all’esterno, del “partito cattolico”» (ibid.). In pratica, il Congresso di Napoli «[…] spianò definitivamente la strada nella D.C. a quella che già venne polemicamente identificata come l’ala “catto-comunista”» (p. 194).
Il settimo capitolo affronta Fine ed “eredità” di Civiltà Italica: le riviste e le iniziative giornalistiche del movimento di mons. Ronca (1945-1956) – pp. 195-215. La preoccupazione di monsignor Montini, in vista delle elezioni del 1948, per l’unità politica dei cattolici nella DC e i conseguenti timori per la presenza di cattolici organizzati al di fuori di essa, sono condivisi anche da ecclesiastici conservatori i quali, pertanto, prendono le distanze dal movimento di monsignor Ronca, pur essendo politicamente più affini a lui che a De Gasperi e al futuro Paolo VI. «Oltre alla presenza e al successo riportato dai Comitati geddiani, questo ele¬mento compromette ogni ulteriore possibilità di sviluppo per Civiltà Italica» (p. 197) – senza che ciò implichi l’assenza di convergenze dottrinali e collaborazione tra Ronca e Gedda.
«Eppure l’Italia cattolica sembrava aver dato un responso e mandato politico chiaro il 18 aprile, e le forze parlamentari per l’instaurazione di uno Stato integralmente informato al diritto naturale e cristiano non mancavano» (p. 199); in quest’ottica si colloca anche l’attenzione che monsignor Ronca rivolge alla stampa, mediante l’A.R.I., Agenzia Romana Informazioni da lui fondata nel 1945 e diretta da Giuseppe Caliari (1898-1954) che dirigerà anche la rivista Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali e il più agile foglio di propaganda L’Italiano. Il mensile Civiltà Italica – cui collaborano politici democristiani e studiosi -, attivo dal 1950 al 1954, rilancia la nobiltà dell’attività politica, la difesa delle libertà economiche di fronte all’interventismo statale, la rivalutazione della civiltà contadina. L’Italiano, uscito ogni sabato dal 1950 al 1959, si distingue per lo «[…] stile sferzante ed ironico che per tanti versi richiama quello del coevo settimanale Candido di Giovanni Guareschi [1908-1968] […]» (p. 214)
Infine, l’ottavo e ultimo capitolo – Mons. Ronca «vescovo nelle carceri» e la rivoluzione del ’68 (pp. 217-226) – parla del definitivo reinserimento del prelato ad opera di papa Giovanni XXIII (1958-1963) che lo nomina Ispettore Capo dei Cappellani e delle Carceri Italiane. Le nozze d’argento episcopali celebrate nel 1973 costituiranno poi un ulteriore segno di riabilitazione, con la presenza di cinque cardinali e un messaggio di papa Paolo VI. Monsignor Ronca affronta il nuovo incarico ispirandosi alla spiritualità del buon ladrone san Disma, devozione cara a papa Pio XII, e continua a riservare grande attenzione alla stampa fondando nel 1968 il bimestrale Itinerari per la formazione dei suoi cappellani. La data emblematica fa risaltare ancora di più le «[…] posizioni sul signi¬ficato e ruolo della pena carceraria che pochissimi altri, nella Chiesa e fuori della Chiesa, avevano più la fermezza di esprimere in un clima politico e culturale di montante permissivismo» (pp. 220-221), in cui il rifiuto della responsabilità individuale, tipico della contestazione, giunge a negare il valore di riparazione della pena, fino a propugnare l’abolizione della carceri. Negli stessi anni monsignor Ronca fronteggia con analoga coerenza anche lo sbandamento interno alla Chiesa, nella travagliata fase postconciliare, mediante la difesa e la promozione – di fronte alla diffusa smania di eterodossia – dell’autorità del Papa, della devozione mariana, dell’integrità della vita religiosa, del decoro liturgico e della messa detta di san Pio V.
L’ultima opera di monsignor Ronca è la fondazione degli Oblati e delle Oblate della Madonna del Rosario, chiudendo così quello che il cardinal Pietro Palazzini (1912-2000), citato dall’Autore nella Conclusione (pp. 227-228) – che precede il Percorso bibliografico ragionato (pp. 229-235) e l’Indice dei nomi (237-243) – , definisce: «[…] il filo mariano [del suo] episcopato: Madonna della fiducia, Madonna di Pompei, Madonna del Rosario; è sempre Lei, la Vergine SS., la stella di questo episcopato» (p. 228).

Stefano Chiappalone