III Domenica di Pasqua

Tracce per omelie

Terza domenica di Pasqua

 

Atti 2,14,22-33;
Salmo 16;
1Pt 1,17-21;
Luca 24,13-35

 

TEMA DELLE LETTURE
Nella lettura degli Atti degli Apostoli e nel salmo 15 viene messo in evidenza un collegamento tra l’Antico ed il Nuovo Testamento. Il salmo esprime l’affidamento che un cristiano fa della propria vita a Dio. Il Signore guida il salmista perfino "di notte", e questi sa che anche di fronte alla morte stessa il Signore proteggerà la sua vita e lo condurrà alla gioia piena ed eterna al suo fianco. San Pietro parla di un senso profetico del salmo di David. L’adempimento della promessa del Signore si è pienamente realizzato in Gesù Cristo, che fu messo a morte per decisione umana ed è risorto dai morti per la potenza di Dio. Lo Spirito di Dio è stato effuso nei cuori dei cristiani. È questo Spirito che muove noi cristiani, lungo il nostro pellegrinaggio qui sulla terra, a temere e a sperare nel Padre, dopo aver conosciuto la risurrezione di Gesù.

San Luca narra quanto accadde ai due discepoli che procedevano sulla via per Emmaus. Quel che è specialmente interessante sono i diversi livelli di conoscenza. Ai due discepoli viene prima chiesto di riferire i fatti della passione di Gesù, avvenuti nei giorni precedenti. Ed essi lo fanno quasi con distacco, con disincanto, limitandosi ad esporre i semplici fatti. Il "viandante" poi illumina, a loro beneficio, il significato scritturale di quegli stessi fatti, ad un secondo e più alto livello di conoscenza. Alla fine, la presenza di Gesù si rivela visibilmente ai loro occhi alla frazione del pane: un’esperienza che aveva avuto inizio lungo la strada (´Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?ª, v. 32), e che manifesta il senso personale di quegli stessi fatti.

 

MESSAGGIO DOTTRINALE

I segnali sacramentali. La sparizione di Gesù al momento della frazione del pane può essere considerata come una pedagogia sacramentale. Gesù Cristo ha voluto vivere nel mondo attraverso i suoi discepoli. Egli conferì loro i poteri del suo ministero e associò ad essi segni tangibili. Il ministero dei discepoli, e specialmente quello sacerdotale, è una partecipazione del potere di Dio al fine di convertire menti e cuori al pieno senso cristiano della vita. I segni sacramentali dovrebbero essere momenti chiave nell’esperienza cristiana di conversione ed impegno, in quanto essi esprimono, in maniera visibile, un reale intervento di Dio nell’esistenza umana. Molti dei sacramenti sono collegati a momenti fondamentali della vita umana, come la nascita, l’entrare nell’età della maturità, il matrimonio, la morte. Il sacramento della riconciliazione corrisponde al riconoscimento umano del fallimento personale e alla conseguente ammissione di colpa. Il sacerdozio configura certi uomini a Gesù Cristo nel suo unico ruolo di sacerdote del popolo.

Riferimenti nel Catechismo: il paragrafo 1076 si riferisce all’opera di salvezza di Cristo presente nella liturgia ‘sacramentale’; i paragrafi 117-1130 trattano dei sacramenti nella vita della Chiesa.

Mediazione e ministero. Il processo interiore per arrivare a credere, non dipende solo dall’intervento diretto di Dio attraverso la sua grazia, ma anche dalle preghiere e dalle opere del cristiano. Parliamo dunque di un necessario ministero cristiano, dell’attiva ed integrale educazione nella fede cristiana che dipende dall’esperienza cristiana degli altri, chiaramente intesa e attivamente vissuta. Occorre anche il riconoscimento e l’accettazione degli altri come ministri e mediatori di Dio.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 871-873 definiscono i cristiani partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo.

APPLICAZIONI PASTORALI

Può darsi che, a volte, ci siamo trovati a dover spiegare cose di cui in effetti sapevamo ben poco. La fede cristiana può talvolta apparire un po’ come una bella favoletta che può spiegare tutto quel che accade o è accaduto nell’universo. È tutto così semplice e chiaro che non ci sono difficoltà né problemi. Tutto ha un lieto fine.

La nostra esperienza di vita ci dimostra che non è così. Le brutte esperienze e i momenti difficili del nostro passato non rientrano nelle categorie prestabilite di ordine e comprensione. Soprattutto, ci pare di voler troppo da questa vita dalle mille sfaccettature, e viviamo un’intima contraddizione tra le nostre speranze ed il continuo fluire della storia.

Una delle reazioni può essere il ridimensionamento delle nostre aspettative, oppure la ritrattazione o riformulazione delle nostre speranze fondamentali per adattarci al divenire storico. Qualcosa di simile accadde ai due discepoli diretti ad Emmaus. Ci liberiamo delle nostre aspettative e regrediamo ad uno stadio di neutralità, tipico di chi non è più coinvolto personalmente in grandi imprese.

Il cristianesimo non spiega dettagliatamente l’asprezza dell’esistenza. Ci sono, infatti, molti aspetti di cui la fede cristiana non fornisce spiegazioni a livello unicamente umano. Il cristianesimo ci rassicura su significati e scopi che vanno al di là dell’esperienza contingente, e ci dà la forza per continuare ad aspettarci grandi cose in questa vita, come in quella futura. La maggior parte dei cristiani non ha visioni e non ha necessariamente esperienze mistiche di rilievo. Talvolta, però, senza accorgersene e senza riconoscerne la causa, "arde loro il cuore nel petto" (v. 32).

Il cristianesimo non teme di guardare alla realtà per quella che è, perché, anzi, esso indirizza a far proprio questo. Ma non siamo sempre preparati a farlo. Certi mercati prosperano sulla vendita delle false speranze, della roba vecchia. È interessante notare che Gesù non abbia glissato circa le brutalità della sua passione; anzi, egli chiese ai discepoli di rammentarle. Egli intendeva così mostrarne il significato pieno.

C’è un rimedio pratico da individuare nell’episodio di Emmaus. Si comincia con l’affrontare quel che temiamo e da cui fuggiamo, raccontando agli altri o perfino a noi stessi la bella favoletta dal lieto fine. La realtà cristiana non ha bisogno di alcun rifugio. Non abbiamo motivo di temere.