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Negli USA 11 Stati su 11 dicono no ai matrimoni omosessuali

Bisogna ricordare che gli americani si sono recati alle
urne anche per pronunciarsi su materie sottoposte a
referendum.
E c’è da dire che in tutti e 11 gli Stati in cui si
chiedeva il parere in tema di matrimoni omosessuali,
si è registrato il sì alla modifica della costituzione
locale: si decide, dunque, che il matrimonio può soltanto
essere tra un uomo e una donna.
In particolare, in dieci degli 11 Stati le vittorie sono
state schiaccianti, con percentuali contro i matrimoni
gay e lesbici che superano il 75 per cento.
C’è poi l’Oregon, non lontano dalla progressista
California, in cui i `sì’ sembra abbiano raggiunto il 55
per cento.
Gli Stati del referendum sono: Ohio, Michigan, North
Dakota, Arkansas, Georgia, Kentucky, Mississipi, Montana,
Oklahoma, Oregon e Utah.

Per una valutazione di questo voto, Fausta Speranza ha
intervistato Padre Michele Simone, vicedirettore e
notista politico della rivista dei Gesuiti, Civiltà
Cattolica:
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D. – Padre Simone, un pronunciamento, quello del
referendum popolare, a proposito della proposta di
modifica della Costituzione, per far sì che i matrimoni
omosessuali possano essere riconosciuti allo stesso
livello degli altri matrimoni.
A questa proposta la popolazione americana di 11 Stati
ha detto chiaramente `no’.
Vogliamo fare una riflessione a proposito e non lasciar
cadere questo dato dei referendum tra quegli altri,
invece, molto discussi per l’elezione del presidente?

R. – Certo, non va passato sotto silenzio questo risultato
che, per i cattolici ma non solo per i cattolici – come ci
dicono i sondaggi – è un fatto positivo.
Perché il matrimonio […], è fondato sulla famiglia
costituita da un uomo e da una donna.
Certo, si tratta soltanto del risultato in alcuni Stati e
noi dubitiamo che queste materie però vadano sottoposte a
referendum.
In ogni caso la valutazione non può che essere molto
positiva.

D. – Padre Simone, chiariamo cosa hanno detto o meno gli
americani.
Secondo lei, c’è una distinzione tra riconoscimento del
matrimonio e dell’unione tra omosessuali?

R. – Si tratta di due realtà leggermente diverse.
Innanzitutto, il fatto che la parola matrimonio, e la
concezione che ne è sotto, non venga applicata alle unioni
di fatto omosessuali è già un passo significativo.

D. – Commentiamo anche il voto in California, che invece è
stato l’unico Stato a dire sì alla ricerca sulle cellule
staminali …

R. – Come sappiamo è in atto un colloquio, un lavoro
nell’ambito delle Nazioni Unite per stabilire o non
stabilire il possibile utilizzo degli embrioni a fini
terapeutici o riproduttivi per la clonazione. Speriamo
che su questo punto si riesca a raggiungere un accordo
che blocchi questo tipo di convenzione. Nello stesso
tempo, in difesa della vita, come non soltanto i cattolici
fanno, non possiamo che condannare il fatto che sia
permesso l’utilizzo delle staminali tratte dall’embrione
per la ricerca, mentre come molti scienziati, anche in
Gran Bretagna, hanno detto: è meglio incamminarsi sulla
strada della ricerca sulle staminali da cellule adulte.

D. – Secondo lei, padre Simone, sul voto per le
presidenziali hanno influito questi temi di carattere
etico?

R. – E’ sempre difficile trarre, a livello di tutta la
nazione, una considerazione del genere.
Si tratta di valutare i vari gruppi, i loro orientamenti.
Ciascun candidato è andato alla ricerca di tutti i tipi
di elettorati, cercando di assumere una posizione
mediana.
Quindi, direi che solo per i gruppi evangelici e per
alcuni gruppi di cattolici, questo valga. […]
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(C) RADIOVATICANA – RADIOGIORNALE
Anno XLVIII n. 308
Testo della trasmissione di mercoledì 3-11-2004


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Il politologo Novak:
«È la vittoria della gente comune sulle élite»

«Gli elettori avevano in mente le questioni etiche
fondamentali: aborto, famiglia»

«Opinionisti, professionisti, insomma i ricchi, non
amano essere limitati da leggi morali. Hanno versato
miliardi in questa campagna. E sono stati seccamente
sconfitti»

di Riccardo Cascioli
(C) Avvenire, 4-11-2004

«E’ la vittoria della gente comune, radicata nei valori
tradizionali, sulle élites che disdegnano le questioni
etiche».
Non ha dubbi Michael Novak, politologo e direttore degli
Studi di scienze sociali all’American Enterprise
Institute.
«È stata una tornata elettorale senza precedenti – dice
Novak – il sostegno popolare per Bush è stato eccezionale,
il più grande consenso mai avuto da un presidente. Basti
pensare che Clinton, pur considerato molto popolare, non
ha mai ottenuto il 50% dei voti».

Ha fatto impressione vedere che alla chiusura dei seggi
c’erano ancora file interminabili di persone che volevano
votare.

Giusto. E la maggior parte delle persone è andata a
votare avendo in mente le questioni etiche che hanno
caratterizzato questa campagna elettorale: aborto,
famiglia, ricerca sull’embrione. E qui va compreso il
significato eccezionale di questo voto: la gente
comune si è ribellata alle élites che hanno dispiegato
grandi forze per sconfiggere l’amministrazione sulle
questioni etiche. Perché in America la gente comune è
religiosa, ama la vita, la famiglia. Non dimentichiamo
che l’aborto è stato introdotto da un tribunale, ma se
si andasse alle urne la gente, oggi come allora,
voterebbe contro. Questo dà l’idea del potere che hanno
certe élites.

Quando parla di élites a chi si riferisce precisamente?

Giornalisti, opinionisti, professionisti, più in generale
i ricchi, quel 10% della popolazione che ha un grande
potere e che non ama essere limitata dalle questioni
morali.

A questo proposito, ha fatto impressione il numero dei
miliardari filantropi – Soros, Turner e altri – che sono
scesi in campo con grande decisione contro Bush. Lei
crede che tale militanza sia legata a questi temi
“etici”?

Non solo a questi, ma certamente hanno avuto un ruolo
molto importante. Pensi che, oltre ai normali
contributi al candidato democratico, questi signori
hanno speso dai 60 agli 80 miliardi di dollari in
questa campagna elettorale per sconfiggere Bush. Lo
hanno dipinto come stupido e ignorante, ma la gente si
è identificata con Bush, e li ha sconfitti.

Questo è apparso evidente nel voto di 11 Stati contro
il matrimonio gay.

Se si fosse votato in tutti gli Stati il risultato
sarebbe stato lo stesso, perché il cittadino americano
crede nella famiglia, crede che una relazione permanente
sia necessaria per proteggere il bambino e la donna. Ci
si è resi conto che in questa elezione c’erano in gioco
le stesse fondamenta della nostra civiltà.

Il voto della California sulle cellule staminali appare
però in contrasto con quanto afferma.

Nel panorama americano la California è una realtà a sé.
È lo Stato più mediterraneo, il più pagano, il meno
religioso, dove la vita non viene presa troppo sul
serio. Perciò non sorprende che la fortissima propaganda
anti-vita abbia fatto breccia.

Lei ha detto che le élites non vogliono essere frenate
da questioni morali. Perché c’è questa avversione a certi
temi?

Perché non credono in una legge morale universale.
Pensano soltanto alla loro ricchezza, a come mantenerla
e come accrescerla, si concepiscono come il centro
dell’universo. Per questo sono fortemente relativisti e
odiano chi mette davanti la legge morale. Non vogliono
che ci sia Dio, e soprattutto che Dio influisca sulle
scelte. La gente comune invece è molto religiosa, crede
nei Dieci comandamenti e in ciò che ne consegue. E il
voto a Bush lo dimostra.