I cavalieri di Cristo. Gli ordini religiosi militari del medioevo

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Alain Demurger, I cavalieri di Cristo. Gli ordini religiosi militari del medioevo. XI-XVI secolo, Garzanti, Milano 2004, pp. 414, ISBN 88-11-69286-5, Euro 24.

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E’ generalmente poco noto che la Chiesa Cattolica – Papi, Concili ecumenici e locali, Vescovi – hanno per oltre due secoli ufficialmente approvato e raccomandato una forma di vita consacrata dedita principalmente all’uso delle armi e, inevitabilmente, anche alla guerra.
Infatti, a partire dal 1120 e fino almeno al 1312 (cioè proprio nei secoli dell’apogeo dell’influenza cattolica sul mondo occidentale), la difesa della Chiesa, della religione cattolica stessa e del popolo dalle brutalità di eterodossi, barbari e infedeli, è stata affidata agli Ordini religioso-militari e a confraternite militari: dall’Ordine del Tempio a quello dell’Ospedale, dai Cavalieri di Malta ai Cavalieri Teutonici, dai drappelli che nella penisola iberica alzavano le insegne di Calatrava, Alcàntara e Santiago ai frati della cavalleria di Evora, in Portogallo.  Peraltro, una particolare "specializzazione" nella vita monastica e i precisi esercizi che scandivano le ore quotidiane, li rendevano una sorta di truppa sceltissima, motivata al punto da compiere con facilità atti di sublime eroismo e trattenersi quasi sempre dall’inevitabile ferocia che il combattimento porta nel cuore di ogni guerriero.
Da un lato questi Cavalieri di Cristo vivevano infatti come monaci, seguendo la regola dei benedettini (soprattutto della riforma cistercense) o degli agostiniani, dall’altro occupavano la giornata non (o non soltanto) nella cura dei campi, ma in costanti esercizi d’arme, di disciplina e schieramento.
Le poche obiezioni teologiche (presenti anche a quei tempi) verso questi Ordini, riguardavano solo l’istituzionalizzazione della compatibilità tra vita religiosa regolare ed esercizio delle armi, avendo la Chiesa da sempre accettato che un militare singolarmente considerato potesse anche consacrarsi a Dio. In particolare tali obiezioni non erano in alcun modo riconducibili a quel filone ereticale che, dai marcioniti fino agli attuali catto-pacifisti, passando per Lutero (nel 1520 Papa Leone X condannerà la tesi per cui "Combattere contro i Turchi è opporsi a Dio"), considera l’uso delle armi come inconciliabile con la vita cristiana. Si trattò, insomma, di discussioni marginali, posto che l’autorità pontificia e non pochi Concili approvarono tutte le Regole di tali Ordini religioso-guerrieri, ininterrottamente per due secoli.
Il giudizio sulla loro natura, come insegna Giovanni Paolo II, va ricondotto all’interno delle istituzioni e della politica, della cultura e della mentalità dei secoli cristiani, medievali: "Il Magistero ecclesiale non può certo proporsi di compiere un atto di natura etica, quale è la richiesta di perdono, senza prima essersi esattamente informato circa la situazione di quel tempo. Ma neppure può appoggiarsi sulle immagini del passato veicolate dalla pubblica opinione, giacché esse sono spesso sovraccariche di una emotività passionale che impedisce la diagnosi serena ed obiettiva […]. Ecco perché il primo passo consiste nell’interrogare gli storici, ai quali non viene chiesto un giudizio di natura etica, che sconfinerebbe dall’ambito delle loro competenze, ma di offrire un aiuto alla ricostruzione il più possibile precisa degli avvenimenti, degli usi, della mentalità di allora, alla luce del contesto storico dell’epoca" (Discorso ai partecipanti al Simposio Internazionale di studio sull’Inquisizione, promosso dalla Commissione Teologico-Storica del Comitato Centrale del giubileo, n. 4, 31 ottobre 1998).

Con il piglio del conoscitore della materia, Alain Demurger, noto medievista e storico delle Crociate e degli Ordini religioso-militari, nonché «maestro di conferenze» all’Università di Parigi I, rileva che si trattò di un fenomeno socio-religioso diffuso per tutto l’orbe cristiano: alla difesa di Rodi i 350 frati combattenti ospitalieri provengono da Alvernia, Francia, Provenza, Inghilterra, Germania, Italia, Castiglia, Aragona (cfr. pag. 115), cioè da tutta Europa.
L’espansione di Ordini e confraternite militari venne favorita dalla Reconquista della Spagna, dalle Crociate in Terrasanta, dall’espansione del cattolicesimo sulle rive del baltico, dove ebbero un ruolo di enorme rilievo.
Ma la ragione più profonda della loro diffusione capillare e dell’incessante crescita di vocazioni va ricercata nel maggior senso del peccato, a quel tempo di generale diffusione per tutto il mondo cristiano, che induceva chi era chiamato alla vita d’armi a una forma di particolare consacrazione. Altre vocazioni venivano da chi, nella vita mondana, si macchiava di qualche gesto di violenza (che certo esisteva anche a quei tempi, benché non con la generalizzazione di nostri giorni) ed era dalla Chiesa indotto a dedicare tutta la propria vita ad espiare il peccato commesso.

La loro crescente influenza fu anche la causa della loro rovina. Con la nascita dell’assolutismo regio (XIV secolo) e il conseguente sciogliersi dell’alleanza tra monarchie e papato, aumentò il fastidio dei sovrani nei confronti di queste potenze militari ubbidienti solo ai propri superiori e al Papa che, per giunta, in taluni casi erano divenute veri e propri Stati dotati di forte potere economico.
Cominciarono così a venire artatamente diffuse chiacchiere e calunnie, al punto che, quando nel 1291 cadde Acri, ultima roccaforte cristiana in Terrasanta, nessuno soccorse i templari. Non vi fu solidarietà nemmeno vent’anni dopo, quando Filippo il Bello prima convinse il Papa a sconfessarli e poi li eliminò del tutto: Filippo di Francia incamerò gli ingentissimi beni del Tempio e il Papa fu costretto a sciogliere (con la stessa motivazione che cinque secoli dopo verrà usata per la soppressione della Compagnia di Gesù) il maggiore di questi Ordini religioso-guerrieri, quello dei templari, trasformando via via in opere caritative di tutti gli altri.

Oggi, che quasi nulla resta degli antichi ideali, la sintetica descrizione fatta di questi Ordini monastico-guerrieri dal grande S. Bernardo di Chiaravalle può ancora ispirare in cuori generosi sentimenti di una diversa forma di donazione di se’ a Dio e ai fratelli:
"Un nuovo genere di milizia, dico, mai conosciuta prima di ora: essa combatte senza tregua e nello stesso tempo una duplice battaglia, sia contro i nemici in carne e sangue, sia contro le potenze spirituali del male nelle regioni dello spirito. Ed io, invero, non giudico tanto degno di ammirazione che resista valorosamente ad un nemico corporeo con le sole forze del corpo, ritenendola, anzi, cosa frequente. Ma anche quando col valore dell’anima si dichiari guerra ai vizi o ai demoni, neppure allora dirò che questo è degno di ammirazione, sebbene sia degno di lode dal momento che si vede il mondo pieno di monaci. Ma quando il guerriero e il monaco si cingono con vigore ognuno della sua spada e nobilmente vengono insigniti della loro dignità, chi non potrebbe ritenere un fatto del genere veramente degno di ogni ammirazione, fatto che appare del tutto insolito?. Ecco un combattente veramente intrepido e protetto da ogni lato, che come riveste il corpo di ferro, così riveste l’anima con l’armatura della fede. Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi, non teme nè il demonio nè l’uomo; non teme la morte, anzi la desidera. Difatti cosa potrebbe temere in vita o in morte colui per il quale Cristo è la vita e la morte un guadagno? Certamente sta saldo con fiducia di buon grado per il Cristo, ma desidera ancor più ardentemente che la sua vita sia dissolta per esistere in Cristo: perchè questa è in verità la cosa migliore.
Pertanto, avanzate sicuri, combattenti, e con animo intrepido respingete i nemici della Croce del Cristo, stando certi che nè la morte, nè la vita, potranno separarvi dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù; ripetendo a voi stessi a ragione in ogni pericolo: ‘
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore‘ (Rom. XIV, 8). Con quanta gioia tornano i vincitori dalla battaglia! Quanto fortunati muoiono i martiri in combattimento! Rallegrati, o forte, se vivi o vinci nel Signore: ma ancor più esulta e sii glorioso nella tua gloria se morirai e ti riunirai al Signore. La vita è certo fruttuosa e la vittoria gloriosa: ma a buon diritto è da preporre a entrambe la morte sacra. Infatti, se sono beati coloro che muoiono nel Signore, quanto più lo saranno quelli che muoiono per il Signore!" (S. Bernardo, De laude novae militiae ad milites templi, scritto fra il 1128 – data del concilio di Troyes, in cui fu approvata la Regola dei Templari – e il 1136, il testo completo si trova nella Patrologia Latina del Migne).

Fr. Luigi Maria Grignion d.M., O.P.