I VESCOVI AMERICANI E LE ELEZIONI

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LA CORSA ALLA CASA BIANCA
I Vescovi degli Usa: un voto per la vita: Parla il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo di Washington e presidente della commissione della Conferenza episcopale che si occupa dei rapporti tra cattolici e vita pubblica.

Rappresentano circa un quarto degli elettori americani e raramente si schierano compatti con un partito politico o con l’altro. Tuttavia, quello dei cattolici americani è da sempre un voto molto ambito negli Usa, ma quest’anno, alle presidenziali di novembre, potrebbe rivelarsi addirittura decisivo. Molti elettori che si riconoscono nella Chiesa di Roma hanno già preso una decisione, altri stanno ancora valutando i candidati con attenzione, per capire quale dei due risponde meglio alle loro attese. I vescovi statunitensi non hanno preso posizione né a favore di George W. Bush né del suo sfidante John Kerry, ma stanno aiutando i fedeli a fare una scelta che, per forza di cose, non sarà mai perfetta.
Il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo di Washington e presidente della commissione della Conferenza episcopale che si occupa dei rapporti tra cattolici e vita pubblica, è però convinto che sia importante per i credenti partecipare alla vita politica del loro Paese.


In un sistema bipartitico come quello americano è molto difficile che la piattaforma programmatica di un candidato “soddisfi” ogni elemento della dottrina sociale cattolica. Come deve comportarsi un cattolico di fronte a due candidati forzatamente “imperfetti”?
Trovare il candidato ideale non solo è difficile, è impossibile. Ai fedeli diciamo però con chiarezza che è sempre importante continuare a sostenere i principi che definiscono la morale cattolica e tenerli vivi nelle coscienze dei candidati come degli stessi elettori. Vogliamo far capire che come pastori siamo profondamente coinvolti e interessati alla vita pubblica del Paese.


Quali indicazioni offrite, come vescovi, ai cattolici d’America che si stanno preparando al voto di novembre?
La premessa è che i vescovi non si schierano con un candidato o con l’altro. Non vogliamo entrare direttamente nelle decisioni politiche. Quello che facciamo è indicare la dottrina sociale cattolica e i documenti sul rapporto fra vita pubblica e cattolicesimo e manati dalla Santa Sede, e presentare ai fedeli i criteri che devono guidare le scelte politiche di un cattolico. L’idea di fondo è che essere un cittadino responsabile è una virtù e partecipare nel processo politico ed elettorale è un dovere morale.


Quali sono dunque i principi che un cattolico deve mettere al primo posto nel prendere una decisione politica?
Primo è il rispetto della vita: questo deve essere il fondamento di ogni discussione e decisione politica. Ma non sarà l’unico valore di riferimento. La dottrina cattolica indica necessaria anche una politica responsabile nei confronti delle questioni legate alla pace e alla giustizia sociale e all’aiuto dei poveri. Cerchiamo di comunicare ai fedeli che una cittadinanza responsabile significa conoscere questi temi e salvaguardarli. Diciamo anche che ogni decisione deve essere presa in libertà di coscienza, ma solo dopo essersi informati a fondo sugli insegnamenti della Chiesa.


Nei mesi scorsi più di un vescovo statunitense ha sollevato, pubblicamente o presso la Conferenza episcopale, la possibilità di non concedere l’eucarestia a candidati che si professano cattolici, come John Kerry, ma sostengono il diritto all’aborto. I documenti emersi dalla recente assemblea dei vescovi Usa in Colorado sono sembrati cauti in materia. Qual è la conclusione della commissione che presiede?
Stiamo ancora lavorando sull’argomento, ma per il momento la decisione resta affidata a ogni singolo vescovo che conosce meglio di ogni altro le circostanze che si verificano nella sua diocesi, così come l’impegno e l’azione dei politici locali. Abbiamo fiducia completa che ognuno di loro saprà prendere la decisione giusta. Ma a tutti i vescovi abbiamo fatto notare che, come conferenza episcopale, vogliamo evitare che sull’eucarestia si inneschino strumentalizzazioni di carattere politico e che l’altare non è il luogo adatto per battaglie che si possono e devono combattere altrove.


Quale è la funzione della commissione “Cattolici e vita pubblica”?
Lo scopo del nostro lavoro è dialogare ed educare. Cerchiamo in continuazione il modo migliore di metterci in relazione con i politici cattolici di entrambi gli schieramenti, e intendiamo tenere aperto il dialogo con tutti. Vogliamo spiegare loro quali sono i temi importanti per un cattolico e il perché. E ricordiamo che pur nel rispetto della loro libertà di coscienza, se agiscono in disaccordo con la dottrina cattolica, non devono, in coscienza, accostarsi all’altare per ricevere la santa Comunione.


La settimana scorsa lei e altri cardinali americani avete preso parte a un convegno dell’associazione dei Cavalieri di Colombo che ha visto la partecipazione di George W. Bush. La stampa americana l’ha letta come un sostegno implicito alla rielezione del presidente. Cosa risponde?
Ho risposto all’invito di un’associazione che è molto attiva in tutte le diocesi americane e contribuisce enormemente alle vocazioni e all’attività caritatevole dei cattolici d’America. È l’associazione cattolica più grande d’America e per tradizione invita sempre i vescovi e cardinali Usa alla propria assemblea annuale, cui io – per esempio – non manco mai. Nessuno, me compreso, è andato in onore del presidente, ma per una giornata proficua di incontri e di lavoro.


Le interpretazioni più disparate del comportamento dei membri della Chiesa americana sono all’ordine del giorno in campagna elettorale. La disturbano? Pensa che si possano evitare?
Strumentalizzazioni e malintesi sono sempre possibili, ed è molto difficile evitarli. In particolare se un pastore vive e opera a Washington, come faccio io, è ancora più coinvolto nella vita politica nazionale e ancora più esposto all’attenzione dei media. È importante sapere come gestire queste situazioni senza fomentare chiacchiere, e la commissione che presiedo fornisce ai vescovi molti suggerimenti in proposito. Il primo è però sempre quello di tenere aperto il dialogo con tutti, anche a rischio di malintesi. Mi sono trovato più di una volta “nei guai”, per modo di dire, perché disposto a incontrare tutti e a parlare con tutti, ma ho intenzione di continuare a farlo. L’esempio del Santo Padre in merito è chiaro ed io cercherò sempre di seguirlo.

di Elena Molinari
Avvenire 29 agosto 2004

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