Hilaire Belloc, L’Europa e la Fede

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Hilaire Belloc, L’Europa e la Fede, trad. it., con prefazione di Paolo Gulisano su Belloc e la vecchia Europa, il Cerchio, Rimini 2003, pp. 224, € 16,00

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Dopo oltre mezzo secolo — l’ultima edizione è del 1946 — è di nuovo disponibile in traduzione italiana il saggio Europe and the Faith, di Hilaire Belloc, la cui figura ho brevemente descritto nella voce Hilaire Belloc (1870-1953) del Dizionario del Pensiero Forte — la notizia biografica riportata in terza copertina ne trascrive esattamente l’esordio, ma dell’operazione di «taglia e incolla» sono tenuti all’oscuro sia l’autore della nota che il lettore dell’opera — e del quale ho recensito Lo Stato servile (trad. it., Liberilibri, Macerata 1993) in Cristianità (anno XXII, n. 229, maggio 1994, pp. 22-24).
Introdotta da un saggio di Paolo Gulisano (pp. 5-14), che fornisce un breve profilo biografico e culturale di Belloc e descrive i punti salienti del ragionamento storico ivi svolto dall’autore, L’Europa e la Fede, pubblicato nel 1920, compendia le tesi sulla civiltà cristiana europea — a partire dagli esordi della sua formazione, con la conversione dell’Impero Romano al cristianesimo, fino all’inizio della sua dissoluzione storica a opera della cosiddetta Riforma protestante — con cui lo storico, narratore e polemista franco-inglese si oppone alla storiografia tedesca e britannica dell’epoca, la cui eco, seppure in un contesto culturale molto diverso, è tuttora percepibile nell’immaginario storico contemporaneo.

Se la passione polemica lo spinge in più d’una occasione a unilateralità di vedute e a debolezze argomentative, i numerosi elementi di fatto e di giudizio che offre al lettore, opportunamente integrati e ordinati, dischiudono quadri interpretativi di grande significato.

Nell’introduzione, La coscienza cattolica della storia (pp. 15-30), egli espone la convinzione che ogni tentativo di spiegare gli accadimenti storici del continente europeo indipendentemente dalla prospettiva cattolica sia infruttuoso e fuorviante, data la totale compenetrazione fra la fede cristiana — e la Chiesa, che ne è portatrice e custode — e l’Europa. Il primo esempio a riguardo — le cause della prima guerra mondiale (1914-1918) — risulta purtroppo piuttosto infelice, condizionato da un forte sentimento antitedesco a cui certo non è estranea la perdita negli eventi bellici del figlio Louis e di molti amici. Interpreta infatti il conflitto come l’aggressione dell’elemento germanico-protestante continentale, che identifica come «Prussia», ai paesi di cultura romano-cattolica, senza però riuscire convincentemente a spiegare, in questa chiave, gli schieramenti: a fianco della «Prussia» l’Impero austro-ungarico, tradizionale e ultimo sostegno politico della causa cattolica, nonché i paesi cattolici dell’Impero germanico; nel fronte anti-tedesco l’Inghilterra, da secoli braccio armato del protestantesimo, e la Francia, vittima di un processo lungo e traumatico di allontanamento dal cattolicesimo, governata da forze certamente non favorevoli a quest’ultimo.

Significativo è invece il secondo esempio, la vicenda di san Tommaso Becket (1118-1170), arcivescovo di Canterbury, che pagò con la vita la strenua difesa delle prerogative della Chiesa in Inghilterra contro le pretese regali. Tale linea di comportamento, specie se paragonata alla maggiore accondiscendenza dei confratelli inglesi nell’episcopato e della stessa Santa Sede, trova spiegazione solo nella premonizione che Becket ebbe del pericolo di asservimento della Chiesa al potere politico degli Stati nazionali, di cui il Regno inglese stava precorrendo lo sviluppo, in tutta la cristianità occidentale.

Nel primo capitolo, L’Impero romano (pp. 31-44), Belloc riassume la parabola storica e il ruolo civilizzatore di Roma, mentre nel secondo, La Chiesa nell’Impero romano (pp. 45-67), descrive l’incontro finale, dopo le persecuzioni, fra il cristianesimo e l’Impero Romano. Alla tolleranza seguì l’accettazione ufficiale della nuova religione, non alla stregua dei tanti culti orientali atti a soddisfare la vacuità di animi decadenti e inquieti o a fornire supporto religioso all’assolutizzazione del potere imperiale, ma nei suoi caratteri specifici: un corpo di verità di fede e di norme morali proposto da un’istituzione, la Chiesa, dotata, a fronte del potere politico, di una struttura propria e di un proprio principio di legittimità, ovvero il mandato divino e l’ininterrotta successione apostolica a partire dal suo Fondatore.

Nei due capitoli successivi, La caduta dell’Impero romano (pp. 69-89) e L’alba delle nazioni (pp. 91-112), tratta di come l’Impero, indebolito da una crisi istituzionale, economica e militare, ma non dal cristianesimo, da cui anzi trasse un nuovo principio di unità e di consapevolezza, affrontò l’impatto dei «popoli del Nord», che, lungi dal provocarne il crollo, ne avrebbero ancora a lungo subito il richiamo e goduto la civiltà; particolare attenzione dedica alla progressiva transizione del potere dalle vecchie strutture civiche imperiali ai nuovi protagonisti.
Lo storico nega poi che a tali popoli debbano farsi risalire tutti i connotati più caratteristici dell’età di mezzo, dal feudalesimo ai parlamenti alla cavalleria, nonché ascriversi presunte virtù individuali e sociali che, rifiorite dopo che la Riforma ebbe ragione della Chiesa cattolica intesa come espressione «romana» del cristianesimo, avrebbero «[…] dato sviluppo alla civiltà protestante. Tipo di società progressiva, sana, e di già dominatrice di ogni rivale; destinata presto ad essere, se già non lo è, la civiltà suprema» (p. 72).

Sotto tale luce nel capitolo quinto, Cos’avvenne in Britannia (pp. 113-150), esamina la storia inglese, ritenuta a questo riguardo esemplare, «[…] poiché una conoscenza della Britannia nel periodo 500-700 come in quello 1530-1630 è la base d’ogni concezione della storia europea, e se si è male informati su questi due punti, lo si è sul tutto» (p. 115). La tesi di un precoce divorzio dell’Inghilterra dalla civiltà europea, erede dell’Impero Romano, è infatti alla base della negazione dell’omogeneità culturale, che costituisce l’Europa continente al di là di ogni connotato geografico ed etnico, quando non addirittura dell’affermazione del rapporto causale fra tale divorzio e lo sviluppo di una civiltà moderna, economicamente e militarmente egemone sulla scena mondiale. L’autore cerca perciò di colmare — ricorrendo alla critica delle scarse fonti in base al senso comune e all’analogia con quanto accaduto sul continente — il vuoto delle cronache dall’abbandono dell’isola da parte delle legioni romane, convenzionalmente datato al 410, al 597, anno di inizio della missione in Britannia di sant’Agostino di Canterbury (?-604), inviato da Papa san Gregorio Magno (590-604).

In tale periodo gli elementi di continuità, sia negli aspetti di organizzazione sociale che in quelli di civiltà materiale, prevalsero su quelli di discontinuità: né la partenza delle legioni portarono al riemergere, sic et simpliciter, dell’elemento celtico, né le scorrerie anglosassoni succedutesi dal secolo IV al VI, che instaurarono molti piccoli regni germanici pagani nella parte orientale e sudorientale del paese, pur premendo sui piccoli regni celtico-cristiani della parte centrale e occidentale, causarono una germanizzazione politica, demografica e culturale dell’isola.

Questo drastico ridimensionamento polemico della portata delle invasioni barbariche ha guadagnato a Belloc, non del tutto immotivatamente, la critica di non aver reso appieno la complessità della civiltà romano-germanica e lo stesso ruolo civilizzatore del cristianesimo.

Nel capitolo sesto, L’età barbarica (pp. 151-164), lo storico descrive il lungo sonno dell’Europa nei secoli che «[…] si possono ben paragonare ad un lago in cui si riversarono, ribollirono e poi si calmarono le energie del mondo antico e da cui alla buona stagione defluirono nuovamente le energie del Medio Evo propriamente detto» (p. 152). Gli elementi caratteristici di questo periodo — il feudalesimo, il ruolo di cemento della cristianità occidentale svolto dalla Chiesa attraverso la dottrina, la liturgia e la stessa organizzazione ecclesiastica, lo scarso progresso della civiltà materiale — sono a suo avviso da mettere in relazione con il poderoso sforzo sostenuto dal secolo VIII al X per reggere l’assedio dell’Islam e dei pirati scandinavi. Nell’apparente stasi di questo periodo, tuttavia, trovarono incubazione le forze — descritte nel capitolo settimo, L’età medievale (pp. 165-175) — che dal secolo XI alla Riforma avrebbero determinato il risveglio del continente e la fioritura della civiltà cristiana: l’opera di papa Gregorio VII (1073-1085), la meteora storica costituita dai Normanni, le Crociate e la Reconquista della Spagna.

Nel capitolo ottavo, Cosa fu la Riforma (pp. 177-190), l’autore espone uno dei principali filoni della sua riflessione storica. La Riforma protestante costituì il punto di partenza dello sfaldamento della civiltà europea e la causa remota o prossima dei mali del continente: «L’abominio dell’industrialismo; la perdita di terra e capitale da parte del popolo in vaste regioni d’Europa; la riluttanza delle scoperte moderne nel servire ai fini dell’uomo; la serie di guerre sempre più gigantesche e continuamente crescenti in rovinosità e crudezza finché i morti non furono contati a milioni, il crescente disordine e la crescente infelicità sociale» (p. 177). Dichiaratosi incompetente a esaminare la Riforma sul piano strettamente teologico, egli ne individua il substrato nell’inquietudine che all’epoca percorse la cristianità occidentale, da una parte per la sclerotizzazione e la degenerazione di alcuni elementi sociali della civiltà medioevale, dall’altra per il rapido sviluppo della tecnica. A ciò corrispose una certa quale incapacità del corpo storico della Chiesa a metabolizzare le novità, buone e cattive, che andavano emergendo: «Il grande movimento dello spirito europeo fu represso a caso e quasi altrettanto a caso incoraggiato; sembrò invero che nessuna forza unitaria permanesse in tutto il Cristianesimo [o piuttosto cristianità, nell’originale inglese] a persuadere, ad incoraggiare a comandare» (p. 181). Il successo della Riforma fu poi assicurato dagli esiti politici della «[…] passione che l’umanità in questo momento vivacemente creativo sentì per l’assoluto nel governo civile» (p. 187). Gli effetti della Riforma, istintiva rivolta contro la civiltà europea di popoli che solo superficialmente vi appartennero, sarebbero stati tuttavia presto o tardi rimontati se non fossero intervenuti due fattori decisivi: in primo luogo l’adesione alla Riforma di ceti economici desiderosi di scuotere l’ordine morale e sociale medievale che li teneva a freno e d’impossessarsi dei beni della Chiesa, in secondo luogo La defezione della Britannia, oggetto del capitolo nono (pp. 191-206). L’Inghilterra ebbe la sventura di essere animata, più di ogni altro paese europeo, da un «superstizioso attaccamento dei cittadini al potere civile» (pp. 198-199), proprio nel momento in cui questo cadde nelle mani di oligarchie terriere e mercantili resesi solidali con la causa della Riforma, così da divenire l’avanguardia politica, economica e militare del protestantesimo.
Nella Conclusione (pp. 207-216) l’autore percorre gli stadi della malattia dell’Europa, a partire da un certo Rinascimento e dalla Riforma fino a giungere al razionalismo del secolo XVIII e al materialismo del XIX. «Come risultato finale di questa catastrofe di tre secoli fa, siamo giunti a una situazione talmente insostenibile, a un tale svanire di criteri morali, a una tale dissipazione di frammentaria attività spirituale che il corpo sociale si dissolve. Si sente ovunque che il continuare per questa via fatale e sempre più oscura è come accumulare debiti su debiti» (p. 216). L’unica terapia che Belloc ritiene efficace per l’Europa è il ritorno alla fede che, attraverso la Chiesa cattolica, l’ha storicamente plasmata.
Chiude l’edizione un Indice dei nomi (pp. 217-222), indubbiamente utile pur elencando indiscriminatamente luoghi, fatti, epoche e movimenti di idee.

L’Europa e la Fede, che costituisce un contributo non trascurabile alla riscoperta delle radici cristiane dell’Europa, avrebbe certamente meritato una maggiore cura editoriale. La traduzione proposta, anche se non se ne fa menzione, è dello storico bresciano Mario Bendiscioli (1903-1998), ripresa da una delle edizioni che, sempre con il titolo L’Anima Cattolica de l’Europa e sempre per i tipi della casa editrice Morcelliana, seguirono la prima del 1927; una parziale revisione intervenuta a carico di particolari stilistici datati ma nel complesso trascurabili ha lasciato tutte le imperfezioni della traduzione originale aggiungendovi inspiegabilmente nuovi errori.

Paolo Mazzeranghi
Tratto da Cristianità, n. 323 (maggio-giugno 2004)