Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle crociate

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\"\"ROBERT SPENCER, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate, Lindau, Torino 2008, pp. 336, € 19

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«Non bisogna fare lo stesso errore del 1920». Così, per raggiungere il potere, i partigiani “rossi” sono disposti a tutto: taglieggi, rapine, minacce, stupri e soprattutto omicidi realizzati con tanta, tantissima violenza, efferata e gratuita, che colpisca inermi avversari allo scopo di terrorizzare tutti i loro parenti e conoscenti.

«Tutto ciò che sapete sull’Islam e le Crociate è falso» recita il sottotitolo, perché la gran parte dei testi scolastici e dei libri di storia più diffusi sono scritti da accademici e da apologeti dell’islam che giustificano le loro teorie e scelte con “fatti” storici mistificati. «Non ho concepito questo libro né come un’introduzione generale alla religione islamica né come un esaustivo resoconto storico sulle Crociate. Piuttosto, mi propongo di analizzare una serie di affermazioni sull’islam e sulle Crociate tanto tendenziose quanto popolari. Con la speranza di rendere il discorso pubblico un po’ più vicino alla verità» scrive Robert Spencer, direttore del Jihad Watch e membro aggiuntivo del Free Congress Foundation, già autore di altri saggi controcorrente sull’islam, religione non del tutto pacifica, se egli attualmente è costretto a vivere sotto protezione in una località segreta per via della solita fatwa lanciatagli dall’imam di turno.

L’approccio dell’autore è dichiaratamente contro la “vulgata” propria della saggistica “politicamente corretta”: dicendo pane al pane e vino al vino, analizza i vari punti della legge coranica, sottolineando in appositi box – che peraltro rendono molto agevole la lettura – come certi elementi estremamente retrivi siano tuttora presenti nella cultura musulmana e come cristianesimo ed islamismo siano inconciliabili (il continuo parallelo tra detti del Corano e parola del Vangelo è altamente esemplificativo).

Il risultato è un manuale piacevole, che funge da schiaffo salutare capace di ridestare dal sogno di una convivenza impossibile con un “islam moderato”, esistente solo nei discorsi di chi, probabilmente in malafede, è disposto a tutto pur di minare la cultura cristiana. Magari fino a spingersi a sostenere insistenti debiti della cultura occidentale rispetto a quella musulmana (primo fra tutti, la pretesa “scoperta” di Aristotele grazie al commento di Averroè, peraltro tacendo che questi venne esiliato dal califfo almohade, che ne fece bruciare le opere e che costrinse il filosofo a trovare rifugio proprio nella cattolica Italia).

Quello di Spencer è un vero e proprio manuale che offre argomenti da contrapporre agli amanti della “convivenza pacifica tra religioni e culture” incapaci di rendersi conto della portata devastante che l’islam avrà se si diffonderà in Europa.
(RC n. 38 – Ottobre 2008)

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Questo saggio è una pietra miliare per chi si sente soffocare dal cappio dei miti politicamente corretti o, in questo caso, per usare una felice espressione di Magdi Cristiano Allam, “islamicamente corretti”. L’autore è uno studioso ben documentato che può anche vantarsi di passare indenne sotto le forche caudine delle note a piè di pagina. È direttore del Jihad Watch, e per quello che ha scritto vive sotto protezione in una località segreta.

Il suo approccio pecca talvolta di goliardia: che sarebbe da evitare quando si toccano tasti delicati come la sensibilità religiosa, e però è compensata dall’accuratezza dell’analisi.

Il libro – ci mette onestamente in guardia l’autore – non è un’introduzione generale alla religione islamica, ma si propone di capovolgere alcuni miti tendenziosi. Come quello secondo cui Maometto (570 – 632), il Profeta, avrebbe predicato pace e tolleranza. In realtà fu “un uomo e un profeta di guerra”, decapitò personalmente alcuni ebrei, fu uno spietato condottiero di eserciti, come emerse nella famosa battaglia di Badr, dove Maometto guidò i suoi contro gli Hurayš, una tribù rivale. In quest’occasione fonti islamiche raccontano che Uqba, uno dei capi degli Hurayš a cui Maometto aveva augurato la morte, supplicò il Profeta di risparmiargli la vita: “chi si occuperà dei miei bambini?”. “L’inferno” – rispose Maometto ed ordinò che venisse giustiziato. Così fece anche per ‘Abū Ĝahl, la testa del quale, una volta decapitato, fu mostrata al Profeta che ne rese grazie ad Allah. I musulmani erano meno numerosi dei guerrieri della tribù rivale, per cui la loro vittoria dipese solo da Allah: “è Allah che li ha uccisi” (Corano VIII, 17). La battaglia di Badr è il primo esempio pratico di jihād: coloro che rifiutano l’Islam “di tutta la creazione siano i più abbietti” (Corano XCVIII, 6) e il volere di Allah è di “colpire al collo i miscredenti” (Corano, XLVII, 4). Così Maometto cominciò ad assediare alcune comunità ebraiche che gli si arresero incondizionatamente. Racconta il primo biografo del Profeta che un poeta ebreo, K’abbin al ‘Ašraf, “compose versi amatoriali di natura insultante nei confronti delle donne musulmane”. Maometto, irato, chiese ai suoi seguaci: “Chi è disposto ad uccidere K’abbin al Ašraf, che ha offeso Allah e i suoi apostoli?”. Si offrì un giovane musulmano che uccise il poeta ebreo in una imboscata. Ma dopo fu dato un ordine molto più generale: “uccidete ogni ebreo che vi capiti tra le mani”.

Il Corano – nota R. Spencer – “è l’unico tra gli scritti sacri di tutto il mondo che sproni i suoi adepti a muovere guerra agli infedeli”. L’autore per tabulas annienta il padre di tutti i miti “islamicamente corretti”: quello secondo cui l’Islam sarebbe una religione di pace degenerata a causa di un’esigua minoranza estremista. Il testo dettato da Allah ordina ai musulmani di muovere guerra agli ebrei e ai cristiani; i versetti coranici ispirati alla tolleranza (quelli cosiddetti meccanesi distinti dai medinesi) – a cui tanto spesso si fa riferimento – sono in realtà cancellati, secondo la teologia islamica e la dottrina dell’abrogazione (nash). Nel Corano non c’è traccia di fratellanza, uguaglianza e dignità di ogni uomo. Più di un centinaio sono i versetti coranici che incitano i musulmani al jihād (che ha il significato di “combattimento interiore” o, più spesso, “guerra santa”), il più nobile dovere del credente. “Quando in combattimento incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente” (Corano XLVIII, 4). “Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non uccideteli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti” (II, 191). I fedeli non devono imbracciare le armi per autodifesa, ma: “Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia reso solo ad Allah” (II, 193).

La dottrina bellica non è neppure – come sostiene una certa vulgata – una minima parte della religione islamica. In numerosi hadīth (volumi in cui Maometto spiega come ricevette determinate rivelazioni e si pronuncia su materie controversie tramite degli esempi), il Profeta sottolineò la centralità della guerra santa: una volta un musulmano gli chiese quale fosse “l’azione migliore” che potesse compiere e Maometto rispose: “partecipare al jihād e combattere in nome di Allah” perché “partire per il jihād al mattino o alla sera merita una ricompensa più grande della terra e di tutto ciò che essa contiene”. I jihād avranno un posto in Paradiso molto più alto rispetto agli altri perché – dice l’apostolo di Allah – “non conosco altra azione che sia ugualmente meritoria”.

In un hadīth di grande importanza, il Profeta delinea tre possibilità che i musulmani hanno il dovere di presentare agli infedeli: “invitateli ad accogliere l’Islam; se acconsentono, accettateli e abbandonate la lotta… Se rifiutano, chiedete loro la ğizyah (una tassa sulla persona, fondamento di un intero sistema di regolamenti umilianti, ndr). Se accettano di pagarla, accettatela e astenetevi dalla lotta. Se invece si rifiutano di pagare la tassa, chiedete aiuto ad Allah e preparatevi a combattere”. In molte società islamiche, ancora oggi, la legge relega gli ebrei, i cristiani e gli altri non musulmani in uno status d’inferiorità. La legge islamica li chiama dimmī, ossia colpevoli, e la dimmitudine non è affatto cosa del passato: basti solo pensare che l’apostasia costituisce un peccato capitale. In molti Paesi, dove pure non vige la sharīa (legge civile fondata sul Corano), i cristiani e gli ebrei non hanno personalità giuridica e vengono discriminati.

L’Islam, sostengono i fautori del politicamente corretto, garantirebbe la dignità e l’onore delle donne: a discriminare le donne sarebbero solo i talebani e vecchi uomini ostaggi di un certo retaggio culturale. In realtà nel Corano è scritto: “gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre” (IV, 34); “le vostre spose per voi sono come un campo. Venite pure al vostro campo come volete” (II, 223); “e se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono”( IV, 3); “ecco quello che Allah vi ordina a proposito dei vostri figli: al maschio la parte di due femmine” (IV, 11); “le donne virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (IV, 34). Nelle istruzioni relative al divorzio, il Corano dà per scontato il matrimonio con le bambine: “se avete qualche dubbio a proposito di quelle delle vostre donne che non sperano più nel mestruo, il loro termine sia di tre lunazioni. Lo stesso valga per quelle che non hanno ancora il mestruo” (LXV, 4). Sappiamo anche che Maometto “sposò Āisha quando quest’ultima aveva soltanto sei anni, ma il matrimonio non fu consumato che tre anni dopo”. Un importante hadīth dice che quando “le donne erano diventate arroganti nei confronti dei loro mariti”, il Profeta “diede agli uomini il permesso di picchiarle”, aggiungendo poi: “non si deve mai chiedere a un uomo perché abbia percosso sua moglie”. Anche Maometto picchiò sua moglie Āisha. Una notte, pensando che la donna dormisse, egli uscì. Āisha, tuttavia, lo seguì sospettosa ed appena egli se ne accorse la percosse: “mi colpì sulla guancia, facendomi molto male”.

Il Profeta non perse occasione di sottolineare che le donne fossero proprietà degli uomini: “se un marito chiama la moglie nel suo letto ed ella rifiuta, impedendogli un buon sonno, gli angeli la malediranno fino al mattino”. La legge islamica decreta che “il marito possa proibire alla moglie di uscire di casa” e che “una donna non possa lasciare la città senza suo marito o un membro della famiglia la accompagni”. Il divorzio dalla moglie è una cosa facilissima: il marito non deve far altro che dirle: “voglio il divorzio”. Sono elevate le probabilità che un uomo divorzi dalla moglie in un accesso d’ira, ma che poi voglia riconciliarsi con lei. Se questo si ripete per tre volte: “quando un uomo libero ha pronunciato una triplice sentenza di divorzio non gli è concesso risposare la donna da cui si è separato finché ella non abbia regolarmente sposato un altro uomo e non abbia consumato con lui il matrimonio”. Di qui il fenomeno dei “mariti provvisorî”. Maometto stesso aveva nove mogli e svariate concubine.

In tribunale la parola di una donna vale la metà di quella di un uomo, ma nei casi di abuso sessuale è necessaria la deposizione di quattro testimoni di sesso maschile, i quali devono aver assistito al fatto stesso. La genesi di questa pratica è nel Corano: una volta la moglie preferita del Profeta fu accusata di infedeltà, ma Allah giunse in aiuto del suo messaggero: “Perché non produssero quattro testimoni in proposito? Se non portano i quattro testimoni, allora davanti ad Allah sono essi i bugiardi” (XXIV, 13). La conseguenza di questa norma è che, nei Paesi che seguono i dettami della sharīa, dimostrare che sia avvenuto uno stupro è quasi impossibile. “Fin quando gli uomini crederanno al Corano – scrive Spencer – le donne saranno disprezzate… soggette alla sofferenza e alla disumanizzazione della poligamia, alla minaccia di un divorzio facile e capriccioso e a umiliazioni persino peggiori – tra cui la violenza fisica”.

Anche “l’idea che in linea di massima l’Islam condivida la concezione morale dell’ebraismo e del cristianesimo” è un mito politicamente corretto, perché – annota Spencer – “l’Islam conosce un unico principio morale che tutto comprende e tutto giustifica: «cio è che è buono per l’Islam è giusto»”. Nel 7° capitolo, Come Allah uccise la scienza (il quale andrebbe fatto leggere ad Odifreddi che, senza pudore, sostiene che anche l’Islam è più aperto alla scienza rispetto al Cristianesimo), l’autore dimostra come “la tanto esaltata «epoca d’oro» della cultura islamica fu in gran parte dovuta a non musulmani” e come i fondamenti dell’Islam non favoriscono la ricerca scientifica: “ebrei e cristiani credono che Dio sia buono, e che la Sua divinità sia dotata di coerenza. Di conseguenza Egli ha creato l’universo seguendo leggi razionali che l’uomo può decifrare”, di qui l’importanza ed il valore della ricerca scientifica, come ha anche spiegato san Tommaso l’aquinate. Secondo la concezione islamica, affermare che vi sono leggi in natura è blasfemo e significa negare la libertà di Allah, perché la sua volontà controlla ogni cosa ed è imperscrutabile: affermare il contrario è limitare la sua assoluta sovranità.

Dopo aver descritto le lusinghe del Paradiso islamico descritto nel Corano (un luogo adibito a soddisfare i propri appetiti fisici che è assicurato solo a chi uccide e si fa uccidere per Allah) ed aver dimostrato che l’Islam è stata una religione diffusa con la violenza e con guerre mosse da imperialismo religioso, l’autore tratta – in modo revisionista come si addice ad uno studioso alla ricerca della verità – le crociate: esse “non furono atti di aggressione ingiustificata dell’Europa contro il mondo islamico, bensì una risposta, per troppo tempo rinviata, a secoli di aggressioni musulmane… non si trattò di imperialismo religioso, ma di guerre finalizzate alla riconquista di terre originariamente cristiane e alla difesa dei loro abitanti… scopo delle crociate non era la conversione forzata dei musulmani al cristianesimo”.

La III parte del libro, Il jihād oggi, è la più scoppiettante del volume: si sostiene che “l’Islam non ha riformato né modificato la sua tradizionale dottrina jihādista” e che lo “scopo delle odierne cellule jihādiste è restaurare un califfato che promuova la guerra contro l’Occidente”. Da parte delle autorità europee ed americane c’è una certa riluttanza ad affrontare la realtà dell’Islam; d’altro canto, negli ultimi decenni, soprattutto l’Europa ha incoraggiato l’immigrazione di massa dalle nazioni islamiche (Bernard Lewis, storico dell’Islam, ha dichiarato che “entro la fine del secolo l’Europa sarà islamica”): ma, contemporaneamente, domandare quanto queste persone siano disponibili ad accettare il pluralismo occidentale è sic et simpliciter un tabù.

Questi, dunque, per sommi capi, i contenuti del libro.

Possiamo dire che è poco “scientifico” estrapolare citazioni (per quanto numerose) e concentrarsi solo su alcuni aspetti (per quanto radicati) dell’Islam? Forse sì. Ma Spencer ha il merito di evidenziare aspetti che – in maniera davvero poco “scientifica” – sono stati sin qui censurati. Che almeno si apra il dibattito.

Possiamo altresì dire che anche altre religioni sono state fonte di violenza, hanno perseguitato il dissenso, hanno discriminato le donne?  Certamente sì. Ma questi problemi nell\’Islam si pongono oggi, non secoli addietro; e non vi sembra essere al suo interno un percorso critico.

Gli argomenti portati da Spencer, in ogni caso, sono sufficienti ad attribuirgli, secondo una certa vulgata occidentale, le caratteristiche del razzista e dell’ “islamofobo” (un neologismo della neolingua politically correct coniato congiuntamente dall’ONU e dai terroristi islamici), oltreché, ammenda imperdonabile, un neo-crociato. Difatti, alla fine del suo volume, propone “una crociata da combattere oggi”: “gli effetti corrosivi del multiculturalismo hanno generato tra i nostri stessi figli un odio suicida nei confronti dell’Occidente, ed è arrivato il momento di fare marcia indietro, estirpando, con uno sforzo collettivo, l’etica multiculturalista radicata sia nei libri scolastici sia nella cultura nel suo complesso. Il mondo deve alla civiltà occidentale valori umani universalmente accettati (a eccezione del mondo islamico), progressi tecnologici che vanno al di là di quanto in passato si potesse anche solo immaginare, e molto altro. Eppure i nostri governanti e i nostri maestri ci esortano a vergognarci di fronte al mondo. E’ tempo di dire «basta», e insegnare ai nostri figli ad andare orgogliosi della propria eredità. Affinché sappiano che possiedono una cultura e una storia di cui e possono e devono essere grati, che non sono i figli di oppressori e tiranni, e che le loro case e le loro famiglie meritano di essere difese da chi vuole appropriarsene, e per farlo è disposto a uccidere. Chiamatela crociata”.

Crociata non militare, quindi, ma di difesa culturale contro l’avanzata dell’Islam, perché “la lotta contro la sharīa non è nient’altro che una battaglia per i diritti umani, un concetto sorto in Occidente e respinto dall’Islam”. L’autore avanza diverse proposte di stampo geopolitico: vincolare gli aiuti stranieri alla linea di condotta nei confronti dei non musulmani; un progetto per accedere a nuovi fonti di energia; riportare notizie esatte circa l’attività jihādista.

Questa “crociata” dovrebbe aiutare gli stessi musulmani ad un approccio più consapevole alla loro religione. Infatti, il Corano si può leggere e meditare solo in un arabo classico estremamente arduo, e molti musulmani non sanno neanche cosa esso predichi (senza dimenticare che la maggior parte dei musulmani non è più araba).

Inoltre, è importante offrire una sponda a quei fedeli islamici che “non vogliono avere nulla a che fare con l’odierno jihād globale. Pur contando su una base teologica debole, molti di loro stanno lavorando in modo eroico per rendere possibile il sogno di un Islam moderato che consenta ai musulmani di coesistere pacificamente con i loro vicini non musulmani”. Con queste “persone da lodare”, come le definisce Spencer, è necessario il dialogo.

Il 25 settembre 2006, Papa Benedetto XVI ha detto: “il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà… sono profondamente convinto che, nella situazione in cui ci si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell’ affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la protezione della dignità dell’essere umano e i diritti che ne derivano”.

di Roberto Vecchione per Europaoggi.it