Giuseppe Lazzati & il referendum sul divorzio

Chiesa
Studi cattolici n.583 settembre 2009

di Cesare Cavalleri

Per il centenario della nascita di Giuseppe Lazzati, il Corriere della sera ha pubblicalo l’ 11 giugno scorso un articolo celebrativo di Marco Garzonio, in cui veniva esaltato il «percorso culturale, civile, religioso fuori dell’ordinario» dell’ex rettore dell’Università Cattolica di Milano. Lazzati, nella prosa di Garzonio, «accompagnò i cattolici dalla monarchia alla Repubblica, spinse ampi pezzi di Chiesa a dismettere le abitudini del clericalismo e a conquistare laicità e democrazia, stimolò l’opinione pubblica cattolica a esercitare l’autonomia della coscienza e a farsi carico ciascuno delle proprie responsabilità perché la Chiesa – diceva – si ama e si serve da cristiani adulti».

A riprova vengono pubblicati stralci di una lettera che Lazzati indirizzò nel novembre 1972 a monsignor Benelli. sostituto della Segreteria di Stato, durante la campagna per il referendum sul divorzio. La lettera è così contestualizzata da Garzonio: «Il professor Gabrio Lombardi aveva denuncialo la Cattolica in Vaticano per il solo fatto di aver organizzato un convegno di studi sulla riforma del diritto di famiglia. Il presidente del Comitato per il referendum sul divorzio era andato giù pesante, accusando in via preventiva che l’Ateneo avrebbe sostenuto tesi inaccettabili dal punto di vista cattolico. Benelli, atteggiando equidistanza, di fatto obbligò Lazzati a giustificarsi. Il Rettore difese con fermezza il diritto e la missione d’un istituto universitario a fare ricerca scientifica e dibattere temi d’attualità, cercando di coniugare "principi irrinunciabili" ed "esigenze nuove". E tirò dritto».

Ecco la lettera di Lazzati a Benelli:

Ho avuto copia della lettera del prof. Gabrio Lombardi gentilmente trasmessami relativa alle giornate di studio organizzate dalla Facoltà di Giurisprudenza della nostra Università sul tema "II diritto di famiglia". Mi preme assicurarle che le preoccupazioni di cui si fa espressione la lettera del prof. Lombardi sono condivise da noi ben consapevoli dell’importanza e delicatezza dell’argomento.

D’altra parte l’iniziativa risponde a una sollecitazione da me fatta alle varie Facoltà perché rispondano alle attese dei cattolici italiani di vedere elaborati nella loro Università i grandi temi del momento e non in una prospettiva pratica di soluzioni immediatamente politiche, ma nella prospettiva scientifica propria di un istituto universitario che a quelle soluzioni deve fornire i fondamenti culturali.

Andrà, dunque, tenuto presente che si tratta di un incontro di studio a livello scientifico che, come tale, deve consentire una libera discussione. Si dovrà anche tenere presente che convegni del genere non possono pensarsi in partenza quali strumenti per conservare le cose allo stato in cui sono e pur nella fedeltà a principi immutabili, per loro natura sono sospinti a cercare forme nelle quali quei principi possano essere attuali con maggiore rispondenza alle esigenze di situazioni nuove.

In questo caso si tratterà di cercare se le garanzie a principi irrinunciabili sui quali poggia la saldezza dell’istituto familiare possano meglio armonizzarsi con i diritti della persona umana senza che questa debba troppo subire le colpe dei padri. Da ultimo desidero assicurare Vostra Eccellenza che il Convegno sarà sempre guidato da nostri professori ben consci della responsabilità che assumono, mentre Sua Ecc.za Mons. Fagiolo avrà il compito di puntualizzare il pensiero del Magistero ecclesiastico.
Giuseppe Lazzati

Il 29 giugno il Corriere ha pubblicato questa mia precisazione, con la replica di Marco Garzonio: La lettera di Giuseppe Lazzati a mons, Giovanni Benelli, pubblicala nell’articolo di Marco Garzonio di giovedì 11 giugno, dimostra quanto fondate fossero le preoccupazioni di Gabrio Lombardi in merito all’atteggiamento dell’Università Cattolica di Milano durante la campagna per il referendum sul divorzio del 1974.

Nonostante le assicurazioni verbali della lettera, di fatto, alla Cattolica prevalsero le lesi divorziste, al punto che il prof. Sergio Cotta, tra i promotori del referendum, non potè prendere la parola in Cattolica, nonostante che il suo intervento fosse stato programmato. lo stesso accompagnai Cotta dal rettore Lazzati per chiedere il diritto di parola, ma Lazzati, imbarazzatissimo. avanzò ragioni di ordine pubblico per eventuali disordini che, peraltro, egli non aveva fatto nulla per prevenire.

Il prof. Cotta, ex capo partigiano. si diceva pronto ad affrontare anche una platea ostile, ma non ci fu nulla da fare e la conferenza non ebbe luogo. In realtà. Giuseppe Lazzati non aveva capito la «laicità» del referendum indetto da Lombardi, il cui manifesto era stato firmato, oltre che da cattolici come Augusto Del Noce, Giorgio La Pira. Enrico Medi, Marcello Rodinò, anche da personalità come Antonio Ciampi e la senatrice Lina Merlin.

Lazzati, considerando solo religioso il valore dell’indissolubilità matrimoniale che invece è una caratteristica intrinseca del matrimonio naturale – si dimostrò «clericale», ingrossando la schiera di coloro che rinunciano a sostenere le proprie opinioni per non dispiacere a coloro che hanno opinioni diverse. Comunque, l’intera questione è ben argomentata nel volumetto dì Gabrio Lombardi, Perché il referendum sul divorzio, pubblicalo nel 1988 dalle Edizioni Ares.

Cesare Cavalleri
Direttore di Studi cattolici

Le manifestazioni per il centenario della nascita di Lazzati stanno dimostrando che la sua biografia parla da sola, come maestro di generazioni e testimone di un Vangelo vissuto fino al sacrificio personale, dalla prigionia nel lager nazista alla fermezza negli anni di piombo. Tanto che è in corso il processo di beatificazione del «servo di Dio» – come la Chiesa chiama i candidati alla santità – Giuseppe Lazzati. Dargli paradossalmente e per amor di polemica del «clericale» e accusarlo di essere uno che rinunciava «a sostenere le proprie opinioni per non dispiacere al coloro che hanno opinioni diverse» è far torto a un uomo e umiliare la verità.

Marco Garzonio

Come si vede, Garzonio non adduce argomenti, ma si appiglia alla lesa maestà. Per ora mi limito a osservare che i processi di bealificazione si valutano alla conclusione, non all’apertura. Ma la «polemica» (per parte mia si tratta semplicemente di un contributo alla storicità dei fatti) non finisce qui. Il 1 luglio il Corriere pubblicava questa lettera di Franco Monaco:

Solo l’amor di polemica può aver suggerito a Cesare Cavalleri di accusare Giuseppe Lazzati di codardia e, udite udite, di clericalismo (Corriere, 29 giugno). Quel Lazzati definito dal cardinal Martini «testimone e maestro di laicità cristiana» e del quale è in corso il processo di beatificazione. Ma soprattutto Cavalleri falsifica la posizione di Lazzati.

Per lui l’indissolubilità del matrimonio era sì un valore naturale e civile e non solo religioso, ma di diritto naturale secondario e non primario come, per esempio, la vita umana (distinzione tomistica). Un valore che, a motivo della «durezza del cuore», può essere compiutamente compreso e praticato solo con la luce della fede e la forza della Grazia.

Dunque esso non può essere prescritto per legge a tutti. Poi a Lazzati la concreta formulazione della legge Fortuna-Baslini non piaceva e dunque votò per la sua abrogazione. Senza però rinunciare alle sue distinzioni concettuali e avvertendo sui limiti dello strumento referendario. L’esito diede ragione a lui e semmai accelerò il processo di scristianizzazione della società italiana.

Domando: c’è oggi qualcuno che se la sente di proporre che sia messa in agenda del parlamento una legge che vieti separazione e divorzio?.

Franco Monaco

Lungimiranza di Gabrio Lombardi

Nessun fraintendimento da parte mia della chiarissima posizione di Lazzati all’epoca del referendum. Lo si evince dalla lettera che il Rettore inviò a Paolo VI nel 1970. resa nota negli Anni ’80, e pubblicata nel volumetto di Gabrio Lombardi sopra citato. La lettera e troppo lunga per essere riprodotta integralmente qui, ma credo che siano sufficienti i riferimenti testuali contenuti nell’argomentazione di Lombardi (pp. 60-65). qui ampiamente stralciata:

Prescindendo dalle molte e buone parole di deferenza e di compartecipazione al dolore del Pontefice, l’essenziale è che si dovrebbe rinunciare al referendum che potrebbe raggravare un male che solo modi suggeriti da superiore sapienza potranno contenere».

Si esclude di discutere della «democraticità» dell’istituto del referendum, ma subito si aggiunge che «per la materia cui si applicherebbe mi sembra gravido di conseguenze negative. Esso finirebbe per portare sulle piazze un argomento che rifiuta, per la sua natura essenzialmente religiosa, la tecnica del comizio: esso allargherebbe un fossato che. purtroppo, la violazione del Concordato ha riaperto ma che sarebbe augurabile restringere e se possibile richiudere».

Lazzati ha parlato, tutta la vita, di laici e di laicità dello Stato, ma qui mostra che altro è parlare intellettualisticamente di un argomento (magari scrivendo in proposito articoli e volumetti, altro è viverlo esistenzialmente. Il periodo sopra riportato testimonia, nel profondo l’integrismo con cui si guarda al matrimonio che, «per la sua natura essenzialmente religiosa», rifiuterebbe «la tecnica del comizio».

Appare inesistente, nella mente di colui che scrive, la sostanziale differenza tra matrimonio canonico e matrimonio civile. Ci si richiama al matrimonio ebraico e alla «duritia cordis» per cui – disse il Signore era stato consentito il libello di ripudio. La «duritia cordis» di chi non ha fede – si precisa – «è fatto permanente che rende inaccettabile ciò che fu da principio e che Cristo restituì alla sua iniziale dignità e grandezza, ma che senza il di Lui soccorso, comunque ottenuto, resta inattuabile».

Tutte lo famiglie italiane (e straniere) che per decenni hanno vissuto l’indissolubilità del matrimonio civile sono ignorate, nella prospettiva esistenziale di chi scrive.

O adesione alla visione sacramentale, o mare aperto alla totale libertà. «che è condizione prima di ogni valore religioso». Confusione dei piani. Sembra si ignori la «laicità dello Stato» e la possibilità (doverosità?) che l’ordinamento giuridico statuale prenda in considerazione la validità naturale del vincolo matrimoniale, e che comunque, riconosca l’indissolubilità del matrimonio civile in vista del bene comune della società: un sacrificio richiesto all’arbitrio individuale per garantire una ordinata vita associata. "Come prima cosa mi dico, anche se capisco di sfiorare l’inesattezza – ha scritto Enrico Emanuelli (Corriere della sera, 7 ottobre 1964): il divorzio permette una sottospecie di poligamia differenziata nel tempo, o una variante dell’harem diluito negli anni».

E la libertà? Nuovo equivoco con la precisazione «che è condizione prima di ogni valore religioso». Chi può negare l’affermazione in quei termini? Ma che significato ha il riferimento alla libertà nei confronti di un istituto – quale il matrimonio civile che ciascuno è libero di scegliere o di non scegliere, ma che se sceglie di utilizzarlo non può chiedere di utilizzarlo a proprio capriccio, al di là dei contorni con cui lo Stato lo offra in funzione del bene comune?

Ed ecco il suggerimento conclusivo, con nuovo richiamo, superfluo in quel contesto, al «rischio della libertà»: «La via (…) è un’altra |…]. Con il coraggio richiesto a chi sa irrinunciabile il rischio della libertà urge che tutti ci impegniamo in un’opera di evangelizzazione che […] ci guidi nella profondità del mistero cristiano, là dove la Fede risvegliata vede le ragioni profonde di ciò che richiede il vivere da cristiani e attinga la forza per farlo. […]».

Quanto commentato sembra sufficiente a confermare l’assunto che di «laicità dello Stato», nella lettera, non c’è neppure l’ombra. Basti leggere, per sovrappiù, il terzultimo periodo, ove si commenta la precedente prospettiva in cui si auspica che i cristiani «sappiano ritrovare originalità di forme per tradurre nel diritto di famiglia, come negli altri settori dell’umana convivenza, quello che il dono della Fede rende conoscibile alla ragione come più rispondente alle esigenze dell’uomo», «il “referendum " non mi sembra forma di tale fatta: appartiene ad altro ordine e per esso solo ha senso e può avere efficacia».

Viene da chiedersi quale sia l’«altro ordine», diverso da «quello che il dono della Fede rende conoscibile alla ragione come più rispondente alle esigenze dell’uomo». Che il rosso del semaforo fermi la circolazione, e il verde dia via libera. Questi, e analoghi problemi, costituirebbero l’ordine per cui «solo ha senso e può avere efficacia» il referendum?
 
Fortunatamente, agli equivoci, gravi, di sostanza, si aggiungeva l’equivoco di essersi rivolto a un’autorità che era estranea al problema di quel referendum, promosso da laici, nel quadro dell’ordinamento giuridico laico, sul matrimonio civile. Così accadde – per quanto possiamo intuire dal dal seguito degli eventi oggi a nostra conoscenza – che il Papa non diede peso operativo alla lettera, né per accogliere gli auspici, né per respingerli: come non ricevuta.

Della lettera rimase quindi soltanto, molto grave, tutto il male che ai fini del referendum la prospettiva abilmente amplificala e fatta circolare da chi vi aveva interesse, produsse con il prestigio dell’Uomo, nei quaranta mesi successivi. E Lazzati pur dovendo costatare che il Destinatario della lettera del Natale 1970 nulla aveva fatto nel senso auspicato – non solamente non si astenne, come sembra avrebbe dovuto, da qualsiasi ulteriore intervento, ma frequentemente si fece vivo, sempre facendo sentire il suo dissenso, sempre pasticciando fra dimensione religiosa e dimensione civile. (Si legga, a conferma, l’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire il 3 marzo 1974, due mesi prima delle votazioni per il referendum, e recentemente ripubblicata da la Discussione del 21 marzo I988).

Un doppio matrimonio civile

Lazzati, come Lombardi ha argomentato, non ha colto che in gioco era il matrimonio civile. non il sacramento, quel matrimonio civile che l’ordinamento italiano ha voluto indissolubile, per iniziativa del laicissimo Guardasigilli Giuseppe Pisanelli che, presentando il Codice civile del 1865. escludeva il divorzio che avrebbe portato con se tanti inconvenienti, ma il più grave sarebbe stato di porre «sulla soglia di ogni famiglia un perenne ed amaro sospetto». E Antonio Salandra (non certo un baciapile) nel 1882 escludeva il divorzio «non per motivi religiosi, ma per motivi dettati dall’interesse della società civile». E ancora Salandra respinse vivacemente nel 1903 il progetto divorzista di Zanardelli.

L’ordinamento italiano, dunque, ha escluso il divorzio dal l’inizio dello Stato unitario fino alla legge Fortuna-Baslini del 1971. Oggi, col mutato sentire, l’unica forma che realmente possa contemperare il diritto di veder riconosciuta la volontà di indissolubilità espressa da taluni sposi (in maggioranza. augurabilmente), e la libertà di divorziare non esclusa da altri, è quella di un doppio regime di matrimonio civile, con la possibilità di scegliere senza ripensamenti tra matrimonio civile indissolubile e matrimonio divorziabile.

E’ la proposta sostenuta da Studi cattolici all’epoca del referendum, e rilanciata in tempi recenti. Rimando al volumetto di Amedeo de Fuenmayor Ripensare il divorzio (Edizioni Ares, 2001), e al dibattito che ne è seguito sulle pagine della rivista. Troviamo conferma delle incertezze dottrinali di Lazzati nelle idee esposte dai suoi due epigonici collaboratori. Garzonio e Monaco. In particolare. Franco Monaco, scrivendo che «l’esito [del referendum] diede ragione a lui [Lazzati] e semmai accelerò il processo di scristianizzazione della società italiana», sembra paradossalmente addebitare al referendum e non alla legge Fortuna-Baslini, il processo di scristianizzazione.

Monaco, che è anche deputato Pd, esclude ogni iniziativa legislativa che risani o almeno temperi la piaga del divorzio, nonostante che in questi anni i Sommi Pontefici abbiamo più volte esortato i cattolici a «non rassegnarsi» di fronte a leggi civili ingiuste. Prendiamo atto di questa lazzatiana coerenza. Quando all’espressione «cattolici adulti» che Garzonio attribuisce a Lazzati (innocente, credo, su questo punto), essa e stata definitivamente ridicolizzata da Benedetto XVI con l’analisi della «fede adulta» compiuta nell’omelia ai vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, il 28 giugno scorso.