GUARESCHI, Il compagno Don Camillo

In libreria

GIOVANNI GUARESCHI, Il compagno Don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 223, € 16

È questo uno dei casi in cui, come si suol dire, l’autore non ha certo bisogno di presentazioni; tuttavia necessita – e merita – sicuramente di essere riscoperto.
Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, Parma 1908 – Cervia, Ravenna 1968), è noto come fondatore del settimanale umoristico Candido e soprattutto come «papà» di don Camillo, il corpulento parroco della Bassa alle prese con il sindaco comunista Peppone – cui, al cinema, hanno prestato il volto, rispettivamente, Fernandel e Gino Cervi.  I racconti della serie «Mondo Piccolo» sono ambientati nel paese di Brescello, in un mondo ancora non intaccato dall’ubriacatura del miracolo economico – «Quale differenza tra l’Italia povera del 1945 e la povera Italia miliardaria del 1963!» – dove si svolge la continua, bonaria – ma vivace – polemica tra il parroco e il sindaco, condotta a suon di manifesti sui muri, magari zeppi di errori di ortografia, di campane suonate durante i comizi, di tentativi di sbarrare il passo alle processioni – salvo poi arrendersi al passaggio del Cristo -, e, se necessario, anche di qualche sganassone!
Tuttavia, nel presente libro qualcosa è cambiato: una vincita inattesa di dieci milioni al totocalcio, da parte di un ignoto Pepito Sbezzeguti che si ostina a non rivelare la propria identità se non per farsi aiutare da un prete di sua conoscenza, e qualche tempo dopo, il compagno Peppone che diventa il senatore Bottazzi: «Salutava la gente con molto distacco e incuteva una tremenda soggezione ai poveri compagni. “Riferirò a Roma”, “Sentirò a Roma”, concludeva gravemente quando gli sottoponevano qualche problema. Indossava abiti scuri a doppio petto, portava cappelli da borghese d’alto rango e non si mostrava mai in giro senza cravatta». Quando il senatore ne spara una troppo grossa all’indirizzo dei «preti trafficoni», il satanasso custode di don Camillo gli fa tornare alla mente la storia dei dieci milioni: «“Compagno,” gli disse “tu sei liquidato. A meno che…”». Il prezzo richiesto dal parroco per tacere sull’identità di Pepito Sbezzeguti è altissimo, ma Peppone non può che accettare. Manca solo il permesso del vecchio Vescovo: «“Che Dio ti protegga, compagno don Camillo”». Così il senatore Bottazzi si ritrova ad accompagnare in URSS una squadra di dieci comunisti scelti tra i quali c’è, suo malgrado, il compagno Camillo Tarocci…
Peppone è costretto a stare sempre all’erta «perché don Camillo era uno di quei soggetti pericolosi anche quando non parlano, ma don Camillo si comportò sempre onestamente, limitando la sua attività antisovietica alla lettura delle massime di Lenin», che stranamente sono scritte in latino… Giunti nella patria del socialismo, dopo il controllo doganale don Camillo restituisce a Peppone la valigia, scambiata per «puro caso» con la propria: «“E, alle volte, sempre per puro caso, nella vostra valigia c’era qualcosa di particolare?” “Niente. Un blocchetto di santini, un po’ di fotografie del Papa, un pizzico d’Ostie e altre quisquilie del genere.” Peppone rabbrividì».
In realtà il compagno Tarocci si rivelerà il miglior comunista del gruppo, il cui marxismo non cede alle proprie debolezze, puntando piuttosto su quelle degli altri. Il primo a farne le spese è il compagno Rondella, subito rispedito in patria… e don Camillo annota diligentemente «“Conversione e ricupero del compagno Walter Rondella”. “Uno di meno!” commentò poi allegramente ad alta voce. “Soltanto un prete poteva fare un gioco così infame” ruggì Peppone». Non sarà l’unica annotazione di questo genere…
La mattina successiva le traversie di Peppone iniziano dal risveglio: «trasformato in altare il tavolinetto che l’amministrazione degli alberghi sovietici di Stato aveva concesso in dotazione alla stanza, il compagno Tarocci Camillo stava celebrando la Messa e, in quel preciso istante, leggeva, sul libretto rosso delle Massime di Lenin, la sequentia sancti Evangelii secundum Lucam».
La seconda vittima è il compagno Bacciga, che ricorda prima di essere genovese e poi marxista: subirà un processo politico per iniziativa – guarda caso – del neo capocellula Tarocci. Altra annotazione…Il viaggio prosegue sotto gli occhi torvi del compagno Yenka Oregov, con la guida dell’interprete, la compagna Nadia Petrovna – che di fronte alle attenzioni del trasteverino Scamoggia arrossisce «come una borghesuccia qualsiasi» – compiaciuti della saldezza di principi del compagno Tarocci, che continua nella sua opera di sabotaggio ai danni dell’agricoltore compagno Tavan («… chi è rimasto chiuso nel suo gretto egoismo e insidia il comunismo? Il colcosiano. Il contadino. Brutta razza, i contadini») e degli altri, esponendo di volta in volta, quegli aspetti della dottrina marxista che più stridono con la realtà di ciascuno. A queste «subdole» lezioni di marxismo, don Camillo alternerà furtivamente, nei momenti e nei luoghi più impensati la celebrazione della Messa con un bicchierino di metallo che funge da calice e un crocifisso pieghevole nascosto in una penna, fino ad amministrare i sacramenti ad un’intera famiglia – nel toccante capitolo intitolato Agente segreto di Cristo – e ad utilizzare la Pravda come confessionale; al termine della permanenza in terra sovietica avverrà persino un miracolo!
Tornato a casa, non può mancare il consueto dialogo col Cristo dell’altar maggiore che lo rassicura che «un po’ di luce emanava anche dal compagno don Camillo», mentre Peppone porta un cero per lo scampato naufragio e l’altro «per ringraziare il Padreterno di avermi salvato da un certo prete che il diavolo mi aveva messo alle costole!»; infine è d’obbligo il resoconto al vescovo: «“… Il tutto in sei giorni e nel paese dell’Anticristo! Non è possibile”. “Eccellenza se non basta la mia parola, se non bastano le fotografie e le lettere c’è la testimonianza del senatore…”. “Anche la testimonianza di un senatore!” gemette il vecchio Vescovo. “Allora la sciagura è irreparabile!” Don Camillo lo guardò con occhi sbarrati. “Non capisci, figliolo,” continuò il vecchio Vescovo “che, stando così le cose, sarò costretto a farti Monsignore?” ».
Nella politicamente scorrettissima introduzione, Guareschi dedica il libro ai soldati americani morti in Corea, agli italiani caduti o fatti prigionieri in Russia, ai preti emiliani uccisi dai comunisti, al papa Pio XII, al primate d’Ungheria Mindszenty e al papa Giovanni XXIII, che quando era Nunzio a Parigi aveva regalato al presidente francese proprio un libro di Guareschi. La nota predilezione di papa Roncalli per il nostro autore, ci permette di riallacciarci alla necessità – menzionata all’inizio – di riscoprire «Giovannino», soprattutto da parte di tanti cattolici che, non avendo letto nulla del Concilio Vaticano II se non i titoli dei giornali, sono ancora convinti che il beato pontefice nel convocare l’assise intendesse spedire in soffitta i preti come don Camillo e i Cristi dell’altar maggiore – magari con tutto l’altar maggiore…
A noi, che – non per i nostri meriti…- abbiamo fatto la fatica di leggere i testi conciliari, trovando posto in essi anche per il parroco della Bassa, Guareschi garantisce come di consueto una scorrevole e salutare lettura e un’altrettanto salutare iniezione di «sensus communis» di cui il Mondo Piccolo di don Camillo e Peppone fortunatamente è intriso, «per la distrazione e (scusate la prosopopea) il diletto spirituale dei pochi amici che mi sono rimasti in questo squinternato mondo».

Stefano Chiappalone