(Fides) Pauline Jaricot ed ”il Rosario vivente”

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L’attualità del carisma di Pauline Jaricot (1799-1862) nell'”Anno” dedicato alla preghiera mariana – La fondatrice del Rosario vivente

di PAOLO RISSO

In questo “Anno del Rosario”, voluto da Giovanni Paolo II in occasione del XXV del suo Pontificato, torna di grande attualità il carisma di una donna francese, la venerabile Pauline-Marie Jaricot, cui si deve, un secolo e mezzo fa, una straordinaria intuizione profetica: il Rosario vivente. Quando nel 1853, il suo nome veniva iscritto nell’elenco dei poveri bisognosi di assistenza di Lione, nonostante fosse la figlia di un industriale della città, in molti capirono che ella aveva consumato tutto quanto possedeva nella carità e nel servizio ai fratelli.
L’umile creatura era nata a Lione, settima e ultima figlia di Antoine Jaricot, ricco mercante di seta, che aveva assicurato alla sua discendenza un avvenire agiato e tranquillo. Ma Pauline aveva alimentato grandi sogni.
Era cresciuta in un ambiente cristiano, serena, vivace, amata. Un giorno il suo fratello Fileas, maggiore di lei di un solo anno, le parlava del suo desiderio di andare “da grande” missionario in Cina. Pauline gli rispose: “Verrò anch’io con te”. Fileas le rispose: “Una donna? A che cosa vuoi che serva?”. “Ma allora, io non potrò far nulla?” domandò Pauline. “Ma sì – le rispose il fratello -, tu potrai pregare per me, poi raccogliere delle offerte e spedirmele in Cina”.
L’idea rimase dentro alla ragazza per sempre: “Pregare, lavorare, raccogliere offerte per le missioni”. A 15 anni, ella cadde rovinosamente facendosi assai male, ma infine guarì: visite, allegre compagnie, feste nella ricca città industriale riempirono le sue giornate fino a quando, una domenica di Quaresima del 1817, Pauline ascoltò alla Messa un brano del Vangelo di Marco. “Vanità delle vanità e tutto è vanità, fuorché amare Dio e servire a Lui solo”.
Pauline ne rimase sconvolta. Otto giorni dopo ritornò alla Messa in abiti umilissimi. Tutti le chiesero se fosse impazzita. “Sì – rispose – sono impazzita per Gesù”. La sua trasformazione doveva vedersi alla luce del sole e restarvi fedele fino al sangue: “Da oggi, vivrò per Gesù solo”.
Nella notte di Natale 1817, salì al santuario di Fourvière e davanti all’immagine della Madonna, prese la decisione estrema: “Mio Dio, per le mani di Maria SS.ma, ti offro il mio voto di verginità per sempre”.
Una voce interiore le disse: “Vuoi soffrire e morire con me?”. “Compresi – scriverà Pauline – che quella domanda riguardava la conversione dei peccatori e l’effusione di qualche grazia speciale alla Francia, e mi offrii vittima a Dio”.
Cominciò a entrare nelle fabbriche per avvicinare le operaie, partendo da quelle di suo padre. Diede loro un distintivo: una Croce con gli strumenti della Passione di Gesù, e le invitò a riunirsi tutte le domeniche per approfondire la conoscenza di Dio e del Cattolicesimo, terminando gli incontri con la “Via Crucis”. Propose loro di darsi a opere di carità e di apostolato, quali la visita ai poveri, l’aiuto ai sacerdoti. Chiese loro purezza e carità, preghiera intensa ogni giorno davanti al Tabernacolo, la Confessione e la Comunione frequenti e regolari per farsi sante.
Una sera d’autunno, seduta presso il fuoco ebbe un’idea: “Sarebbe stato facile a dieci persone di mia conoscenza trovare altre dieci persone ciascuna, disposte a dare settimanalmente un soldo per la Propagazione della Fede. E ogni persona ne avrebbe trovate ancora altre dieci e così via”. Ci provò a farlo; funzionava e presto ne vide i frutti. Si andò avanti così per 4/5 anni.
Il 3 maggio 1822, si tenne riunione a Lione sotto la guida di Mons. Inglesi, vicario generale del Vescovo della Louisiana, che chiedeva aiuti e Mons. Cholleton, rettore del Seminario lionese. Pauline, malata, mandò un suo delegato a esporre il progetto. La sua proposta fu accolta. Quel giorno era nata l’Opera della Propagazione della Fede.
In cinque anni appena dalla sua “conversione”, aveva fondato “le Riparatrici”, le sue apostole “laiche”, tutte di Gesù, trovate tra le operaie, dedite a riparare e a espiare per i peccati del mondo, a condurre molti a Lui, a rivelarlo nella vita ordinaria e appassionata dal suo amore, e l’Opera della Propagazione della Fede, a servizio di tutta la Chiesa.
Di una lucidità assoluta sul momento storico percorso dalla rivoluzione dei negatori di Dio contro la Chiesa e il nome stesso di Gesù, non aveva che un sogno concretissimo: riparare, amare e farlo amare. Il suo modello assoluto: “Gesù-Ostia” – “Avevo il timore – dirà – che Gesù offeso da tanti, lasciasse agire la sua giustizia contro la Francia, se io non gli avessi permesso di fare di me un’Ostia vivente, in modo da non conservare che l’apparenza della mia esistenza e Lui fosse tutto vivo in me”.
Intanto, Pauline era entrata nel Terz’Ordine di san Domenico per spendere ancora più l’esistenza per Gesù-Verità.
Aveva sempre amato il Rosario della Madonna, ma nell’Ordine del Rosario lo amò ancora di più per alimentare la sua sete di santità e di missione. Così avrebbero potuto vivere altri, umili come lei o in posti di primo piano. Con il suo medesimo metodo e cominciando ancora una volta dalle sue “Riparatrici”, propose che ognuno che già si impegnava a pregare la Madonna con il Rosario (una decina, cinque decine, 15 decine) trovasse altri cinque nuovi amici e così via, che facessero la stessa cosa.
Nacque così il “Rosario vivente” che in pochi anni ebbe in Francia un milione di iscritti e si diffuse in Europa, in America, in Asia, in terra di missione. “I Rosari si moltiplicarono con una rapidità incredibile. Le corone viventi formate a Smirne e a Costantinopoli danno le più grandi speranze. Dalla devozione al Rosario, mi sono venuti tutti i beni”.
Presto un altro grande progetto prese ad assillarla: ricondurre a Gesù gli operai sfruttati e imbevuti di ateismo e di idee sovversive. Per cominciare, occorreva amarli e iniziare una fabbrica-pilota in cui essi fossero rispettati e dividessero gli utili del loro lavoro. Dal 1845 al 1852, la fabbrica fu pensata e realizzata. Paoline ebbe grandi aiuti e si fidò.
Poi cadde nelle mani di gente che approfittò dell’occasione e l’abbandonò a se stessa. Avrebbe potuto pagare per la sua quota di partecipazione, ma si assunse l’intera responsabilità di pagare i debiti per tutti. Papa Pio IX, come già Gregorio XVI, la ricevette in udienza come un padre e chiese che fosse aiutata, aiutandola di persona. Ma rimase sola.
Non le restò che il registro dei poveri di Lione per sopravvivere. Per dieci anni, andò elemosinando per le strade di Francia per poter pagare tutti i debiti. Ma intanto le sue opere continuavano a fiorire. Alla fine del 1861, la lunga malattia. Alle sue “Figlie” raccomandò la fiducia nel Padre, il perdono e la carità anche a coloro che le avevano fatto del male. Il 9 gennaio 1862, Pauline Jaricot va incontro a Dio in povertà assoluta.

L’OSSERVATORE ROMANO – Edizione quotidiana del 4 aprile 2003 –