(Fides) La Natività nell’arte manoscritta e stampata

Chiesa
Agenzia FIDES – 23 Dicembre 2008
 
DOSSIER FIDES
 
 
Il Mistero della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo in alcuni capolavori della Biblioteca Apostolica Vaticana

 

INTRODUZIONE
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – In occasione del Natale di Nostro Signore, l’Agenzia Fides intende esplorare alcune delle forme artistiche che hanno accompagnato nei secoli lo sviluppo dell’immagine della Natività. La scelta si è posata su alcuni dei capolavori conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, in una selezione di manoscritti dal XII al XVI secolo, e in una limitata serie di stampe dal XVI al XVIII secolo, dove sono raffigurati episodi legati al Mistero dell’incarnazione di Cristo. Partendo da una ricostruzione iconografica, e analizzando in particolare alcune opere, si è cercato di illustrare i motivi e i modi dell’evoluzione artistica che ha condiviso con altre istituzioni il compito di tramandare sino ai giorni nostri l’evento fondante della nascita di Gesù, conciliando nell’immaginario di ciascuno la semplicità e la familiarità della scena con l’eternità del simbolo.

Per l’accesso alla Biblioteca Apostolica Vaticana, il materiale di studio sulle opere, e i preziosi consigli e suggerimenti, l’Agenzia Fides ringrazia il Sua Eminenza il Cardinale Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, la dott.ssa Claudia Montuschi del Dipartimento Manoscritti della Biblioteca, e la dott.ssa Simona De Crescenzo del Gabinetto delle Stampe della Biblioteca.
 
 
LA BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA
 
La Biblioteca Apostolica Vaticana è, come rileva il termine “apostolico”, la biblioteca del Papa, il luogo dove fin dagli inizi i pontefici romani conservarono documenti d’archivio, in forma di volumina o di codici; le sue origini più antiche si fanno risalire allo Scrinium della Chiesa Romana, che nel IV secolo fungeva da biblioteca e archivio. La prima biblioteca e il primo archivio dei papi vennero però dispersi nella prima metà del XIII secolo, e anche le nuove collezioni dei papi di quel secolo, sottoposte a trasferimenti e non ancora strutturate organicamente, subirono gravi perdite. Durante il periodo Avignonese, venne costituita nella città francese una nuova Biblioteca, ma solo a metà del Quattrocento, dopo il rientro dei papi a Roma e sotto Niccolò V (Tommaso Parentucelli; 1447-1455), venne fondata la moderna Biblioteca Vaticana: teologo, umanista e letterato, Niccolò V aprì la Biblioteca al pubblico per la consultazione e la lettura. Ai circa 350 codici latini, greci ed ebraici presenti in Vaticano, ma fino a quel momento ad uso esclusivo della Curia, aggiunse testi di sua proprietà, e promosse la ricerca di manoscritti e codici miniati in Europa e in Oriente, compreso quanto restava della Biblioteca Imperiale di Costantinopoli, scampato alla conquista ottomana della città sulle rive del Bosforo. Fu così che si costituì il nucleo iniziale della Biblioteca Vaticana, a quel tempo la più ricca d’Europa: l’inventario redatto alla morte di Niccolò V, il 24 marzo 1455, contava circa 1200 codici.
 
L’effettiva fondazione della Biblioteca Apostolica Vaticana risale però al 15 giugno 1475, con la bolla "Ad decorem militantis Ecclesiae" emanata da Sisto IV (Francesco della Rovere; 1471-1484), che dotava la Biblioteca di rendite e di una sede, e nominava bibliotecario l’umanista e storico Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, coadiuvato da tre sottoposti e da un legatore di libri. La lettura si praticava in sede, secondo un severo regolamento, ma era possibile il prestito esterno, del quale rimangono tra i manoscritti i registri per il periodo 1475-1547.La Biblioteca iniziò in quegli anni a crescere e ad acquisire un respiro universale, arrivando a circa 3500 codici nel 1481. Con i progressi che seguirono per tutto il XV e  XVI secolo, i locali divennero insufficienti, e papa Sisto V (Felice Perretti; 1585-1590) incaricò l’architetto Domenico Fontana di realizzare una sede nuova e più ampia, facendo costruire l’edificio che ospita tuttora la Biblioteca, e sorge sulle scalee divisorie tra il Cortile del Belvedere e quello detto della Biblioteca.
 
Nel XVII secolo si iniziarono ad annettere alla Biblioteca altre collezioni, che si aggiunsero all’originario Fondo Vaticano: nel 1623 fu trasportata a Roma la Biblioteca Palatina di Heidelberg, nel 1657 la biblioteca dei duchi di Urbino, e nel 1690 la raccolta della regina Cristina di Svezia. Più tardi, nel secolo XVIII, vennero incorporati i Fondi Capponiano e Ottoboniano, con le rispettive acquisizioni delle biblioteche Capponi e Ottoboni, quest’ultima – donazione del Cardinale Ottoboni – ricca di 3394 manoscritti latini, e 473 greci, alcuni dei quali provenienti direttamente dai monasteri del Monte Athos. Il Settecento fu un secolo particolarmente attivo per la Biblioteca, che si arricchì in quegli anni anche di collezioni antiquarie e artistiche, costituendo il Museo Sacro con oggetti dell’antichità cristiana provenienti per lo più dalle catacombe romane, e il Museo Profano, entrambi incorporati oggi ai Musei Vaticani; nel 1785 venne costituito il Gabinetto delle Stampe, dove sono conservate incisioni e stampe, oltre numerosi disegni, fotografie e matrici calcografiche e xilografiche.
 
Il primo importante lavoro scientifico di revisione e descrizione dei manoscritti incominciò nel 1880, con papa Leone XIII (Gioacchino Pecci 1878-1903). Sotto la guida del gesuita tedesco Franz Ehrle, prefetto (1895-1914) e Cardinale Bibliotecario di Santa Romana Chiesa (1929-1934), la Biblioteca Vaticana iniziava un nuovo corso: si apriva a un pubblico più ampio, nell’attuale sala di consultazione degli stampati i volumi venivano messi a diretta disposizione degli studiosi, e soprattutto, veniva avviato il lavoro di schedatura degli stampati e di catalogazione a stampa dei manoscritti. Negli stessi anni, nasceva anche il laboratorio di restauro, uno dei più antichi laboratori presenti all’interno di una biblioteca, impostato in coerenza con il pensiero di Ehrle per salvaguardare manoscritti e stampati dai danni di natura fisica, chimica o biologica, e preservarli per i posteri.
 
Intanto continuavano le acquisizioni: nel 1902, dopo la Biblioteca Barberini, entrò a far parte della Vaticana la biblioteca, manoscritta e a stampa, della Congregazione di Propaganda Fide, con il suo Fondo Borgiano, che racchiude testi provenienti dal Vicino e dall’Estremo Oriente, manoscritti arabi, copti, armeni, etiopici, greci, ebraici, persiani, siriaci, turchi; e ancora indiani, siamesi, tonchinesi, illirici, latini, irlandesi, un islandese e un messicano precolombiano; e diversi testi cinesi, per lo più stampati. Sebbene il Novecento, con le due guerre mondiali, fu un secolo di alterne vicende anche per la Biblioteca, proseguirono le acquisizioni, e furono avviate altre operazioni importanti: è degli anni Cinquanta la prima micro-filmatura di molti manoscritti, conservata oggi alla Pius XII Memorial Library (detta anche Vatican Film Library) di Saint Louis, nel Missouri (Usa); del 1985 è la prima catalogazione elettronica che ha definitivamente sostituito quella cartacea; e nel 2002 è stata aperta al pubblico una nuova sala di consultazione dei periodici, con il materiale più importante a disposizione negli scaffali.
 
La Biblioteca Apostolica Vaticana, unica al mondo per il numero e la qualità delle opere conservate, possiede oggi più di 150.000 volumi manoscritti (di cui la metà sono codici di carattere archivistico), suddivisi in circa 130 fondi, aperti e chiusi. Le biblioteche acquisite nei secoli, come quelle storiche, principesche, o private, non sono più incrementate e per questo vengono indicate come fondi chiusi. I fondi vaticani continuano invece ad essere alimentati, e sono suddivisi in base agli alfabeti in cui sono scritti i testi: vaticani latini, vaticani greci, ecc. I manoscritti spaziano in tutti i campi della conoscenza, con testi di materie umanistiche e scientifiche, e testi religiosi. Vi sono conservate alcune delle copie più antiche di opere di Omero, Euclide, Cicerone, Virgilio, Dante; tra i numerosi codici biblici, importantissimi sono il codice Vaticano (o codice B, il Vaticano Greco 1209), uno dei più antichi codici biblici completi, dell’inizio del IV secolo, e il papiro Bodmer VIII, che contiene le due epistole di San Pietro, del secolo III; fra gli arabi si conserva l’unico esempio conosciuto di manoscritto musulmano illustrato proveniente dalla Spagna, il Vaticano Arabo 638. Vi è poi un patrimonio di oltre un milione di libri stampati, tra cui circa 8.300 incunaboli, più di 300.000 monete e medaglie, e oltre 70.000 stampe e incisioni, e infine gli stampati moderni che negli ultimi anni vengono scelti soprattutto in quanto funzionali allo studio dei manoscritti.
 
Dal 14 luglio 2007, la Biblioteca è chiusa al pubblico per lavori di restauro, improrogabili dati i problemi strutturali in un’ala dell’edificio cinquecentesco che la ospita. Per consentire comunque di usufruire del suo patrimonio, la Biblioteca Vaticana rende disponibili le copie di manoscritti e libri antichi attraverso il servizio di riproduzione fotografica, sempre operativo, coadiuvato da un ricco archivio con 50.000 microfilm e decine di migliaia di riproduzioni a colori di miniature dei manoscritti vaticani. La fine dei lavori è prevista per il2010, e per quella data – oltre agli interventi strutturali – sarà realizzato un rimodernamento di alcune parti dell’edificio, e una riorganizzazione generale e più funzionale delle preziose collezioni della Biblioteca.
 
 
LA NATIVITÀ NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA
 
“…i Misteri del Signore, sia pure un mistero così umano come la Natività e le due adorazioni che l’accompagnano, sono in sé ineffabili e quindi, per la stessa ragione, irrappresemtabili, cioè impossibili da rappresentare in maniera sia pure adeguata. Per questa ragione, ogni raffigurazione è sempre un’approssimazione più o meno soddisfacente, a prezzo che si sia consapevoli della propria radicale inadeguatezza […]. La realtà, soprattutto la o le realtà divine – ma in fondo ogni realtà – sono infinitamente distanti e superiori a ogni loro raffigurazione umana.” Cardinale Jorge Maria Mejía, I Misteri della Natività in immagine (“Venite Adoremus: le immagini della Natività da Dürer a Tiepolo”, a cura di Anna Maria Voltan)
 
La riflessione religiosa sul Mistero dell’Incarnazione di Cristo può essere accompagnata dallo studio delle testimonianze artistiche dell’evento che hanno diversamente caratterizzato le varie epoche storiche fino ai giorni nostri. Di fatto, gli episodi legati alla nascita di Gesù sono stati rappresentati nel corso dei secoli in molte forme, e secondo modelli iconografici differenti che si sono trasformati, uniformati e consolidati nel tempo. Oltre le interpretazioni o le diverse sensibilità artistiche che caratterizzano le singole opere, questi modelli si devono ricondurre al racconto biblico del Vecchio e del Nuovo Testamento, o possono attingere alla fonte dei vangeli apocrifi, che si soffermano su alcuni episodi con particolari che i quattro evangelisti accennano appena, o talvolta tralasciano. Se la grande quantità e varietà di immagini che l’arte ha tramandato sino ai giorni nostri, confermano il desiderio e la necessità di testimoniare un momento autenticamente fondante quale è stato l’avvento di Cristo, è solo attraverso le opere che è possibile ricostruire quella iconografia rivelatasi essenziale nella storia della spiritualità occidentale, manifestando nella bellezza e nella semplicità della scena, l’eternità del simbolo della nascita del Bambino nella grotta di Betlemme. È dunque di grande interesse osservare le forme artistiche che hanno accompagnato lo sviluppo dell’immagine della Natività, e per questa ragione, nel seguito del presente dossier verranno esplorati alcuni dei lavori conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, in una selezione di manoscritti dal XII al XVI secolo, e in una limitata serie di stampe dal XVI al XVIII secolo, dove sono raffigurati episodi legati al tema della Natività.
 
Innanzitutto, è utile tracciare un’analisi dell’iconografia relativa ai temi essenziali della nascita di Gesù, soffermandosi su quelli che l’arte ha sempre privilegiato, ovvero i momenti che vanno dalla nascita del Bambino all’adorazione dei Magi. Le tradizioni iconografiche relative al Mistero della Natività si differenziano ed evolvono sostanzialmente in base al luogo e all’epoca di riferimento; in particolare, la tradizione occidentale si è discostata da quella orientale per alcuni dettagli, come è il caso dell’allusione alla grotta, attestata in Oriente già verso la metà del II secolo, mentre in Occidente compare solo dopo il IV secolo. La tradizione occidentale classica fa più comunemente riferimento alla capanna, e a volte sarà ritratta una capanna all’interno di una grotta. Altri elementi che appartengono alla tradizione specificamente orientale sono la Madonna sdraiata, e san Giuseppe seduto e addormentato, o in atteggiamento pensoso. Ancora nel Medioevo, secondo la tradizione orientale bizantina, la Madonna veniva raffigurata spesso distesa, come la dipingerà Giotto nella Cappella degli Scrovegni; ma dalla metà del XIV secolo, si attesterà l’iconografia classica occidentale, con la Madonna e san Giuseppe in piedi in adorazione del Bambino.
 
La Natività
“Ora, mentre si trovavano in quel luogo si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc. 2, 6-7)
Dal latino praesaepium, ovvero recinto chiuso, mangiatoia, stalla, con il termine “presepio” viene indicata non solo ogni rappresentazione plastica tridimensionale della nascita di Gesù, ma anche ogni disegno, dipinto o scultura che la raffigura; la scena della Natività nei suoi tratti essenziali è, come descritta dal Vangelo di Luca, la circostanza immediatamente successiva alla nascita del Bambino, con Maria e Giuseppe in adorazione. Un momento molto bello di consuetudine familiare, questo il tema centrale e iniziale, nonché tra i primi di cui si abbiano testimonianze artistiche sin dal II-III secolo. In alcune delle prime raffigurazioni sono già presenti gli elementi classici: la capanna, il bue e l’asino, una mangiatoia dove è deposto Gesù in fasce, Maria e Giuseppe in adorazione del bambino.
Il bue e l’asino che scaldano Gesù con il loro fiato appartengono alla più consolidata tradizione iconografica della Natività. Anche se non menzionati espressamente dalla narrazione evangelica, gli animali sono citati nei vangeli apocrifi, in particolare nel Vangelo dello Pseudo-Matteo, con un riferimento al primo capitolo del Libro di Isaia: il profeta aveva detto che il bue e l’asino riconoscono il loro signore, al contrario del popolo di Israele, alludendo all’adorazione di tutti i popoli per il Messia, ad eccezione di Israele. L’origine dei due animali, oltre al richiamo naturalistico dovuto all’ambientazione in una stalla, assume quindi un preciso significato di compimento delle profezie.
La Nascita di Gesù – nella capanna, o nella grotta – è protetta dagli angeli e dalla stella, che può essere interpretata come luce divina. A questo proposito, nel suo saggio Temi e motivi della Natività (“Venite Adoremus: le immagini della Natività da Dürer a Tiepolo”, a cura di Anna Maria Voltan), Stefano Liberati fa osservare che “in quasi tutte le mitologie, il culto del dio solare è legato a un antro, luogo sacro e fondamentale perché rappresenta il passaggio dalle tenebre alla luce”.
Fino al XIV secolo e nelle immagini in stile bizantino, si riscontra un’altra presenza che è andata successivamente perduta: si tratta delle levatrici, che nei Vangeli dell’infanzia (Protoevangelo di Giacomo e Vangelo dello Pseudo-Matteo) erano state chiamate da Giuseppe per aiutare Maria nel parto. Le donne arrivano quando Gesù è già nato, e constatano con stupore la verginità di Maria. Il portato simbolico dell’episodio non è considerato particolarmente significativo, e le uniche fonti sono apocrife – probabilmente per queste ragioni la presenza delle levatrici si è persa nel tempo.
 
L’Adorazione dei pastori
“Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: ’Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia.”. (Lc. 2,8)
Malgrado Luca avesse così narrato l’evento, esso non venne quasi rappresentato nell’arte sacra fino ai secoli XIII e XIV. Una splendida e rara raffigurazione si trova nel Tetraevageliario dei Comneni (Urbinati Greci 2), codice miniato del 1122 circa eseguito a Costantinopoli per l’imperatore Giovanni II Comneno, e conservato nella Biblioteca Vaticana: alla Natività classica in stile bizantino rappresentata in questo codice, si aggiungono i re Magi e due pastori.
Solo nel Cinquecento i pastori divengono una costante del presepio, a volte come spettatori, altre volte come protagonisti della scena. Con loro compaiono alcuni animali, spesso non privi di simbologie specifiche, come cani, gatti, cavalli, volatili, ma anche rane e serpenti, oltre a quelli offerti in dono. In genere, i pastori danno alla scena non solo una caratterizzazione molto familiare, ma anche movimento, fantasia e umanità sempre nuove.
 
L’Adorazione dei Magi
“Ed ecco, la stella che avevano visto spuntare, li precedeva finché giunse e si fermò presso il luogo dove abitava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. (Mt. 2,1-12)
Dell’Adorazione dei Magi, citata dalla narrazione evangelica senza molti dettagli, sono riportati maggiori particolari su alcuni testi apocrifi, discordanti però riguardo nome, età, numero e aspetto dei re. Il Vangelo armeno dell’infanzia parla per esempio di tre re, tre fratelli che provenivano dall’Oriente, il primo Melkon, re dei Persiani, il secondo Gaspar, re degli Indi e il terzo Balthasar, re degli Arabi. Simbolicamente, i tre Magi divengono i rappresentanti delle tre razze umane anticamente conosciute: bianca, gialla e nera, e il significato teologico che assume la loro visita – i tre re giunti da lontano – è un riconoscimento del Messia da parte di tutti i popoli e di tutti gli uomini di scienza: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre proclamano con la loro partecipazione, l’universalità dell’evento. Riguardo la simbologia dei doni, alcune interpretazioni attribuiscono all’oro di Melchiorre il simbolo della regalità divina, all’incenso di Gaspare la purezza, e la mirra donata da Baldassarre – che veniva usata per la mummificazione – diviene il segno che il Figlio di Dio, fatto uomo, sarebbe dovuto morire.
 
 
I “LIBRI D’ORE” NELLA BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA
 
Nel secolo XI si era diffuso nell’Occidente cristiano l’uso di recitare, insieme ai Salmi penitenziali, il Piccolo Ufficio della Beata Vergine; le “Ore”, con cui venivano comunemente indicate le preghiere che scandivano la giornata per l’uomo religioso, erano raccolte nel Libro d’Ore, un compendio di testi devozionali improntato sui breviari liturgici, ma ad uso quasi esclusivo dei laici. Anche se l’origine di questo testo risale al secolo XI, la vera diffusione iniziò dalla metà del XII secolo, fino a raggiungere la sua massima popolarità tra il XIV e XV secolo, richiedendo alle botteghe specializzate una produzione industriale. È questo il periodo di massimo splendore per i Libri d’Ore, con magnifiche miniature della scuola ganto-bruggese, o delicate pagine decorate dagli artisti fiorentini nella bottega di Attavante degli Attavanti, e altre opere di artisti italiani, fiamminghi, francesi. La diffusione venne favorita ancor più dall’apparizione della Stampa, in particolare dopo il 1480, soprattutto a Parigi nei primi decenni del XVI secolo. Gli esemplari si moltiplicarono, fissandone però il canone a discapito della varietà e della singolarità. L’inventario di un libraio parigino del 1528, Louis Royer, riporta un totale di 102.000 volumi, di cui 98.500 sono Libri d’Ore.
 
Molte erano in principio le varianti, nei contenuti e nelle illustrazioni: preghiere locali legate a un culto particolare, o a una circostanza precisa, e ancora, elementi strettamente connessi al committente o al possessore del volume. Noto per la bellezza delle sue decorazioni miniate, il Libro d’Ore è considerato il libro di devozione più diffuso nel Medioevo e nel Rinascimento, e i suoi ornamenti avevano lo scopo di alimentare le preghiere e di stimolare nel lettore la contemplazione. Grazie alle illustrazioni, nell’immaginario del credente poteva corrispondere ad ogni "ora canonica" nel proprio Libro d’Ore, un episodio della vita di Cristo, che avrebbe visualizzato ogni giorno nello stesso momento della giornata. Il grande interesse, oltre al contenuto artistico di questi testi, riguarda proprio la religiosità dell’uomo nel Medioevo, e più avanti: malgrado il Libro d’Ore abbia rappresentato anche un oggetto alla moda per le classi più agiate, le preghiere in esso contenute nascono essenzialmente dal sentimento popolare, e dal desiderio e tentativo di un colloquio diretto e confidente con Dio, con i Santi,  e soprattutto con la Madonna. La Biblioteca Vaticana conserva nei suoi fondi di manoscritti una ricca collezione di Libri d’Ore: ve ne sono di estremamente lussuosi, scritti su pergamena e magnificamente illustrati, ma vi è anche un gran numero di esemplari più modesti, senza importanti apparati illustrativi, scritti su carta, con fogli usurati e sgualciti, a dimostrazione che il Libro d’Ore fu anche un vero e proprio strumento di preghiera per il popolo, attraverso il quale si hanno indicazioni sulla crescita e lo sviluppo della fede di intere generazioni.
 
Alcuni Libri d’Ore sono redatti in latino, ma ve ne sono in lingua volgare, con testi italiani, spesso dialettali, e altri francesi, olandesi, tedeschi, slavi, ecc. Per stabilire se un testo sia classificabile come Libro d’Ore, lo studioso francese Victor Leroquais all’inizio del secolo scorso individuò gli elementi essenziali, secondari e accessori che tale codice deve contenere. Elementi essenziali sono considerati il Calendario, l’Ufficio della Beata Vergine, i sette Salmi penitenziali, le Litanie, i Suffragi dei Santi, l’Ufficio dei defunti. Il Calendario dei Santi, sempre presente in quanto essenziale, è molto importante anche per individuare la provenienza del codice, poiché include un’indicazione sui santi venerati in determinate località. Altro elemento utile a stabilire provenienza e appartenenza, sono gli stemmi e i blasoni che ornano spesso il Libro d’Ore; ma ciò che diviene davvero decisivo, è lo stile delle miniature, che permette di riconoscere la produzione del manoscritto, per la mano dell’artista o della bottega che lo ha illustrato, oltre che per i soggetti rappresentati. La struttura iconografica, la scelta delle immagini e il ciclo illustrativo, divengono dunque principi fondamentali per la determinazione dell’origine.
 
I due principali cicli figurativi che ornano il Libro d’Ore sono il ciclo mariano, con tutti gli episodi relativi alla Natività e all’infanzia di Gesù, e il ciclo della Passione di Cristo.
Il ciclo mariano, il più importante a partire dal XIV secolo, comprende gli episodi legati al Mistero dell’Incarnazione di Cristo. Si apre generalmente con l’Annunciazione, che illustra il Piccolo Ufficio della Beata Vergine; dopo questa scena, seguono l’incontro di Maria con s. Elisabetta, alle Lodi; la nascita di Gesù, a Prima; l’Annuncio ai pastori, a Terza; l’Adorazione dei Magi, a Sesta; la Presentazione di Gesù al Tempio, a Nona; la Fuga in Egitto, ai Vespri, spesso sostituita con la scena della Strage degli Innocenti; l’Incoronazione della Vergine conclude il ciclo a Compieta.
Gli esemplari d’Oltralpe sono sempre riccamente illustrati in ogni loro partizione, contrariamente ai Libri d’Ore italiani, che, a parte alcune eccezioni, mostrano un apparato figurativo estremamente sobrio. Nei manoscritti di produzione fiamminga e francese, ogni partizione presenta una grande varietà nelle illustrazioni; il Calendario, per esempio, è abbellito con vignette raffiguranti i lavori stagionali o i segni dello zodiaco. Negli esemplari di manifattura italiana, le decorazioni riguardano invece quasi esclusivamente i fogli di “incipit” delle singole partizioni, che presentano in genere una decorazione marginale con motivi floreali e l’iniziale istoriata. L’Ufficio della Vergine si apre quasi sempre con un’immagine di Maria con il Bambino tra le braccia.
 
Di seguito, si è scelto di riportare qualche particolare relativo ad alcuni esemplari conservati dalla Biblioteca Vaticana, in un limitato ma comunque interessante excursus temporale che va dal XII al XVI secolo, ovvero dalla formazione fino al periodo di massima diffusione del Libro d’Ore, con particolare attenzione alle immagini che raffigurano il Mistero della Natività.
 
Sec. XII-XIII
La Biblioteca Vaticana conserva alcuni tra gli esemplari più antichi dei Libri d’Ore, che si possono collocare nella cosiddetta fase di formazione. Già in questi testi sono presenti immagini della Natività: è il caso di un manoscritto molto importante perché annoverato tra i primi esemplari di Libri d’Ore conosciuti (Vaticani Latini 4763), datato in un primo momento al secolo XIV, ma collocato da una più accurata indagine paleografica tra la fine del 1100 e gli inizi del 1200. Prodotto da uno scrittorio dell’area renana, in una miniatura su fondo d’oro a tutta pagina è raffigurata una Vergine in trono con il Bambino, seduta tra due Santi.
 
Sec. XIV
Esemplare di grande interesse è un prezioso Libro d’Ore (Palatini Latini 537)composto di due unità certamente realizzate in tempi differenti e mescolate fra loro. La più antica è del 1340 circa, mentre la successiva è stata datata agli inizi del XV secolo. La legatura si compone di assi di legno e dorso con cinque nervature, rivestiti in pelle di vitello di colore marrone chiaro. La numerazione dei fogli, tracciata a penna in numeri arabi, è successiva alla fusione delle due unità, dal momento che prosegue regolare dall’inizio alla fine del codice, nonostante tali unità siano state mescolate tra loro ed alcuni fogli asportati. L’unità codicologica più antica presenta una scrittura gotica probabilmente inglese, databile intorno ai primi decenni del Trecento. Numerose le scene miniate, a mezza pagina e a pagina intera, che ornano il codice a vivi colori su fondo d’oro. L’unità più antica comprende l’Ufficio della Vergine, e in particolare, una bella scena della Natività, che rispetta l’iconografia più antica, coerente con lo stile orientale bizantino: la Madonna appare distesa con il Bambino tra le braccia, e san Giuseppe seduto poggiato a un bastone e addormentato. Oltre al bue e l’asino, vicini ai loro foraggi, sono presenti sulla scena due angeli.
 
Sec. XV
Un esemplare interessante del XV secolo è il “Libro d’Ore all’uso di Parigi” (Chigiani C IV 115), un manoscritto elegante e molto curato di provenienza francese; in questo testo, il ciclo mariano si apre con la scena dell’Annunciazione, e vi sono bellissime miniature tra cui una Natività nella classica ambientazione della stalla, con Maria e Giuseppe in piedi in adorazione del Bambino, alla presenza del bue e dell’asino. Nell’immagine dell’Adorazione dei Magi, di fronte alla Madonna e al Bambino vi sono i tre re che offrono i loro doni, e la luce divina che illumina il Bambino.
 
Altro splendido esemplare del XV secolo custodito nella Biblioteca Vaticana, è il “Libro d’ore illustrato di Jean Bourdichon” (Vaticani Latini 3781), scritto in gotica bastarda e arricchito dalle bellissime miniature di Jean Bourdichon e della sua scuola, probabilmente intorno al 1485. Il codice, realizzato per un ignoto committente, contiene diciassette tavole miniate dal pittore francese, ma alcuni ritocchi manieristi farebbero supporre che si trovava in Italia già a metà del secolo XVI, riconoscendovi qualche influsso michelangiolesco. La bellissima tavola della Natività raffigura una stalla dove Maria e Giuseppe sono in piedi in adorazione di Gesù adagiato sulla mangiatoia, mentre il bue e l’asino scaldano il Bambino con il loro fiato. Si intravedono sulla scena alcuni uomini, probabilmente i pastori, che si affacciano timidamente alla stalla.
 
Altro importante manoscritto del XV secolo è un Libro d’Ore di produzione fiamminga (Rossiani 94), considerato tra le più belle realizzazioni della miniatura fiamminga per la qualità e la finezza delle illustrazioni. Vi si possono notare, in particolare, i toni pastello e il tipo di decorazione marginale su sfondo monocromo che segneranno una gran parte della produzione della fine del XV – inizio del XVI secolo nei Paesi Bassi meridionali. Di piccole dimensioni, il manoscritto contiene quindici miniature a piena pagina. I fogli di testo sono ornati con grande precisione e vi si raffigurano insetti, uccelli, farfalle e soprattutto fiori, isolati nel centro di ogni margine. Appaiono anche numerosi mostri e “grottesche”, con i loro speciali simbolismi. Molte tra queste figure si ispirano sicuramente all’opera di Iheronimus Bosch, che ebbe molta influenza sui miniaturisti fiamminghi. Per la bellissima decorazione dei bordi, qualcuno ha soprannominato il miniatore di questo manoscritto “Maestro dei piccoli fiori”. La Vergine con il Bambino, per esempio, è riprodotta all’interno di una cornice decorata di “rosari”, e l’Adorazione dei Magi è una bellissima miniatura dove la Madonna seduta sulla soglia di una stalla mostra il Bambino tra le sue braccia ai re che offrono i loro doni; come nella tradizione iconografica del secolo, i Magi sono tre uomini, uno dai tratti orientali, uno di carnagione scura e l’altro di carnagione chiara.
 
Altro episodiodella Natività è l’Annuncio ai pastori, più raramente raffigurato. Se ne trova un’immagine in un Libro d’Ore della seconda metà del XV secolo (Barberianiani Latini 444); si tratta di un codice fiammingo, che sembra confermare l’esistenza di un atelier attivo ma ancora anonimo nei Paesi Bassi meridionali, nella seconda metà del XV secolo. Diversi libri fiamminghi della stessa epoca possono essere attribuiti alla stessa mano, per lo stile delle miniature e gli schemi iconografici. La rilegatura originale in cuoio stampato, probabilmente realizzata a Gand nel corso del XV secolo, rappresenta un elemento molto originale. Delle miniature superstiti, alcune hanno perduto la brillantezza dei colori, forse a causa di un errato procedimento di lavaggio. Nell’immagine che raffigura l’Annuncio ai pastori, si vedono due pastori con il gregge, e l’angelo che annuncia la venuta di Cristo. La pagina riporta decorazioni marginali molto belle ricche di motivi floreali.
 
Per illustrare quanto avviene alla fine del XV secolo, si può far riferimento a un Libro d’Ore di grande formato, con ricco apparato decorativo marginale e numerose miniature a tutta pagina. Il manoscritto (Vaticani Latini 3767), donato alla Biblioteca Vaticana nel 1578 da papa Gregorio XIII,è attribuibile alla diocesi di Rouen, sia per lo stile delle miniature, sia per la presenza, al 23 ottobre, della festa segnata in oro di s. Romano, vescovo di Rouen. Le grandi miniature che ornano il codice rivelano la mano di almeno tre artisti. L’immagine della Natività raffigura Maria e Giuseppe in piedi nella stalla, in adorazione di Gesù adagiato sulla mangiatoia, mentre il bue e l’asino sono intenti a scaldare il Bambino con il loro fiato. Come in altre immagini di Libri d’Ore che risalgono allo stesso periodo, alla scena assistono alcuni pastori, affacciati alla stalla. In un’altra immagine, che rappresenta l’Annuncio ai pastori, si nota la differenza di mano dalla Natività; l’angelo annuncia la venuta di Cristo a due pastori, raffigurati sulla scena con il loro gregge e un cane seduto. Sulle pagine, decorazioni marginali molto belle ricche di motivi floreali.
 
Interessante anche un Libro d’Ore della fine del XV secolo, manoscritto italiano di lusso realizzato con largo uso di oro, anche nella scrittura, e attribuito alla scuola fiorentina, probabilmente alla bottega di Attavante degli Attavanti (Vaticani Latini 5493). All’inizio di ogni partizione si trova uno splendido foglio miniato; questo manoscritto presenta una bellissima immagine dell’Adorazione dei Magi, con la Madonna seduta di fronte alla stalla e il Bambino tra le braccia; san Giuseppe è in piedi dietro di lei, i re in adorazione offrono i loro doni, e altri uomini, i pastori, sono presenti sulla scena.
 
Sec. XVI
      Con il passaggio del secolo, e la grande diffusione dovuta anche all’apparizione della Stampa, si passa ad osservare un manoscritto redatto in scrittura gotica agli inizi del XVI secolo, con ornamentazioni in oro, rosso e azzurro (Rossiani 120). Il manoscritto, assegnato a uno scrittorio parigino, contiene otto belle tavole miniate a tutta pagina, nello stile della Scuola di Rouen. Sia nell’impostazione grafica, sia nella scelta iconografica, il codice sembra dipendere dai coevi Libri d’Ore a stampa. Una bella immagine della Natività presenta Maria e Giuseppe in adorazione di Gesù adagiato su una cesta, presumibilmente riparati dalla tettoia di una stalla.
 
Un altro esempio di Libro D’Ore a cavallo tra il XV e il XVI secolo è uno splendido manoscritto riccamente illustrato, che conserva una bellissima legatura francese del XVII secolo (Barberiniani Latini 487). Tutti i fogli offrono una ricca decorazione marginale, che nel Calendario include anche vignette con i segni zodiacali, e i lavori principali delle varie stagioni. L’apparato illustrativo è composto da diciassette miniature, a tutta pagina, e venti vignette, poste nel testo, opera di almeno due diversi miniatori. Nell’illustrazione dell’Adorazione dei Magi, la scena è raffigurata in una stalla, con la Madonna seduta che mostra il Bambino tra le sue braccia ai re in adorazione; sono presenti anche il bue e l’asino.
 
A concludere questo excursus,un Libro d’Ore con ricchissimo apparato illustrativo di scuola fiamminga, di produzione ganto-bruggese del XVI secolo (Capponiani 218). Scritto da un unico copista, il testo è preceduto da un ampio sommario, e contiene un calendario organizzato in tabelle inserite in ampie ed espressive scene riproducenti i principali lavori agricoli del mese, che non fornisce però altre indicazioni particolari. Sono rimaste undici tavole a tutta pagina, (altre sono state asportate in passato), numerose vignette e bordi decorati a vivi colori, con fiori e animali, e tutte insieme costituiscono il prezioso supporto illustrativo di questo manoscritto, realizzato in gran parte da un unico miniatore. Nei fogli finali si riconosce un’altra mano, più sensibile all’influenza rinascimentale italiana. Questo manoscritto contiene una bellissima illustrazione dell’Adorazione dei Magi: Maria è seduta con il Bambino tra le braccia, san Giuseppe molto anziano è alle sue spalle, e i tre re in adorazione offrono i doni. Secondo la più consolidata tradizione iconografica, i re sono di età e razza diverse, a dimostrare che il Messia è venerato dagli uomini di tutto il mondo. La scena si svolge in una costruzione in mattoni molto sobria e diroccata. La pagina è decorata con splendidi ornamenti di fiori, foglie, insetti, farfalle.
 
 
EPISODI DELLA NASCITA DI GESÙ NELLE STAMPE DELLA BIBLIOTECA
 
Il Gabinetto delle Stampe della Biblioteca Vaticana conserva un’importante raccolta di grafica, incisioni e stampe sciolte, oltre a un cospicuo numero di disegni, fotografie e matrici calcografiche e xilografiche. La prima testimonianza della presenza di un consistente numero di stampe nella Biblioteca Vaticana, circa 30.000, risale al 1773. Successivamente, con Papa Pio VI (1775-1799), venne dato un impulso decisivo alla raccolta grafica della Biblioteca, con la costituzione, intorno al 1785, di una specifica Stanza delle Stampe dove conservare le incisioni e le stampe sciolte che si trovavano nella Biblioteca. Sempre durante il pontificato di Pio VI, e precisamente nel 1779, si realizzò la prima raccolta sistematica di incisioni della Vaticana che è da identificarsi con quella del cosiddetto Fondo Antico, e che raccoglie, in 161 grandi volumi, oltre 17.000 incisioni di autori diversi dal XV al XVIII secolo. La cura e lo studio di questo settore furono notevolmente favoriti con Franz Ehrle: prefetto, e poi Cardinale Bibliotecario, Ehrle incentivò gli studi sulla topografia di Roma e del territorio del Patrimonio di San Pietro e decise di istituire il ruolo di Curatore delle Stampe. Nel 1921, fu nominato Incaricato al Reparto delle Stampe lo studioso Lamberto Donati: con lui la collezione venne ordinata secondo l’ancora vigente sistema “per formato”, fu effettuata la catalogazione delle opere, e vennero realizzati gli inventari manoscritti di alcuni volumi del Fondo Antico nonché le schede in carta dei volumi stessi.
 
In questo percorso di analisi e osservazione della tradizione iconografica sul tema della Natività, si è scelto di esplorare anche qualche capolavoro della grafica conservato nella Biblioteca Vaticana, non solo per la bellezza delle opere, ma anche per la valenza divulgativa che ebbe la tecnica dell’incisione a partire dal Cinquecento. I modelli iconografici più consolidati devono molto al lavoro degli incisori, che riuscirono a tramandare arte e fede sia attraverso la stampa cosiddetta “di traduzione” delle grandi opere, sia realizzando i loro capolavori originali, con stampe di invenzione.
 
Nel materiale grafico, sono piuttosto rare le immagini della Natività in senso stretto, con Maria  e Giuseppe da soli in adorazione del Bambino; tra le opere conservate alla Biblioteca, vi è per esempio la stampa di un eccellente disegnatore e incisore italiano del Seicento, Bartolomeo Biscaino: si tratta della Natività con angeli adoranti,un’acquaforte che risale al 1650 circa, dove Gesù bambino è al centro della raffigurazione, con Maria, Giuseppe e due angeli in adorazione.
 
Più spesso, le immagini della Natività sono accompagnate dall’Annuncio o dall’Adorazione dei Pastori. Tra i capolavori custoditi dal Gabinetto delle Stampe della Biblioteca, un’opera del pittore e grafico tedesco Albrecht Dürer, che raffigura l’Adorazione dei Pastori. Si tratta di un’incisione xilografica che fa parte di una serie nota come Vita della Vergine, pubblicata nel 1511, ma intagliata da Dürer tra il 1501 e il 1504. Seguendo l’iconografia tipica dell’arte nordica, si tratta di una rappresentazione congiunta della Natività e dell’Annuncio ai pastori: un angelo annuncia la nascita del Salvatore; i pastori sono sulla destra dell’immagine, affacciati timidamente alla dimora in rovina dove Maria è in adorazione del Bambino; Giuseppe arriva dalla sinistra con una lanterna tra le mani, secondo il racconto di Brigida di Svezia, che nel 1370, visitando Betlemme, scrisse nelle sue Rivelazioni: “Il Bambino […] fu circonfuso da una luce così potente da sopraffare completamente quella del cero che Giuseppe reggeva”. Di questa incisione, la Biblioteca conserva anche una traduzione che Marcantonio Raimondi realizzò nel 1506, insieme ad altre della serie della Vita della Vergine. Raimondi con la sua Scuola fu uno dei primi a produrre le cosiddette stampe “di traduzione”, in quegli anni del XVI secolo in cui si iniziava a distinguere il ruolo dell’inventore del soggetto da quello dell’incisore. Appresa la tecnica del bulino tedesco, molto adatta per la traduzione della pittura, Raimondi lavorò per Raffaello Sanzio, diventando suo interprete ufficiale e divulgatore della sua arte. Proprio da Raffaello era stato incoraggiato alla traduzione, quest’ultimo certamente consapevole delle potenzialità divulgative dell’arte attraverso l’incisione. Una stampa dell’Adorazione dei Pastori conservata nella Biblioteca Vaticana e  attribuita alla Scuola di Raimondi riproduce uno degli arazzi della Scuola Nuova di Raffaello raffiguranti Storie della vita di Cristo.
 
Altra importante stampa di traduzione conservata nel Gabinetto delle Stampe è la riproduzione di un affresco di Carlo Maratti, realizzato nel palazzo del Quirinale su commissione di papa Alessandro VII, nel 1657. Si tratta dell’Adorazione dei pastori, riprodotta dal pittore romano Francesco Giovani. L’immagine rispetta l’iconografia tradizionale, con la Madonna e il Bambino al centro sullo sfondo di una capanna, e la luce divina che illumina la scena dall’alto. Giuseppe indica il Bambino ai pastori, presenti in una grande varietà. Sulla scena anche un gruppo di angeli ad annunciare l’evento.
 
Tra le altre traduzioni dell’Adorazione dei Pastori, vi è una stampa di Carlo Antonio Sacchi del 1649 circa, su un dipinto realizzato tra il 1575 e il 1588 dal Tintoretto per la serie Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, destinata alla sala Grande della Scuola di San Rocco a Venezia. La novità dell’artista veneto rispetto alla tradizione iconografica è nella disposizione delle figure sui due piani di un fienile. La Sacra Famiglia è al piano superiore, dove compaiono anche due figure femminili, mentre dal basso alcuni pastori tendono le mani con le loro offerte. Dal tetto aperto filtra la luce divina, che illumina i personaggi, gli animali e gli oggetti, tutti raffigurati con estremo realismo.
 
Altro momento fondamentale nell’iconografia della Natività, è l’Adorazione dei Magi. Una stampa dell’Adorazione dei Magi è stata realizzata nei primissimi anni del Cinquecento da Albrecht Dürer, nella già citata serie di xilografie dedicate alla Vita delle Vergine; in questa bellissima incisione conservata nel Gabinetto delle Stampe, l’ambientazione è tra le rovine, con Maria che mostra ai Magi il Bambino tenuto tra le braccia, e san Giuseppe alle sue spalle; si ritrovano gli elementi classici, come il bue e l’asino, e i re in adorazione che offrono i doni. In alto, tre angeli e sulla scena diversi dettagli e una grande ricchezza e varietà di toni.
 
Molti artisti hanno rappresentato lo stesso episodio con varietà e fantasia di particolari, tra cui Bartolomeo Biscaino nel 1654-1655; in una costruzione diroccata, tra le macerie, in primo piano la Madonna mostra ai Magi il Bambino, con san Giuseppe alle sue spalle. Compare anche il bue, e si vedono sul fondo altri personaggi, probabilmente cavalieri e soldati. Come fa notare Anna Maria Voltan nel suo saggio I maestri della Natività nella grafica dal XV al XIX secolo, (“Venite Adoremus: le immagini della Natività da Dürer a Tiepolo”), l’Adorazione dei Magi èuna rappresentazione più dinamica, che si arricchisce di elementi e personaggi sempre nuovi, rispetto alla Natività e all’Adorazione dei pastori,considerate scene più statiche; nel Seicento, questa Adorazione dei Magi si trasforma quasi in una rappresentazione mondana, dove i personaggi vengono raffigurati in abiti lussuosi, con raffinatissimi oggetti di oreficeria, e animali esotici,immagini dalle quali traspare molta enfasi. Un esempio tra le incisioni con questo soggetto, è l’Adorazione dei Magi di Pietro Testa detto “il Lucchesino”, disegnatore ed incisore italiano del Seicento. In questa incisione del 1636-1638, l’artista evidenzia una divisione sottolineata dalla presenza della colonna, simbolo della Natività. Come spiega Voltan, il mescolarsi disordinato delle figure dei Magi, cavalli e cavalieri che si agitano, gesticolano e si avvicinano per adorare il Bambino sono una prova della decadenza di quel confuso mondo pagano che veniva sostituita dalla grazia della nuova era cristiana.
 
 
BIBLIOGRAFIA E LINKOGRAFIA
 
1-      Maria Vergine Madre Regina: le miniature medievali e rinascimentali, a cura di Claudio Leopardi, Antonella Degl’Innocenti, Milano 2000, Centro Ribaldi
2-      Libri d’ore della Biblioteca Apostolica Vaticana, a cura di Giovanni Morello, Zurich 1988, Belser Verlag
3-      Venite Adoremus. Le immagini della natività da Durer a Tiepolo, a cura di Anna Maria Voltan, Milano 2004, F. Motta
4-      Victor Leroquais, Les livres d’heures manuscrits de la Bibliothèque Nationale , 1927, Paris
5-      Pierre Salmon, Les manuscrits liturgiques latins de la Bibliothéque Vaticane
6-      Le biblioteche nel mondo antico e medievale, a cura di G. Cavallo, Bari, Laterza, 1988
7-      Sito internet della Biblioteca Apostolica Vaticana: http://www.vaticanlibrary.va/ 
 
_____________________________________________________________________________
 
Dossier a cura di F.M. – Agenzia Fides 23/12/2008; Direttore: Luca De Mata