Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam

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"Fedeli a oltranza", titolo originale "Beyond Belief" (Il libro: V. S. Naipaul, "Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam", Adelphi, Milano, 2001, pagine 526, euro 30,99), è un libro tutto da rileggere, dopo l’eccidio di Bali del 12 ottobre 2002.
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Nota di copertina
Una carta aggiornata e preoccupante di quel tifone ideologico che è l’islam.
Nel 1995, Naipaul torna dopo circa vent’anni in quattro paesi sconvolti, in diversa misura, dal trionfo dell’Islam.
In Indonesia, un’antica società pastorale ha lasciato il posto a una teocrazia governata dai grattacieli di Giakarta, dove i nuovi manager si genuflettono alla Mecca – ma senza perder d’occhio l’andamento, sullo schermo, dei corsi azionari.
In Iran, l’ayatollah Khalkhalli, il Visinskij di Khomeini, è agli arresti domiciliari, mentre nella sua Qom ogni furore iconoclasta – che non sia la pratica interdetta del bridge, o l’acquisto clandestino di cd – appare spento.
In Pakistan, l’oro saudita con cui il presidente Zia è andato al potere è servito essenzialmente a scatenare faide tribali che si credevano sepolte da secoli.
Intanto, in Malesia, la gioventù islamica fa proseliti, vaticinando per la nazione un futuro da grande potenza del Sud Est asiatico. Nel corso del viaggio, e degli incontri, il taccuino di Naipaul si riempie di storie e osservazioni secche, nitide, mai prevedibili, restituendoci una carta aggiornata e preoccupante della crescita islamica, di cui l’Occidente sembra non voler conoscere le traiettorie, ma dal quale si ostina a temere, in modo spesso scomposto, di essere travolto.
"Spiccava fra le donne silenziose lì raccolte, con i volti spenti, privi di vita, di chi ha sofferto al punto da non provare più vergogna e forse neanche sentimenti. Sulla parte inferiore del viso, per nascondere la ferita, era stretto un velo di un tessuto che pareva mussola. Sopra il velo spuntavano solo gli occhi e le ciglia. Mi sembravano gli occhi di una bambina e questo rendeva ancora più penosa l’idea che l’avessero sfigurata". Indice
I. INDONESIA – IL VOLO DELL’N-250
1. L’uomo del momento
2. Storia
3. Un convertito
4. Un luogo sacro
5. Il "kampung"
6. Sotto la lava
7. "Oh mama! Oh papa!"
8. Spettri
II. IRAN – LA GIUSTIZIA DI ALÌ
1. La Fondazione degli Oppressi
2. Ritorno alle origini
3. La grande guerra
4. Terreni salmastri
5. Il carcere
6. Il martire
7. Qom: il punitore
8. Cancro
9. Le due tribù
III. PAKISTAN – FUORI DALLA MAPPA DELLA STORIA
1. Un’impresa criminale
2. Il sistema politico
3. Rana nel suo villaggio
4. Guerriglia
5. Il penitente
6. La perdita
7. Dal Nord
8. L’orma di Alì
9. Guerra
IV. POSCRITTO MALESE – NEL GUSCIO DEL COCCO
1. Vestiti vecchi
2. Un nuovo modello
3. Il figlio del "bomoh"
4. L’altro mondo

Prologo
    Questo libro parla di persone. Non è un libro di opinioni, è un libro di storie. Le storie sono state raccolte nel 1995 durante un viaggio di cinque mesi in quattro paesi musulmani non arabi: Indonesia, Iran, Pakistan e Malaysia. Quindi ci sono un contesto e un tema.
    L’Islam è originariamente una religione araba; tutti i musulmani non arabi sono convertiti. L’Islam non è solamente una questione di coscienza o di fede personale: ha aspirazioni imperialistiche. Il convertito cambia la sua visione del mondo, perché i luoghi santi sono in terra araba, perché la lingua sacra è l’arabo. Cambia pure la sua idea della storia: il convertito rinuncia alla propria e diventa, che gli piaccia o no, parte della storia araba. Quindi deve voltare le spalle a tutto ciò che gli è proprio. Lo sconvolgimento sociale che ne deriva è enorme e può protrarsi anche per mille anni, mentre l’atto di "voltare le spalle" deve essere ripetuto in continuazione. Di conseguenza gli uomini si creano immagini fantasiose di chi sono e cosa sono e nell’Islam dei paesi convertiti si insinua un elemento di nevrosi e di nichilismo. Da qui la facilità di tali paesi a infiammarsi.
    Questo libro è il seguito di un altro che pubblicai diciassette anni fa, Tra i credenti: un viaggio nell’Islam, che raccontava un viaggio compiuto negli stessi quattro paesi. Quando lo intrapresi, nel 1979, non sapevo quasi nulla dell’Islam: è la condizione migliore per iniziare un’impresa. Quel primo libro fu un’esplorazione dei dettagli della fede e di ciò che appariva come il suo potenziale rivoluzionario. Il tema della conversione era sempre presente, ma non lo vedevo in termini così chiari come in questo secondo viaggio.
    Fedeli a oltranza è un’aggiunta e una prosecuzione del libro precedente ma si articola in modo diverso. Non è tanto un libro di viaggi: lo scrittore è meno presente, fa meno domande. Resta sullo sfondo, fidandosi del suo istinto di scopritore di uomini, di trovastorie. Queste storie sbocciano l’una dall’altra, si compongono autonomamente e definiscono ogni paese e le sue sollecitazioni; le quattro sezioni del libro costituiscono, insomma, un tutto unico.
    Ho iniziato la mia carriera di scrittore come romanziere, ovvero come organizzatore di narrazioni; allora credevo che fosse un’attività insuperabile. Quando, quasi quarant’anni fa, mi fu chiesto di visitare certi territori coloniali in America Latina e nei Caraibi e di farne un libro, fui felicissimo di viaggiare, di arrivare in posti strani su piccoli aerei, di risalire i fiumi dell’America del Sud. Però non sapevo bene come scrivere il libro, come far emergere un quadro. La prima volta me la cavai con l’autobiografia e il paesaggio; solo anni dopo ho capito che, per uno scrittore, ciò che conta del viaggio sono le persone in mezzo a cui si viene a trovare.
    E così in questi miei libri di viaggi, o esplorazioni culturali, lo scrittore-viaggiatore si ritira sempre di più, la gente del paese sale alla ribalta e io torno ad essere ciò che sono stato all’inizio: un organizzatore di narrazioni. Nell’Ottocento la storia inventata si usava per fare ciò che alle altre forme letterarie – la poesia, il saggio – non riusciva facilmente: riportare le notizie da una società in trasformazione, descrivere gli stati d’animo. Mi sembra strano che il libro di viaggi, in origine tanto lontano dai miei istinti, mi abbia riportato proprio a questo, alla ricerca di storie; ma falsificare o forzare le narrazioni avrebbe tradito il significato del mio lavoro. Le storie contengono già abbastanza nodi intricati: sono proprio questi a costituire il senso ; il lettore del libro non cerchi le “conclusioni”.
    Ci si potrebbe chiedere se altre storie o persone avrebbero potuto creare o suggerire paesaggi umani di tipo diverso. Non credo: un treno ha molte carrozze e varie classi, ma attraversa lo stesso paesaggio. Gli uomini reagiscono alle medesime pressioni politiche, religiose e culturali. Allo scrittore non resta che ascoltare, molto attentamente e con il cuore sgombro, ciò che la gente ha da dirgli e poi fare un’altra domanda e un’altra ancora.
    Il tema della conversione può essere interpretato anche in modo diverso. Lo si può vedere come una specie di passaggio dalle vecchie credenze, dalle religione legate alla terra, dal culto dei dominatori e delle divinità locali alle religioni rivelate – principalmente il cristianesimo e l’Islam – che abbracciano un territorio filosofico, umanitario e sociale più ampio. Gli indù sostengono che l’induismo è meno coercitivo e più “spirituale”; e hanno ragione. Ma Gandhi ha preso le sue idee sociali dal cristianesimo.
   Il passaggio dal mondo classico al cristianesimo ormai è storia. Leggendo i testi, non è facile immaginarsile lunghe dispute e le angosce che quella transizione produsse. Ma in alcune culture descritte in questo libro, il passaggio all’Islam e, a volte, al cristianesimo è ancora in corso. E’ l’ulteriore tensione drammatica sullo sfondo della loro storia, una sorta di big bang culturale, l’incessante sgretolamento del mondo antico.

    V. S. Naipaul

Scontroso, irritabile, politicamente scorretto, questi gli aggettivi che più frequentemente definiscono V. S. Naipaul, recentemente insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: per "aver mescolato narrazione percettiva e osservazione incorruttibile in opere che ci costringono a vedere la presenza delle storie nascoste".
Circa gli attentati di New York che affondano le radici nell’islam, Naipaul dichiara: "si percepiva l’odio, un odio terribile. L’odio degli sconfitti, di quelli che sono in ritardo, di quelli che sono rimasti indietro. Ciò che ignoravo era che ci fosse una così forte popolazione musulmana negli Stati Uniti, che esistesse un elemento terroristico potenziale così forte all’interno stesso del paese".
Proprio dall’islam, ha avvio l’ultimo lavoro di Naipaul, frutto di un viaggio compiuto dall’autore nel 1995 attraverso quattro paesi islamizzati, "tra i popoli convertiti dell’Islam", come viene detto anche nel sottotitolo: Indonesia, Iran, Pakistan e Malaysia.

L’Indonesia è la più popolosa delle nazioni a maggioranza islamica. Un islam per decenni creduto mite, ecumenico. Ma che in realtà covava jihad. Da due inverni fa, proprio l’Indonesia è teatro di una delle più implacabili guerre anticristiane. Dichiaratamente mirata a cancellare ogni presenza «infedele» nelle isole più evangelizzate dell’arcipelago, le Molucche.
Non è un caso che l’attuale attacco terroristico musulmano contro «crociati ed ebrei» sia insieme mondiale e a direzione araba. Da vero califfo virtuale, il saudita Osama Bin Laden ha dettato on line tramite la rete araba Al Jazeera, lunedì 14 ottobre, la sua lettura globale degli ultimi attentati.
C’è una tendenza all’omologazione oltranzista che penetra anche le aree periferiche del mondo islamico, apparentemente più al riparo.

In Bosnia, un crudo richiamo alla realtà è venuto dalle elezioni dello scorso 5 ottobre. Con la disfatta dei partiti moderati e il trionfo delle punte estreme: i serbi che fanno capo all’uomo più ricercato dei Balcani, Radovan Karazdic; i croati del partito di Dragan Covic; e i musulmani del Partito di azione democratica di Suleyman Tihic, il più oltranzista in lizza.
Alla vigilia delle elezioni bosniache, il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, ha dato un’intervista al quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire". È un ritratto della realtà anch’esso molto allarmato, tanto più sconvolgente in quanto ha come soggetto una presenza islamica la cui sopravvivenza nei Balcani è stata assicurata negli anni scorsi proprio da un intervento armato dei «crociati» euroamericani.

Dalla Bosnia alla Malesia. Come provano le testimonianze dei vescovi cattolici di questi due paesi, osservatori attenti delle mutazioni in atto.
Nel documento, i vescovi denunciano «la crescente tendenza a politicizzare l’islam nell’arena politica». A dispetto della laicità proclamata dalla costituzione, temono l’affermarsi di «un modello islamico coerente, cioè intollerante». Avvalorato dall’insistenza del premier Mahathir Mohamad sulla Malesia come «Stato islamico».
In una regione della Malesia, il Kelantan, la shari’a musulmana è già legge. E minaccia di diventarlo anche in un altra, il Terrenganu. In entrambe le regioni è dominante l’oltranzista Partito islamico di Malesia, Pas.

Iran. Si ode la voce di un "martire" sopravvissuto alla sua "missione" che, nella penombra, racconta una storia di morte ed estasi. O è testimoniato il duplice incontro con una figura della storia iraniana, il boia Khalkhalli: dapprima nel 1979 quando definiva rivoluzione e religione, entrambe con le stesse parole "sangue e castigo"; quindi nel 1995 quando, guardingo ed evasivo, dichiara la rivoluzione realizzata solo al trenta per cento.

Se in Iran il "passato preislamico era irrecuperabile", non così in Pakistan dove "frammenti vitali del passato sopravvivevano". Ma il divario intellettuale tra indù e musulmani aveva diviso profondamente l’India dal Pakistan: "l’India con una classe intellettuale che cresce a passi da gigante, si espande in tutte le direzioni. Il Pakistan, che non fa altro che proclamare la fede e soltanto la fede, si ripiega sempre più su se stesso". Uno slogan racchiude l’atmosfera di quello Stato nascente: "Il musulmano non conosce nessuna paura al mondo – chiedilo ad Alì". Su queste basi sorge il Pakistan, che però ben presto mescola interessi economici e fanatismo religioso. Armi americane e droga afghana circolavano lungo le stesse strade creando e sostenendo ogni tipo di corruzione così che "fede pubblica e ruberia privata si saldarono in una catena che, ormai, non poteva più essere spezzata per lasciare spazio alla possibilità di un nuovo inizio. Dopo il cinismo e l’inerzia intellettuale di quarant’anni, lo Stato, che in principio alcuni identificavano con Dio, si era trasformato in un’impresa criminale". Una donna, fuggita alle torture che il marito le affligge, è protagonista di una delle storie narrate nella sezione dedicata al Pakistan: sfregiata dal marito eroinomane, trattata dai 19 anni come una schiava, era riuscita a sfuggire a torture anche peggiori nascondendosi nella casa-rifugio di un gruppo per i diritti umani. Questa drammatica vicenda è solo una delle mille e mille che le donne di quella nazione potrebbero narrare.