Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro

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Andrea Tornielli, Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro; Mondadori 2007, Pagine 661, Isbn 9788804570103, € 24.00

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L’uomo del dovere

Chi era Eugenio Pacelli, l’uomo che per quasi vent’anni ha guidato la Chiesa e che ha iniziato il suo lungo pontificato alla vigilia del secondo devastante conflitto mondiale?
Hanno ragione coloro che, abituati a leggere la storia del cattolicesimo per fratture e discontinuità, lo considerano come espressione di un modello di papato vecchio e superato?
Pio XII era davvero un papa accentratore, con una concezione del governo ecclesiale verticistica, un pontefice isolato e ieratico?
Dal punto di vista umano papa Pacelli è spesso presentato come un uomo freddo, insensibile, distaccato, impaurito, ossessionato dal pericolo comunista, debole se non addirittura connivente con il nazismo.
Era davvero così, Eugenio Pacelli? Queste concezioni, frutto a volte di una lettura ideologica della realtà storica e finalizzate ad altri scopi (quale, ad esempio, quello di presentare in ogni occasione Pio XII come «cattivo» per esaltare ancor di più l’umanità, la grandezza e la «bontà» del suo immediato successore, il beato Giovanni XXIII; o quello di dir male sempre e comunque della Chiesa preconciliare al fine di esaltare la bellezza di quella postconciliare), hanno finito per creare uno stereotipo dal quale appare arduo cercare di allontanarsi, per affrontare la figura di Pacelli, la sua vita e il suo pontificato al di fuori degli schemi preconfezionati e dei giudizi consolidati.
Tali letture hanno infatti seppellito nel dimenticatoio tutti gli elementi di innegabile novità del pontificato pacelliano. Pio XII è bollato come un papa incapace di leggere «i segni dei tempi» nell’esercitare il governo ecclesiastico e il magistero dottrinale, e soprattutto, è ricordato come il «papa dei silenzi», per non essersi opposto con una pubblica denuncia allo sterminio degli ebrei. Si è però dimenticata, oppure si minimizza volutamente, la grande opera di carità in difesa dei perseguitati durante la guerra, così come non si citano più neanche gli straordinari contributi che papa Pacelli ha dato, proprio con il suo magistero, agli sviluppi consacrati dal Concilio Vaticano II, e le prese di posizione con le quali lui, papa certamente anticomunista, ha rivendicato l’autonomia della Chiesa evitando di schiacciarla sulle posizioni occidentaliste. Chi ricorda ancora che è il papa più citato dal Concilio Vaticano II, che ha canonizzato, in percentuale, il maggior numero di donne (più di tutti i suoi predecessori ma anche successori)? Chi ricorda che è il papa che in un’enciclica ha attualizzato proprio nei confronti del comunismo, e proprio nel mezzo della guerra fredda, la tradizionale distinzione tra errore ed errante (comunemente attribuita a papa Roncalli)? Chi ricorda che è il papa che ha aperto all’applicazione del metodo storico-critico per lo studio della Bibbia, il papa che ha sostenuto il movimento liturgico e ha spiegato che la messa non deve ridursi a teatrale esteriorità, aprendo anche al canto moderno; il papa che ha preso in considerazione in un’enciclica la possibilità dell’ipotesi evoluzionista e che ha internazionalizzato il collegio cardinalizio?
Questa biografia non pretende certo di essere esaustiva. Rappresenta il tentativo di rileggere il percorso umano e spirituale di Eugenio Pacelli, inquadrandolo necessariamente nella cornice degli eventi storici e delle mansioni diplomatiche che una parte decisiva hanno avuto nella sua esistenza, cercando però di ritrovare l’uomo sotto l’istituzione da lui rappresentata, anzi incarnata. Tentativo non facile, perché in Pacelli, già fin dai primi passi della sua carriera ecclesiastica, l’uomo si è annientato nell’istituzione, è scomparso, si è immedesimato completamente in essa. È l’uomo del senso acutissimo del dovere, che si è applicato con metodo, coscienza e costanza agli incarichi ricevuti.
Il percorso che qui è proposto al lettore si basa su una notevole quantità di materiale fino ad oggi inedito. Innanzitutto, i carteggi, gli appunti e i documenti dell’Archivio privato Pacelli: si tratta di una consistente mole di carte, riscoperte di recente e tuttora in via di catalogazione, fino ad oggi mai consultate. Dal carteggio con il fratello, negli anni 1917-1928, emerge sì, ad esempio, il timore di Pacelli per l’espandersi del bolscevismo, da lui conosciuto da vicino durante i moti spartachisti di Monaco, ma emerge anche la sua preoccupazione per il sorgere del nazionalismo hitleriano, così come si conferma ripetutamente il desiderio del futuro papa di lasciare la diplomazia vaticana per dedicarsi alla cura d’anime rinunciando alla possibilità della porpora cardinalizia.
La biografia di Pacelli è stata ricostruita, laddove è stato possibile, oltre che attraverso le fonti documentarie e gli studi esistenti, anche attraverso alcune delle testimonianze più significative agli atti della causa di beatificazione. Al lettore il giudizio sul risultato finale. Dalle lettere e dalle testimonianze qui presentate si staglia il profilo di un uomo sensibile, per non dire sentimentale, con una personalità venata di romanticismo. Un uomo di fede e di preghiera, per nulla autoritario, abituato a riflettere a lungo (secondo alcuni persino troppo) su ogni decisione. Un uomo abituato ad ascoltare e a farsi consigliare, alle cui spalle, nel più totale anonimato che si addice ai veri collaboratori di un papa, agiva una squadra di teologi gesuiti ferratissimi, capaci di guardare al mondo e ai suoi fermenti in ogni disciplina. Un uomo abituato a vivere in modo quasi monacale, parsimonioso in ogni cosa, che rinunciava al riscaldamento e al caffè per essere un po’ più vicino alle situazioni di sofferenza dei suoi fedeli durante la guerra.
Certo, Eugenio Pacelli era un uomo del suo tempo, con i suoi limiti e i suoi difetti. Nel raccontarlo, abbiamo cercato di far emergere, laddove c’erano, tutti i problemi, lasciando parlare il più possibile i testimoni e, soprattutto, i documenti. Anche se non si può non denunciare lo scempio storiografico che da decenni continua ad essere perpetrato sulla sua figura, da parte di coloro che svestono i panni del ricercatore per diventare militanti antipacelliani di professione. A Pio XII si cerca di attribuire, spesso contro l’evidenza e soprattutto contro il buon senso, ogni responsabilità, e non solo nell’orrenda tragedia della Shoah.
Sta a chi legge, dunque, giudicare se il tentativo di sottrarre il papa e il suo pontificato al tiro incrociato dei detrattori specializzati e agli incensi degli agiografi, sia riuscito o meno. L’obiettivo era quello di scavare nella personalità di un uomo, nella sua storia, nel suo contesto familiare, nei suoi percorsi psicologici, non di presentare l’ennesima tesi preconfezionata favorevole o contraria a Pio XII. Anche per questo motivo, il tema della sua possibile beatificazione in questo libro non viene nemmeno sfiorato.
Nell’epitaffio sulla tomba di papa Adriano VI (1522-1523), nella chiesa nazionale tedesca di Santa Maria dell’Anima a Roma, si legge: O quantum refert in quae tempora vel optimi cuiusque virtus incidat, «Quanto è importante in quali tempi viene a cadere la virtù di un uomo, anche del migliore!». Sembra che molti, troppi, abbiano dimenticato in quali tempi ha regnato Eugenio Pacelli.
Non aveva forse torto il vescovo evangelico di Berlino Otto Dibelius, quando diceva: «Quello che questo papa ha fatto o ha omesso, ciò che ha provato o non ha provato, i conflitti che al cospetto di Dio egli ha realizzati con la sua coscienza, tutto ciò può giudicarlo unicamente chi per lungo tempo ha avuto sulle spalle una responsabilità analoga, e che quindi ha potuto rendersi conto di che cosa significhi il professare la fede cristiana e i dieci Comandamenti nella spaventosa atmosfera che si crea negli stati totalitari».

Voglio rivolgere un ringraziamento particolare a don Francesco dei principi Pacelli, che mi ha permesso di aver accesso all’archivio di famiglia, consentendomi di utilizzarlo senza alcuna restrizione. Sono poi gratissimo a monsignor Giuseppe Sciacca, prelato uditore della Rota Romana e cultore della figura di Pio XII, per le preziose indicazioni che mi ha dato. Un grazie particolare rivolgo poi al professor Matteo Luigi Napolitano, con il quale abbiamo condiviso la stesura di due libri su papa Pacelli, per l’aiuto, i consigli, le indicazioni e la documentazione che non ha mancato di fornirmi anche in questa occasione. Ringrazio poi padre Peter Gumpel S.J., per la sua disponibilità a rispondere ad alcuni miei quesiti specifici e i professori don Antonio Scottà e Giovanni Maria Vian per le preziose indicazioni bibliografiche. Un grazie rivolgo poi ai colleghi Gianni Valente, Stefania Falasca e Marco Roncalli.
Dedico questo lavoro a mia moglie Arianna, senza il cui sostegno quotidiano il libro non avrebbe mai potuto vedere la luce.