Ettore Vernazza. L’apostolo degli incurabili

In libreria

ALESSANDRO MASSOBRIO, Ettore Vernazza. L’apostolo degli incurabili, Roma, Città Nuova, 2002, pp. 236, €. 15,00.

L’autore ci propone un vasto e coloratissimo affresco su un periodo ed un Paese –l’Italia a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento- sul quale lo sguardo si perde a contemplare un pullulare di personaggi, ciascuno intento al suo disegno: sovrani e Papi; prìncipi e dogi; ricchi mercanti e popolo minuto; monasteri in bilico tra decadenza e nuovi ardori di riforma e confraternite come la Compagnia del Divino Amore, sorta sulla spinta dal basso verso una Riforma sempre più urgente, tutte dedite al rinnovamento dello spirito e alle opere di misericordia. Di personaggi, conosciuti spesso per i luoghi comuni, l’A. offre talvolta un abbozzo inedito. È così per Leone X, noto più perché sotto di lui si consumò lo scisma luterano e per il fasto della sua corte che non per il tentativo, sia pure timido e abortito, della riforma tentata da Giulio II col V Concilio Lateranense (1512-17) e da lui continuata o per il sostegno convinto offerto al Vernazza per l’Ospedale di San Giacomo degli incurabili, a Roma.  E’ così anche per Giampiero Carafa, il futuro Paolo IV e per Gaetano Thiene, fondatore con lui dei chierici regolari, più tardi noti come teatini, anch’essi coinvolti dal Vernazza nella sua impresa romana. Ma chi è Ettore Vernazza, notaio in Genova, che compare sempre discretamente dalle pagine di questo libro?
È un laico, un uomo accorto nella vita e negli affari. Uno che fa pensare al racconto evangelico dell’uomo ricco, questa volta però con uno sviluppo inatteso e fortunato. Presto provato dal lutto –a 39 anni perde la moglie- e dalla solitudine: le figlie, adolescenti o poco più, lo lasciano anch’esse per disperdersi in vari conventi. La sua vita viene subito assorbita nell’assistenza ai più diseredati che egli svolge con un piglio risoluto e pratico, imparando alla scuola della Grande Caterina Fieschi Adorno, tra le mura dell’ospedale di Pammatone. Il fuoco da cui è animato è testimoniato dalla più nota delle sue figlie, Battista Vernazza, che si propone come una delle anime più elevate del suo tempo e che ormai in tarda età stende sul padre pagine essenziali e affascinanti.
Un uomo dunque, il Vernazza, capace di imprese economiche intelligenti e ardite ma anche dell’istituzione degli ospedali degli incurabili, prima a Genova, poi a Roma e a Napoli; qui con la collaborazione, prima riluttante e infine convinta, di un’altra grande anima del suo tempo e attiva sostenitrice nei fatti della riforma cattolica, Lorenza Longo, fondatrice delle clarisse cappuccine.
Ettore Vernazza è un uomo saggio, intelligente, evangelicamente prudente, che, prima di dare avvio all’opera, si siede a fare i conti, ponendo l’impresa al servizio della carità. Da abile finanziere, infatti, aveva pensato a sostenere economicamente tutte le opere alle quali aveva dato inizio e le altre che voleva nel seguito fossero fondate, attraverso un sistema di moltiplicazione dei capitali di sua proprietà presso il Banco di San Giorgio: una parte doveva incrementare il capitale stesso e l’altra finanziare la sua immensa impresa di carità. Un disegno rimasto vivo fin che visse la Repubblica di Genova.
Il Vernazza, infine, va ricordato anche per la parte che ebbe o poté avere nella trasmissione dell’opera della sua grande maestra, Caterina da Genova. Con ogni probabilità, essa non scrisse nulla, ma le sue istruzioni e confidenze furono raccolte dai suoi discepoli e sembra che proprio il notaio Ettore, di quelle carte, abbia trascritto una copia ad uso della figlia Battista. Da quella copia, dicenderebbero le testimonianze attualmente in nostro possesso. Il Vernazza morì a Genova assistendo gli appestati nel 1524.
L’A. avrebbe potuto chiudere la sua ricerca nelle note sobrie relative al suo personaggio, riproponendo semplicemente le memorie della figlia Battista. Preferisce invece accompagnare il lettore nella scoperta di un mondo complesso e ricchissimo di luci fatue, di miseria e di santità. Ci mostra la vita dei palazzi dove, sotto effimeri splendori, si nascondeva spesso un temuto declino; sale sontuose o angoli appartati ove si tessevano alleanze, intrighi e liti sanguinose; dove covavano amori, odi, vendette; ci fa conoscere famiglie dalle immense, rapide fortune e altre travolte dai rovesci e dalla sventura. Ci accompagna per viottoli infidi in quartieri angusti, densi di povera umanità, di qui le alle banchine del porto, quasi a sentire la fatica dei camalli e, di lì, alla ressa, al vociare, ai traffici del Banco di San Giorgio; poi nei fondachi, nelle piazze animate e variopinte e lungo i carrugi; nelle chiese profumate d’incenso e negli ospedali dal lezzo insopportabile, sostando sulla condizione di quei poveretti, tutti abbandonati alla Provvidenza certa di Dio e a quella incerta degli uomini. Ci fa entrare infine in punta di piedi nel cenacolo della Catharinetta, la Rettora di Pammatone, dal cui spirito il Vernazza attingeva generosamente per sé e per le sue imprese di carità.
La lettura è appassionante, non solo per lo snodarsi del racconto, che in maniera seducente ci conduce attraverso una storia complessa, ricca di intrecci ed intrighi, di nobili lotte, di astuzie e di liti meschine; e poi di nomi illustri e sconosciuti; ma anche perché , seguendo il Vernazza, incontriamo un mondo lontano nel tempo, eppure per tanti versi vicino e scopriamo in lui un personaggio moderno, che ha molto da dire al laico di oggi. Quella del Massobrio è dunque un’opera da leggere e da gustare; essa, a nostro avviso, rappresenta un eccellente esempio di una biografia che è un saggio su un’epoca (un rammarico, se si può dire, è il non ritrovare note, se non rare e sintetiche: ci sarebbe piaciuto avere i rimandi puntuali e tante dotte aperture di orizzonte). Un altro pregio –certo non l’ultimo- è la lingua: un italiano elegante, forse qua e là con qualche compiacenza barocca, ma con colpi d’ala in cui la lingua è musica.

p. D. Libanori s. j. – in Civ. catt. fasc. n.3655 del 5.10.2002 – con autorizzazione