E’ tempo di penitenza per le follie nelle chiese

Chiesa

Oh my gol: breviario di abusi liturgici dopo il caso di padre Paul e delle sue messe curvaiole

Paolo Rodari

Paul Vlaar ha quarant’anni e una serie di abusi liturgici alle spalle.

Abusi che fanno audience stando almeno alle migliaia di accessi che sta avendo su YouTube la sua ultima performance.

A poche ore dalla finale mondiale Olanda-Spagna, padre Paul tiene una messa dipinta d’arancione nella sua chiesa vicino ad Amsterdam.
Scopo: pregare Dio che l’Olanda vinca.
Orange sono i paramenti e le candele.
Orange è la porta da calcetto che padre Paul posiziona davanti all’altare.
Prima della consacrazione chiede ai fedeli di calciare dei rigori: “Vi faccio vedere come si para”.
Orange è il dolce tompoezen, quello che alla fine della messa padre Paul promette a tutti i fedeli in caso di vittoria: “Non pane ma tompoezen”, dice.


Certo, tutto finisce male: l’Olanda perde e il vescovo Jozef Punt lo sospende perché “non è accettabile che si approfitti del rito per scopi così mondani”.

Ma per i fedeli padre Paul è il vincitore morale.

Lo stesso sacerdote dice di obbedire ma di non condividere la sanzione.

Soltanto in pochi sostengono che era ora che qualcuno intervenisse: padre Paul da tempo ne combinava di ogni.
Benediva nozze gay, faceva predicare le omelie a chiunque – una volta pure alla conduttrice televisiva Marijke Helwegen – e si presentava alle udienze generali del Papa in giacca e cravatta.
Qualche mese fa è riuscito anche ad avvicinare il Pontefice.
Ratzinger ha ricambiato i saluti ma non è certo che fosse a conoscenza di aver davanti un prete.


C’è chi dice che è tutta colpa del Concilio Vaticano II: l’assise che negli anni Sessanta ha aperto le porte della chiesa al mondo ha fatto sì che nella chiesa l’intrattenimento prendesse il posto di Dio.
Molti sostengono che una spinta agli abusi (almeno a quelli di stampo calcistico) l’hanno data quei cardinali che hanno accettato di commentare in diretta su radio e tv alcuni derby importanti.

Altri sostengono, più in generale, che un effetto trainante negli abusi l’abbiano avuto le celebrazioni spettacolo di Wojtyla: una volta venne vestito dal cerimoniere con dei paramenti in stile Arlecchino.


Comunque sia un dato resta: gli abusi sono una costante che sfugge al controllo delle gerarchie.
C’è chi celebra la messa con mimi e burattini, chi predica seduto su una sdraio – occhiali da sole e ciabatte ai piedi – chi le ceneri non le dà sul capo ma in mano perché “così un buon cristiano impara a sporcarsi le mani”, chi al posto della cotta indossa una bandiera della pace e mille di questi esempi.

Fino al paradosso di un prete che venne invitato a Venezia da un altro prete per qualche giorno di riposo durante il Carnevale. Si presentò vestito da prete. La gente lo scambiò per una maschera. Fu lì che capì d’essere diventato un’eccezione.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 luglio 2010