Dall’Onu più fondi alle lobby dell’aborto che ai Paesi poveri

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Nel documento Unfpa sono stanziati 148 milioni di dollari per l’assistenza ai diritti riproduttivi e solo 50 per lo sviluppo delle popolazioni
DA VERONA LORENZO FAZZINI

L’ Onu investe di più nel promuovere i «diritti riproduttivi » piuttosto che nel sostenere lo sviluppo dei Paesi poveri. Strano ma vero, questo paradosso tutto onusiano ben risalta agli occhi scorrendo il recente Report 2007 dell’Unfpa, l’United Nation Population Fund, l’agenzia del Palazzo di Vetro dedicata alla popolazione nel mondo. Nel rendiconto economico 2007, di recente reso noto dall’istituto, balza subito all’occhio un dato che non può non stupire: sul totale del bilancio relativo agli impegni economici del 2006, ammontante a 389,3 milioni di dollari, ben 148,1 milioni di dollari – cioè oltre il 38% del totale – sono stanziati per «l’assistenza ai diritti riproduttivi», la classica formulazione linguistica con cui il linguaggio delle organizzazione internazionali indica tutto quell’insieme di pratiche – dalla contraccezione ai metodi di controllo forzato delle nascite, che puntano a ridurre la natalità – soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. La particolarità del recente Rapporto Unfpa consta nel fatto che la somma stanziata per lo sviluppo dei Paesi poveri, in particolare per le loro svantaggiate popolazioni – che dovrebbe essere il primo dei suoi obiettivi – ammonta a meno di 1/3 dei finanziamenti allocati in favore della direttrice anti-natalista: sono solo 50,9 milioni di dollari quelli messi a disposizione per lo «sviluppo delle popolazioni ». Un messaggio esplicito: è più importante appoggiare le politiche anti-nataliste che non quelle incentrate sul miglioramento del benessere della gente.
  Singolare, inoltre, la motivazione che compare nel Rapporto per spiegare questo sbilanciamento di finanziamenti: «ogni minuto 190 donne sono costrette alla possibilità di gravidanze indesiderate, che possono invece facilmente essere evitate se si può avere accesso ai contraccettivi».
 Non solo: l’Unfpa afferma che gli Stati devono spendere di più «per i servizi di salute riproduttiva», altra formulazione linguistica ambigua che sta per «contraccezione». Nello specifico si chiede che i governi aumentino gli investimenti nazionali in servizi di controllo delle nascite, facilitino l’accesso a profilattici e strumenti contraccettivi, «con l’allargamento della scelta di metodi» nel controllo delle nascite. La parola «aborto » viene citata una volta nel report, quando si invoca il «controllo delle nascite per ridurre il numero di aborti insicuri »: qui il termine «insicuro» sta per «illegale». Quindi, si prospetta un appoggio indiretto alla promozione della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza per abbassare il numero delle donne che muoiono durante aborti «illegali».
  Ma c’è di più: l’ong C-Fam, cioè il Catholic Family and Human Rights Institute di base a New York, segnala che in un recente rendiconto del Center for Reproductive Rights (Crr), un’organizzazione che attua una pressante lobby
  in favore della legalizzazione dell’aborto nel mondo, l’Unfpa risulta uno dei maggiori finanziatori nel 2006, con un sostegno di 50mila dollari.
 
(C) Avvenire, gennaio 2008