Crudele dolcissimo amore

In libreria

CHIARA M., Crudele dolcissimo amore, prefazione di Cinzia TH Torrini, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005, pp. 254, € 14

Un libro come questo pone in seria difficoltà chi, come il sottoscritto, è avvezzo prevalentemente alla lettura di saggi, di narrativa, o comunque di altro genere di testi. Tanto più che a prima vista il titolo farebbe pensare a qualcosa di «sentimentale».
Di che cosa si tratterà? È un libro di spiritualità? Un’autobiografia? Niente di tutto ciò, o meglio, non solo queste cose… A ben vedere il contenuto è proprio quell’Amore, appunto «crudele» e «dolcissimo», che Chiara va scoprendo nel corso della sua travagliata esperienza, e che – paradossalmente? forse no…- più diventa «crudele» e più si rivela «dolcissimo».
Ma procediamo con ordine, e senza anticipare troppo.  Dopo la breve Prefazione di Cinzia TH Torrini (pp. 5-7), che racconta il suo incontro con l’«Angelo sulle rotelle», la stessa Chiara inizia con un Prologo (pp. 9-14), guardandosi allo specchio e osservando il suo viso che «sparisce» man mano che «Lei», la malattia, avanza, impedendole un crescente numero di cose, come suonare la chitarra, mangiare «normalmente», o dare la mano a qualcuno; senza però permettere alla sofferenza – grande, che queste pagine lasciano solo intuire – di cedere al vittimismo:

«Ti restano due possibilità: o ti lasci andare alla deriva o… tiri su la testa e riparti.
Sì ma da dove? E per andare dove? […]
Mi guardo allo specchio. Una lacrima scorre su questa mia pelle liscia.
La lascio andare come un sogno che sfuma e sfugge lontano…
Il mio adesso è qui, così. Con questa mia fragilità e questa mia forza titanica. Con questa mia ostinazione e determinazione. Con questo mio ridere e questo mio piangere. Con questo volere a tutti i costi cercare una strada. Ci vuole coraggio a vivere così.
Tanto».

La Parte Prima (pp. 15-62), dal titolo «Vento leggero», copre gli anni dell’infanzia e della giovinezza di Chiara. Non è tuttavia una narrazione, piuttosto una serie di «flash», che hanno conservato nella memoria un episodio, un luogo, una frase di anni lontani, anni che potremmo banalmente definire «spensierati», ma, si badi, non di una spensieratezza incosciente, perché le condizioni economiche della famiglia non permettevano certo grossi svaghi; e tuttavia proprio per questo sembra di intravedere non solo Chiara che si sacrifica, che aiuta la mamma, che rinuncia a ciò che per le sue amiche è invece scontato, ma anche Chiara che ride, che è capace di apprezzare le piccole cose, e di stupirsi di fronte al Creato, Chiara che scriverà di quegli anni:

«Il canto di un’acqua
cristallina
raccolgo a coppa
tra le mie mani bambine
schizzando allegria»

Da Chiara bambina a Chiara giovane infermiera, che assiste ad un parto e racconta la luce, «quella luce che solo una madre può avere in quel momento, mentre stringe tra le braccia la sua creatura»; o che descrive l’inimmaginabile miseria di una signora anziana cui deve fare un’iniezione.
E nel frattempo avvengono i due incontri con Chiara Lubich – che poi resterà una figura onnipresente, con una frequente corrispondenza con Chiara – il primo a nove anni, il secondo è quello che segna la «svolta»: «Ad un congresso di giovani a Roma, nel ’76, rivedo Chiara Lubich. In quell’occasione ci parla dell’abbandono di Gesù sulla croce, quell’abbandono che Lui ha sentito nei confronti di suo Padre e che gli ha fatto urlare: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Ne ricevevo un’impressione fortissima e la scelta, al di là di ciò che sarebbe stata la mia strada nella vita, di metterlo nel mio cuore al primo posto davanti a tutto e tutti [..] Solamente l’anno dopo inizia una serie ininterrotta di ricoveri ospedalieri e di prove sempre più dure per il fisico e l’anima.». Chiara ancora non sapeva ciò che le sarebbe toccato di lì a poco, ma la sua strada è già tracciata: Gesù abbandonato sulla croce.

La Parte Seconda (pp.63-230), «Questa lunga notte», che copre gli anni 1977-2004, prende avvio appunto da una notte precocemente interrotta non dal suono della sveglia, ma dalle sirene di un’ambulanza.

«Svegliati giorno!
Fa’ presto!
Porta via con te
questa lunga notte.
Stanchi occhi su nude pareti,
dolore abbandonato
tra coperte sfatte;
prigione bianca
di un corpo esausto…
ma, basta un raggio di Luce
e riprendo la mia libertà.»

Una cura, finora senza problemi, produce una valanga di effetti collaterali. Inizia il Calvario di Chiara. Di qui in avanti, nel libro, i ricordi lasciano spazio ad annotazioni, riflessioni, preghiere, colloqui con Gesù, grida di disperazione.
Il 17 settembre 1977 Chiara scrive: «Primo ricovero a Verona. …alle volte mi sento così stanca, così stufa di tutto… ma devo farcela, devo andare avanti, pregare per chi non può. Ecco quello che posso fare: pregare. Mi sembra di non capire più niente, sento tutto il peso dell’assurdo, ma non voglio cedere…». Due giorni dopo: «È bello pensare che la mia croce assomiglia un po’ alla Tua. A Te hanno piantato i chiodi, a me piantano aghi senza risultato. Amare è anche offrire questi piccoli dolori. Sono sempre più “niente”, mi sembra di non riuscire a pregare, ma il mio altare è questo letto». Ma questa offerta non è una sorta di «gaio» masochismo: Chiara soffre, eccome! Gli aghi e la malattia le divorano il corpo e anche l’anima (e siamo ancora all’inizio): «Vuoto, aridità, buio, incertezza. Come il vento una volta staccata la foglia lontana, in un viaggio senza meta, così Tu mi porti, in un continuo girare cadere, sollevarsi verso l’unica meta: Dio». Cristo non è un pio palliativo, ma l’oggetto di una continua scelta d’amore, giorno per giorno: «Io ho scelto una cosa sola nella vita, prima di tutto il resto: Te, crocifisso e abbandonato e ti riscelgo sempre, attimo dopo attimo nell’incertezza, nel buio, nel vuoto». Chiara non si compiace certo delle sue sofferenze, ed è ben consapevole che Cristo su questa terra può garantirci solo la croce. E lei vorrebbe guarire. Sceglie Cristo per riceverne almeno qualche illusoria consolazione? Sembrerebbe proprio di no, dato che lo sceglie «nell’incertezza, nel buio, nel vuoto», in quei momenti cioè, nei quali quella prospettiva è tutt’altro che consolante, e si riesce a sceglierla soltanto con uno sforzo sovrumano e con la «punta» della volontà. Chiara non chiede la «consolazione» di una «rapida morte» – che oggi usa augurarsi anche tra persone piene di salute e di beni, le quali hanno più paura di soffrire prima della morte che dopo – ma la desolazione della Croce.
Questo vale anche nei momenti più tragici, quando però l’identificazione con Gesù Abbandonato è più piena, come le scrive più volte Chiara Lubich: «Stai certa che l’amore che dai è luce per gli altri e anche nei momenti in cui ti senti incapace di fare qualcosa, sei Lui che in te rivive un attimo del Suo grido»; «Se qualche volta il dolore è troppo acuto e sembra toglierti la capacità di amare e di offrire, non ti preoccupare: anche Gesù sulla croce ha gridato; anche in quei momenti, quindi, sei in piena unità con Lui…».
Purtroppo quando si dà un dito a Nostro Signore, Questi è solito prendersi tutto il braccio: non ci chiede se vogliamo questo o quell’aspetto di Lui, perché l’affascinante rabbi che seduceva le folle è lo stesso uomo pesto e sanguinante di Gerusalemme, «come uno davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53, 3); né ci chiede se vogliamo fare prima un giro di prova. Probabilmente Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, sta ancora sulla barca ad aspettare che tornino i figli, pensando che il Nazareno li avrebbe trattenuti con sé solo per qualche ora (cfr. Mt 5,22). Prendere o lasciare. Le cose si fanno ancora più drammatiche quando il Signore ci invita a seguirLo dal Calvario. Non ci resta che aspettarci un aumento di desolazioni e di croci…
E infatti tutto procede «regolarmente»: arriviamo al 1988, complicazioni su complicazioni, ricoveri su ricoveri, aghi, senso di impotenza, camici bianchi, e come se non bastasse, la mamma sta per morire. A questo punto Chiara esplode: «Ma cosa vuoi ancora??? Cosa puoi chiedere di più alla sopportazione umana?» (21 novembre 1988)
In realtà il Signore le chiederà ancora molto di più. I dolori aumentano, il suo corpo si disfa, le dita si riempiono di cerotti, le gambe le permetteranno di camminare come una vecchietta. Per non parlare dello strazio interiore, delle preghiere alternate a grida di disperazione, di slanci spirituali che repentinamente cedono all’abbattimento: «Quello che mi dà più fastidio è che non riesco più a tradurre in pratica quello che credevo di aver capito in tutti questi anni. Non riesco a dirTi di sì subito. Ho un senso di ribellione verso il dolore…» (21 novembre 1994).
2 febbraio 1995: «Faccio fatica a camminare e stare in piedi. Tutto mi pesa e questo si ripercuote sul mio modo stesso di essere. Cammino lentamente e mi sembra che dentro, questo mi porti più all’essenziale, a vivere il presente in modo più autentico, più intenso per non sprecare neanche un minuto. Ascoltare la persona che ho di fronte, salutare, medicarmi le ulcere, sorridere quando avrei voglia di urlare dal dolore. Spostare me stessa per l’altro, sentire l’altro, il suo essere nella sua interezza, con la sua umanità. Sentire che tutto quello che mi circonda fa parte di me ma fino ad un certo punto.
Il mio rapporto con Gesù Abbandonato è esclusivo e questo non è un estraniarmi o sentirmi diversa ma è come se vedessi le cose da un’altra dimensione. Più sono nell’essenziale dentro, più sono libera di amare fuori. Solo che certi momenti mi sembra di precipitare in un abisso; mi manca l’aria al pensiero che le cose stanno peggiorando e che per il momento non vedo soluzioni.
Credere al di là dell’incredibile.
Sembra facile ma non è così.
SOLO, SOLO, SOLO ESSENZIALE.
Tu, però, alle volte sembri proprio crudele…».
Come Gesù crocifisso, anche Chiara oltre ai dolori fisici e spirituali, sperimenta il dolore forse più atroce, la solitudine. Il 19 gennaio 1998 scrive: «Quale perché avrà mai risposta se Lui stesso lo ha chiesto ed ha trovato il Cielo chiuso? […] Forse sarò nel pensiero di molti, ma io in questo momento sono sola». Dopo una ventina di giorni la solitudine si fa più intensa, ma anche più chiara: «Mi sono resa conto oggi che mi chiedi un passo in più: la solitudine della Croce. Mentre le altre volte quando stavo male, telefonavo per chiedere l’unità, il ricordo, ora sento che non ho più parole per chiedere neanche questo. È come se non riuscissi più a portare all’esterno questo stato della mia anima. Sì, Tu sul Calvario, sulla croce, eri solo. Solo. Come mi sento io con questa malattia che mi demolisce ogni giorno di più. Non ho più niente da provare, niente da sperare. L’unica speranza sei Tu» (10 febbraio 1998). A questo punto, abbiamo superato abbondantemente la metà del libro, e con essa siamo diventati partecipi delle sofferenze di Chiara. A viste umane, il Signore potrebbe anche accontentarsi, eppure ancora non basta: «mi chiedi un passo in più». Ma aspettiamo a stupirci, e leggiamo le righe successive: «Ieri una signora mi ha detto: “Sai, io vado a trovare tanti malati nell’arco dell’anno ma da te non vengo perché non ti considero malata, ti vedo sempre bella, pimpante, piena di vita, che cammini, ridi”». Chiara è un cantante divenuto sordo che canta benissimo ma non lo sente, come diceva san Francesco di Sales sulla sua figlia spirituale, santa Giovanna di Chantal. Dentro di sé la sofferenza cresce, e sembra quasi che Dio resti muto, ma i frutti dell’Amore – di questo amore crudele e dolcissimo – all’esterno appaiono splendidi.
Si potrebbe continuare oltre con le citazioni – e le annotazioni proseguono, come pure le sofferenze, fino all’umiliazione della sedia a rotelle, che Chiara fatica molto ad accettare – ma la recensione rischierebbe di diventare un altro libro, perciò chiudiamo qui. Tuttavia c’è una domanda che preme sempre di più: ma chi te lo fa fare, Chiara, ad accettare questi dolori, a vedervi addirittura un piano di Dio?A che ti serve tutta questa fede, se i dolori invece di diminuire aumentano? Che ci guadagni da questo «crudele dolcissimo amore»? Lo dice lei stessa, in risposta ad una lettera:

«Allora, mi chiedi se sono credente.
Sì, lo sono. E credo che se sono ancora viva, lo devo fondamentalmente a questo. Infatti chi conosce la mia storia, di questi anni dolorosi vissuti immersa in questa realtà, ancora si meraviglia che io riesca oltre che ad esserci, anche a sorridere, nonostante tutto, quasi sempre.
Vedi per me “credere” non significa “perché-non-mi-resta-altro-da-fare”, ma vivere una realtà concreta, non qualcosa che è scritto in “polverosi” ed antichi libri di storia.
Ho scoperto che si può vivere un vangelo “vitale”, capisci? Qualcosa che puoi sperimentare direttamente tu, sulla tua pelle senza apparire bigotto o fuori tempo. Non c’è niente di più moderno di questo. Solo bisogna avere il coraggio di provarci. Credimi, non è roba da “donnette”. Alle volte ci vuole un coraggio da leone a seguire il messaggio di Cristo. Non puoi adattarlo secondo quello che ti va in quel momento in una sorta di religione fai-da-te. O lo segui in tutta la sua interezza e allora, un po’ alla volta, penetrandolo lo capisci meglio, altrimenti resta qualcosa di arido, di formulette che non danno nulla» (13 febbraio 2001).

E ancora, il 14 dicembre 2003: «Sto ai piedi della Croce. Come Maria in quello Stabat. In quella solitudine, in quell’abisso di dolore, in quel deserto… in quel NULLA… in quel silenzio…
Fino quasi a fondermi dentro la Croce. Diventare Croce. Essere Croce.
Sento quelle due braccia aperte inchiodate a quel legno che mi abbracciano.
Mi fondo in quell’unico dolore. Divento dolore. Sono dolore.
Ed ecco il miracolo. Inspiegabilmente sono fuori.
Ho attraversato la Croce. Sono nella resurrezione. Sono nella gioia. Piena, profonda.
Sono nella pace. Quella pace che il mondo non può dare perché non la conosce».

Ancora altre poche pagine per la Parte Terza, «Libera» (pp. 231-248) – prima di concludere il libro con un’Appendice (pp. 249-252) contenente la lettera di un medico, il quale attesta che «l’evoluzione della tua malattia è stata fortemente condizionata dal tuo modo di affrontarla» – con il racconto dell’incontro con alcune ragazze liceali, alle quali Chiara spega che «noi non siamo “nostri”. Noi non ci apparteniamo quindi non possiamo decidere e realizzare sempre quello che ci prefissiamo. Qui sta il bello. Capire che alla fine dobbiamo sempre ricordarcelo. Usare il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore come se non fossero nostri», perché, ci ricorda in chiusura:

«Tutto finisce
scompare in un attimo.
Così la vita
un breve respiro
e poi…
un gioco eterno di luce».

Stefano Chiappalone